L'impero delle tempeste
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L'impero delle tempeste

  1. 688 pagine
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L'impero delle tempeste

Informazioni su questo libro

La lunga strada dall'omicidio al trono è appena cominciata per Aelin Galathynius, l'ultima discendente della sua casata, la principessa perduta di Terrasen che in molti conoscono come Celaena Sardothien. I regni di Erilea stanno andando in frantumi attorno a lei. Per salvare coloro che ama dalle forze dell'oscurità, dovrà allearsi con i suoi nemici. Mentre la guerra incombe all'orizzonte, l'unica speranza di salvezza risiede in una tenace ricerca che potrebbe mettere fine a quanto Aelin ha di più caro.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2019
Print ISBN
9788804718147
eBook ISBN
9788852098260
Parte prima

LA PORTATRICE DEL FUOCO

1

Elide Lochan aveva il fiato corto mentre si inerpicava zoppicando su per la ripida collina della foresta di Oakwald, e a ogni respiro la gola le bruciava di più.
Sotto il tappeto di foglie fradice che ricopriva il suolo della foresta si nascondevano sassi grigi che rendevano insidiosa la salita, e le querce erano troppo alte per offrirle un appiglio nel caso fosse scivolata. Eppure, nonostante il rischio di cadere, Elide procedeva decisa e raggiunse la cima scoscesa, dove si lasciò cadere in ginocchio, la gamba stretta in una morsa di dolore.
Colline ricoperte di fitti boschi si stendevano in ogni direzione, e tutti quei tronchi d’albero erano come le sbarre di una gabbia senza fine.
Settimane, erano passate settimane da quando Manon Becconero e le Tredici l’avevano lasciata nella foresta e la comandante di plotone le aveva ordinato di dirigersi verso nord. In cerca della sua regina perduta, ormai adulta e potente, e in cerca anche di Celaena Sardothien, chiunque fosse, per ripagare il debito di vita che doveva a Kaltain Rompier.
Anche dopo settimane i sogni di Elide erano ancora tormentati da quei momenti finali a Morath; le guardie che avevano tentato di trascinarla via per impiantarle nel ventre la progenie Valg, la comandante di plotone che li massacrava tutti e l’atto finale di Kaltain Rompier, che si era strappata via quella strana pietra nera dal braccio e aveva ordinato a Elide di portarla a Celaena Sardothien.
E poco dopo aveva trasformato Morath in una rovina fumante.
Elide sfiorò con una mano sporca e tremante la protuberanza che le gonfiava la tasca all’altezza del petto nella divisa di volo che ancora indossava. Avrebbe quasi giurato di aver sentito una lieve pulsazione echeggiarle contro la pelle, un battito di risposta a quello velocissimo del suo cuore.
Elide rabbrividì nella luce acquosa del sole che filtrava attraverso la chioma degli alberi. L’estate pesava come una cappa sul mondo e faceva così caldo che l’acqua era diventata il bene più prezioso.
Lo era da sempre, naturalmente, ma ormai tutta la giornata, tutta la sua vita, girava attorno a essa.
Per fortuna Oakwald era ricca di ruscelli perché le ultime nevi si erano sciolte ed erano serpeggiate giù dai picchi dei monti. Elide però aveva imparato a sue spese quale acqua bere e quale no.
Per tre giorni era stata lì lì per morire, in preda alla febbre e ai conati di vomito, dopo aver bevuto l’acqua stagnante di un laghetto. Tre giorni passati a tremare così tanto che aveva temuto che le sue ossa si sarebbero spezzate. Tre giorni trascorsi a piangere, disperata all’idea di morire lì da sola, in quella foresta senza fine, dove nessuno l’avrebbe mai ritrovata.
E per tutto il tempo quella strana pietra aveva palpitato e pulsato nella tasca all’altezza del petto. Nei suoi sogni, deliranti per la febbre, Elide avrebbe giurato di averla sentita sussurrare, cantare ninnenanne in lingue che lei non credeva gli esseri umani potessero utilizzare.
Non l’aveva più sentita da allora, ma continuava a interrogarsi. E a chiedersi se fosse rimasto ancora qualche essere umano in vita oltre a lei.
A domandarsi se stesse portando verso nord un dono o una maledizione. E se Celaena Sardothien avrebbe saputo che cosa farne.
Dille che puoi aprire qualsiasi porta, se hai la chiave, le aveva ordinato Kaltain. Quando si fermava perché aveva bisogno di riposo, Elide spesso osservava quella pietra nera iridescente. Di certo non sembrava una chiave: era tagliata in modo approssimativo, come asportata da un pezzo di pietra più grande. Magari le parole di Kaltain erano un indovinello riservato esclusivamente a Celaena.
Elide si tolse dalle spalle la sacca ormai troppo leggera e aprì il lembo di tela. Aveva finito le scorte di cibo una settimana prima e da allora andava in cerca di bacche. Non sapeva quali erano commestibili, ma un sussurro di memoria degli anni trascorsi da bambina con la sua balia, Finnula, l’aveva spinta a passarsele sul polso prima di mangiarle per vedere se scatenavano qualche tipo di reazione.
Spesso, troppo spesso, era così.
Ma di tanto in tanto si imbatteva in un cespuglio carico di quelle giuste e allora si riempiva, la pancia e poi la sacca. Pescando all’interno della tela sporcata di rosa e blu, Elide estrasse l’ultima manciata rimasta, avvolta in una vecchia camicia, il tessuto bianco ormai del tutto coperto di macchie rosse e purpuree.
Una manciata, che doveva bastare fino a quando non avesse trovato qualcos’altro da mangiare.
Era divorata dalla fame, ma ne consumò solo la metà. Magari ne avrebbe trovate altre prima di fermarsi per la notte.
Non sapeva cacciare, e comunque il pensiero di catturare una creatura vivente e spezzarle il collo o frantumarle la testa con una pietra… non era ancora così disperata.
Forse, tutto considerato, non era una Becconero, nonostante l’eredità segreta del sangue di sua madre.
Elide si leccò le dita per pulirle dal succo di bacche e dallo sporco, e gemette rimettendosi in piedi sulle gambe rigide e doloranti. Non avrebbe resistito a lungo senza cibo, ma non poteva rischiare di avventurarsi nel villaggio con i soldi che le aveva dato Manon o di avvicinarsi a uno dei bivacchi di cacciatori che aveva individuato nelle ultime settimane.
No, aveva visto abbastanza della gentilezza e misericordia degli uomini. Non avrebbe mai dimenticato come quelle guardie le avevano mangiato con gli occhi il corpo nudo dopo che lo zio l’aveva venduta al duca Perrington.
Con una smorfia di dolore Elide si rimise la sacca sulle spalle e prese a discendere con cautela il pendio ripido della collina, facendosi strada fra rocce e radici.
Magari aveva preso la direzione sbagliata. E poi, comunque, da cosa si sarebbe accorta di aver varcato i confini di Terrasen?
E come avrebbe fatto a trovare la sua regina, la sua corte?
Elide scacciò quei pensieri e continuò a procedere mantenendosi nell’ombra ed evitando le radure soleggiate, che le avrebbero soltanto fatto venire più sete e più caldo.
Trovare l’acqua prima che scendessero le tenebre era forse più importante che trovare bacche.
Raggiunse i piedi della collina reprimendo un gemito alla vista del labirinto di legno e pietra che si estendeva dinanzi a lei.
Le parve di trovarsi nel letto di un fiume prosciugato che si incuneava fra le colline e curvava bruscamente verso nord. Le sfuggì un sospiro. Grazie Anneith. Almeno la Dea della Saggezza non l’aveva ancora abbandonata.
Finché le fu possibile, Elide seguì il letto del fiume, andando verso nord, quando all’improvviso…
Non sapeva esattamente con quale senso se ne fosse accorta. Non con l’olfatto, né con la vista o con l’udito, in quanto, tolti il puzzo del terreno marcescente, il sole e i massi, e il fruscio delle foglie molto più in alto della sua testa, non c’era nulla da percepire.
Eppure. Come se da un grande arazzo fosse stato tirato via un filo, il suo corpo si bloccò.
E un istante dopo anche il mormorio e il fruscio della foresta cessarono.
Elide ispezionò con lo sguardo le alture, il letto del fiume. Le radici di una quercia in cima alla collina più vicina sporgevano dal pendio erboso offrendo una copertura di legno e muschio protesa sul fiume prosciugato. Perfetto.
Si mosse verso quel riparo mentre la gamba martoriata le mandava fitte terribili di dolore e le pietre le urtavano e graffiavano le caviglie. Era quasi riuscita a toccare la punta delle radici quando riecheggiò in lontananza il primo boato.
Non era un tuono. No, era un suono che non avrebbe mai potuto dimenticare e che tormentava i suoi sogni nel sonno e nella veglia.
Un battito di ali possenti, ricoperte di pelle. Draghi.
E forse c’era un pericolo ancora più mortale: le Denti di Ferro che li cavalcavano e i cui sensi erano acuti e affilati come quelli delle loro cavalcature.
Elide si raggomitolò sotto la copertura offerta dalle spesse radici mentre il battito delle ali si avvicinava e la foresta si faceva silenziosa come un cimitero. Pietre e legnetti le graffiarono le mani nude e le ginocchia urtarono il suolo sassoso mentre si appiattiva contro il pendio e guardava in alto attraverso il groviglio di radici.
Un battito, e appena un istante dopo un altro. Di certo nella foresta tutti pensarono che si trattasse solo di un’eco, ma non Elide: lì c’erano due streghe.
Mentre era a Morath, era riuscita a scoprire che le Denti di Ferro avevano ricevuto l’ordine di tenere nascosto il loro numero. Volavano in una formazione perfetta e speculare, e chi era in ascolto pensava sempre che si trattasse di un drago solo.
Ma quelle due, chiunque fossero, erano poco attente. Poco attente, per quanto questo aggettivo si potesse applicare a streghe immortali e assassine. Forse erano parte di una congrega di basso profilo. Inviate in una missione esplorativa.
O a caccia di qualcuno, le suggerì una vocina terrorizzata nella testa.
Elide si appiattì ancora di più contro il suolo, le radici che le premevano contro la schiena mentre scrutava verso l’alto attraverso il groviglio.
Ed eccola. La sagoma sfocata di una figura mastodontica che volava velocissima proprio sopra il suo rifugio, smuovendo il fogliame. Un’ala membranosa avvolta di pelle, con la punta curva che terminava in un artiglio velenoso, lampeggiò nella luce del sole.
Era raro, davvero molto raro, che le streghe si mostrassero durante il giorno. A qualunque cosa stessero dando la caccia, doveva trattarsi di una preda importante.
Elide trattenne il respiro fino a quando il battito d’ali non si fece più attenuato e i draghi scomparvero verso nord.
Verso la Gola di Ferian, dove Manon aveva detto che si trovava la seconda metà dell’esercito.
La ragazza si mosse solo quando ripresero i rumori e il fruscio della foresta. Rimanere ferma così a lungo le aveva causato crampi ai muscoli, e quando prese ad allungare le gambe, poi le braccia, e a far roteare le spalle le sfuggì un lamento.
Senza fine, quel viaggio era senza fine. Avrebbe dato qualsiasi cosa in cambio di un tetto sicuro sulla testa. E di un pasto caldo. Magari cercare di procurarseli, seppure solo di notte, era un rischio che valeva la pena di correre.
Aveva fatto appena due passi lungo il letto del fiume prosciugato quando quello strano senso-che-non-era-un-senso si rianimò, come se una mano calda e femminile l’avesse afferrata per la spalla e costretta a fermarsi.
L’intrico di rami mormorava pieno di vita. Ma lei lo sentiva, sentiva che là fuori c’era qualcosa.
Non era una strega, però, e neppure un drago o una qualche bestia. Ma c’era qualcuno, qualcuno che la stava osservando.
Qualcuno che la stava seguendo.
Elide senza neppure pensarci strinse il coltello da combattimento che Manon le aveva dato prima di lasciarla in quella spaventosa foresta.
Se solo la strega le avesse anche insegnato a uccidere…
Lorcan Salvaterre era in fuga da quelle dannate bestie da ormai due giorni.
Non le biasimava. Le streghe non avevano affatto gradito quando lui si era insinuato di notte nel loro accampamento e aveva massacrato tre delle sentinelle, senza dar loro neppure il tempo di accorgersene, e ne aveva trascinata una quarta tra gli alberi per interrogarla.
Gli ci erano volute due ore per pie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. L’Imperodelle Tempeste
  5. CREPUSCOLO
  6. Parte prima. L’Evoca-Fuoco
  7. Parte seconda. Cuore ardente
  8. RINGRAZIAMENTI