Con le peggiori intenzioni
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Con le peggiori intenzioni

  1. 308 pagine
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Con le peggiori intenzioni

Informazioni su questo libro

L'epopea dei Sonnino, ricca famiglia di ebrei romani, dai tempi eroici dello sfrenato nonno Bepy, nell'immediato dopoguerra, ai giorni assai meno grandiosi dello sgangherato nipote Daniel. Le avventure, gli amori, le ossessioni e i tradimenti degli eroi vitalisti degli anni Sessanta e dei loro rampolli dorati e imbelli, dei giovani e dei vecchi, delle famiglie antiche e dei parvenu, dei fortunati e dei falliti, si succedono di festa in festa, di scandalo in scandalo. Il tutto narrato dalla voce di Daniel in un romanzo spettacolare in cui Piperno, vera rivelazione letteraria dei primi anni del Duemila, ha scolpito figure indelebili dell'ascesa e caduta di un mondo finora inesplorato. Un esordio letterario felice e inaspettato, una scrittura notevolissima per capacità evocativa e introspezione, in cui si sentono le voci di Philip Roth, di Saul Bellow e della grande tradizione ebraica, oltre al marchio di un talento freschissimo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804595076

Seconda parte

QUANDO L’INVIDIA DI CLASSE DEGRADÒ
IN DISPERATO AMORE

1.

Corso di mitomania applicata

Nel gennaio del Duemila ricevetti una telefonata dal professor J.R. Leiterman, gloria della comparatistica statunitense nonché entusiasta oppositore delle teorie imperdonabilmente autobiografiche espresse con violenza e furbizia nel mio primo libro Tutti gli ebrei antisemiti.
L’ineffabile decano Leiterman era felice d’invitarmi a un seminario organizzato dall’università della Pennsylvania dal titolo profetico:
I DESTINI DELLA LETTERATURA EBRAICA NEI TEMPI
DELLA PIENA ASSIMILAZIONE E DELLA MINACCIA ISLAMICA
Si diceva certo che una mia provocazione avrebbe avuto la forza d’irrigidire i flaccidi papillon dei superciliosi cattedratici d’Oltreoceano.
Accettai con gioia. Viaggio gratis e gente nuova. Quel che ci vuole per un accademico depresso.
Potevo forse prevedere che, mentre io fantasticavo sul tenore della mia concione, qualcuno, dall’altra parte del mondo, potesse meditare su come disintegrare il World Trade Center? Il destino ha deciso che il convegno fosse posticipato dalla primavera del Duemilauno all’autunno dello stesso anno, nel pieno del Planetario Cataclisma, che io avessi promesso a Giorgio Sevi, compagno di liceo che da anni fa soldi in America, un incontro a Manhattan, e che durante il trasferimento notturno da Pittsburgh a New York (su auto a nolo) fossi raggiunto da una telefonata di mio padre che m’informava, con la voce impastata dalla commozione, della morte di Nanni Cittadini.
Chissà perché la gente è così ansiosa di annunciare la morte d’un proprio simile, come se l’unica cosa davvero inesorabile fosse avvertita come la più imprevedibile. Al punto che un secondo dopo aver registrato la notizia del decesso ero lì ad arrovellarmi pensando a chi avrei potuto a mia volta comunicarla. Finché non venni bruciato dalla constatazione che le persone cui quella morte sarebbe interessata non erano più in rapporto con me da circa un quindicennio. E che quel lasso di tempo – inframmezzato da un’insoddisfacente razione di soddisfazioni accademiche – si era frapposto tra me e loro senza che mi fossi mai fermato a rimpiangerle.
È così che nel pieno della notte, come Amleto di fronte allo spettro del padre, ma con quanto divertimento in più e quanta minore angoscia, mi è apparso il fantasma di quell’uomo appena morto. Lo vedo risorgere sul cruscotto e sorridermi, nell’immagine decatizzata dal ricordo, immerso nel suo Eden di cachemire e di torbatissimi whisky al malto, nell’improbabile dimora di milionario al numero sette di via Aldrovandi, gialla e liberty come l’ambasciata d’un Paese di seconda fascia. Vedo Nanni Cittadini – proprio lui: il Santo Protettore dei miei odi interclassisti, il nonno dell’allora fanciulla Gaia che mi rovinò semplicemente l’adolescenza – incarnarsi di fronte ai miei occhi increduli, mentre quel brav’uomo di mio padre continua a filosofeggiare al telefono: «È l’ultimo ad andarsene della generazione di Bepy», e io dentro di me lo riprendo: per Dio, papà, quando ti libererai dall’idolatria per quel ripugnante pagliaccio? Ed è un capolavoro di filiale dedizione trattenere l’ilarità. Solitamente non trovo commovente la morte d’un ultraottuagenario. Ma date le circostanze la mia canonica indifferenza per la morte d’un ultraottuagenario qualsiasi si tramuta in una specie di euforia suscitata dalla morte di quel particolare ultraottuagenario.
Mi impegno a sbrigare al più presto la pratica-Giorgio-Sevi per rientrare fulmineamente alla base: voglio partecipare alle esequie di Nanni. A tutti i costi!
Che incanto lasciarsi elettrizzare dalla notizia, con il cuore strangolato dai ricordi di Gaia, Gaia, Gaia, preda di quel disincarnato melò che appartiene a noialtri Sonnino! Come se lei non fosse mai esistita, come fosse stato un mito fantasmagorico delle mie estati in Costiera e dei miei inverni dolomitici profumati di sciolina e vin brûlé, come se non mi avesse inflitto alcuna sofferenza, come se in quindici lunghi anni non l’avessi mitizzata e demitizzata almeno una dozzina di volte, come se non avessi patito l’assiduità di quel pensiero così foscamente determinato a perdurare.
Ebbene sì, Nanni è morto! E tu sei il più entusiasta becchino della Storia. Corri verso la città del trionfo della morte, a tua volta trionfante della morte d’uno specifico organismo biologico che hai sempre, sin dall’età di otto anni, detestato e invidiato alla nausea. Odiavi Nanni Cittadini con tutto te stesso. Ecco la sola cosa di cui non ti sei mai vergognato. E sebbene un odio postumo possa apparire inutile e insensato come un amore non corrisposto, forse per una vizza perversità apotropaica non vuoi (o non sai?) sbarazzarti ne dell’uno né dell’altro.
E chissà che non sia stata proprio l’euforia generata dalla notizia o da quell’intrico di domande che via via mi s’attorcigliavano dentro – Chi è Gaia? Dove vive? È sposata? Mi pensa ogni tanto? Perché dovrebbe pensarmi? È entrata nell’età in cui il novanta per cento delle ragazze iniziano a somigliare pericolosamente alle proprie madri e persino alle proprie nonne? Appartiene a quella categoria di trentenni affette da noiose idiosincrasie e ossessionate dagli spettri del fallimento? Come accoglierà la mia presenza alla cerimonia funebre? Ho la cravatta giusta?… – a preparare l’immersione nella Manhattan più angosciosa dai tempi della sua epica fondazione.
Finché, pesantemente in equilibrio tra lo Hudson e l’East River, immersa nella bolla rosa dell’alba e in un’azzurrata fantasia mattutina, l’isola mi offre il suo profilo: per la prima volta privata dei goffi gemelli d’acciaio.
Constatare l’orizzonte mutilato, cercando di epurarlo dalle simboliche implicazioni emotive, è stato difficile come quando diversi mesi fa in un ristorante ai Parioli m’imbattei in Silvia Toffan, stellare compagna di classe un tempo in cima alle hit parade del nostro mondo di altolocati liceali, privata da un tragico incidente stradale dei suoi splendidi arti inferiori. Ecco perché questo assurdo spettacolo dell’assenza, il capolavoro urbanistico del terzo millennio, mi ha serrato la gola di raccapriccio, ma anche di un certo sinistro gusto alla Sansone: due miti lontani della mia adolescenza (Silvia Toffan e New York) mostruosamente lacerati.
La giornata è fenomenale. I contorni oscillano tra il rosso il viola l’arancio e un radioso azzurro. La mia oblunga auto color miele si specchia nel mosaico d’un grattacielo dai riflessi bluastri. Costeggio adagio un autunnale Central Park da cartolina passando in rassegna lussuosi caseggiati custoditi da regali afroamericani in livrea, eppoi di seguito Guggenheim, Metropolitan, Frick Collection.
Ma è solo addentrandomi nello sferragliante trambusto del downtown – tra l’esercito di tassisti pakistani che per esorcizzare la diffidenza suscitata dai loro turbanti hanno attaccato agli specchietti piccole bandiere a stelle e strisce – che mi accorgo con sollievo, e a dispetto della prima impressione, che Manhattan non ha trovato di meglio che restarsene a Manhattan.
«Anche questo presto verrà fagocitato…» sentenzia un tizio alla radio con un tono apocalittico. Per quanto mi riguarda io fagocito la sua voce insieme a un pancake ai mirtilli impregnato di burro e sciroppo d’acero, seduto al bancone d’un non troppo affollato caffè della Cinquantesima. È come se il suono di quella voce, con l’aiuto di quella penosa poltiglia al caramello, mi trascinasse per il bavero del cappotto all’estate Ottantasei, nella mia terza consecutiva nonché ultima vacanza studio a Boston. Gaia esisteva. E molti altri, a ben pensarci, esistevano. Tutti allora avevano il sottostimato pregio di esistere! Dici bene, chiunque tu sia: anche questo presto verrà fagocitato…
L’idea di prenotare al Morgan è venuta da mio padre naturalmente. È da tempo che su certe cose ho perso il controllo. «È un delirio postmoderno alla Philippe Starck, tutto poltrone anni Quaranta e linee vertiginose…» mi ha detto l’altra sera al telefono ricorrendo a una delle sue espressioni genialmente fatue, dopo avermi torturato per un quarto d’ora nel tentativo di estorcermi la verità sull’accoglienza ricevuta da suo figlio e dalle sue strampalate idee antisemite in quel fortino ebraico dell’università di Pittsburgh. E io, dopo averlo a mia volta martirizzato raccontandogli la mia perdita di controllo e il biasimo della più intransigente platea con cui mi sia mai cimentato, ho ceduto, accogliendo il suo consiglio, violentando la mia natura reazionaria che chiede agli alberghi un lusso decrepito, liberty, ai limiti della pura magniloquenza… Cristo, duecentosessanta dollari a notte per questa lobby microscopica? Per non parlare del concierge affetto da statunitense paresi al sorriso che inarca appena il sopracciglio nel trovarsi di fronte a un tipo come me che non ha nulla del cliente abituale.
Dopo una doccia in un loculo in questa stanza per lillipuziani e una dormita fino al pomeriggio, mi alzo e scendo, con il mio trentennale fardello d’inadeguatezze, al bar dell’albergo, per il rendez-vous con il passato che persino durante il sonno mi ha tormentato gli intestini. Pagherei in diamanti per eludere quest’incontro.
Eppure solo quando la porta del velocissimo ascensore lentamente si schiude su una sala tutta decibel e morbide luci lillà che carezzano le dentature di cristoni griffati Calvin Klein e le curve di barbie internazionali che infondono un’ebbrezza panteista – solo allora mi sento realmente spacciato.
Come credere che il preppy dal sorriso stellare, simile a un commesso di Brooks Brothers, che si slancia verso di me in questo chiassoso bar del Middle East side sia Giorgio, il nostro emigrante di successo? Un individuo così irrilevante che quando pochi mesi fa mi ha telefonato nel piccolo studio all’università: «Ehi Daniel, sono Giorgio…», ho avvertito il bisogno di tergiversare: «Giorgio?», ottenendo in cambio un’incoraggiante conferma da quella voce: «Giorgio Sevi! Ho trovato il tuo numero sul sito dell’università. Spero di non disturbarti». «Ma per carità! … Giorgio. Dove diavolo sei? Da dove chiami? … Ma pensa te, Giorgio…», implorando le meningi d’un ultimo sforzo per associare a quel nome l’esile figura d’un ragazzino la cui sola prerogativa ai tempi della scuola era un’appetitosa avvenenza e un appena insufficiente intelletto. A quei tempi tutti sapevano che Giorgio e io eravamo gli estremi di un segmento affettivo al centro del quale brillava in tutto il suo fulgore e la sua bonomia il nostro eroe liceale: DAVID RUBEN detto DAV.
Ma quell’equidistanza dall’oggetto di tanta ammirazione piuttosto che sedimentare un’amicizia rese me e Giorgio – per un misto d’incompatibilità e competizione – nemici fervidi. Per capirlo basterebbe guardarci quindici anni dopo mentre ci stringiamo la mano diffidenti, non solo con la reciproca impressione che vedersi serva a poco, ma soprattutto con la coscienza che tra noi manca qualcuno o qualcosa di essenziale: erano millenni che non percepivamo così acutamente l’assenza di Dav.
Proprio di colui che, sebbene odiasse sentirselo ripetere, era la smagliante controfigura di Tom Cruise. Proprio del quattordicenne che sin dall’esordio nella nostra scuola aveva incendiato la fantasia di centinaia di ragazzine, contendendo il primato alla star hollywoodiana in giacchetta da Top Gun, la cui patinata effigie corredava i diari delle mie fanatiche compagne di classe.
Pur essendo il solo altro ebreo della mia scuola, Dav era la mia antitesi rilucente, come se il giudaismo, che su di me aveva agito in modo drasticamente caricaturale, lo avesse risparmiato: e lo scandalo consisteva proprio in quel genere di avvenenza, così civilmente rasserenante, di solito appannaggio dei chiusi altolocati ma nel suo caso marchiata da un nome e un cognome, non solo esotici, ma così inequivocabilmente ebraici: David Ruben: dei Ruben dei gioielli avrebbe precisato mia madre con un po’ d’orgoglio e un po’ d’invidia e nel tono medesimo con cui avrebbe detto i Piperno delle case o i Savelli dell’acciaio.
D’altro canto era evidente come il nostro biondo Tom Cruise, venti centimetri più alto dell’originale, avesse pagato pegno all’iconografia semita con il naso dalla punta lievemente all’ingiù: ma lo era altrettanto che lui dovesse il suo irresistibile democratico ascendente proprio a quella somatica imperfezione.
Quanto fosse stato arduo per Dav accreditarsi in una scuola di piazza di Spagna in cui la maggioranza degli allievi utilizzava la parola “rabbino” come sinonimo di “taccagno”, non saprei dire: ma suppongo dietro ci fosse la stessa logica che aveva condotto Silvia Toffan – ineffabile zaffira dalle splendide ancorché provvisorie gambe da pinup – a sostenere durante una memorabile interrogazione in geografia che il Kashmir era una pidocchiosa regione indiana che aveva preso il nome dai twin set di Burberry’s.
Le nostre difformità fisio-caratteriali non avevano impedito a Dav di mettersi alle mie calcagna come una sanguisuga, così come non avevano attenuato la mia impressione che lui fosse ciò che, se avessi potuto ricominciare, io avrei scelto di essere. Senza che, tuttavia, la mia devozione, impastata con l’invidia, riuscisse a rivelarsi schiettamente: per niente avrei rinunciato a mostrarmi sdegnosamente insensibile agli entusiasmi davidiani del mondo, intuendo che, al di là della correligionarietà, fosse questo il nodo della nostra unione: la ragione per cui i Dean Martin scelgono di frequentare i Jerry Lewis è nella capacità di questi ultimi di sbeffeggiarli là dove tutti li esaltano. Ma, d’altro canto, non saresti il prediletto dell’idolo delle folle se lui, a sua volta, non sapesse di essere la tua segreta aspirazione. E a cosa serve agitare le mani o parlare a voce alta per guadagnare la scena se a lui basta un sorriso per rapire gli sguardi da te solo temporaneamente attratti? La gente (soprattutto intorno ai sedici anni) mostra una naturale indulgenza per la bellezza e una cronica irritazione per lo sforzo intellettuale. Non restava che professare una monoteistica religione, fissando il feticcio delle nostre bionde urlacchianti ragazze con l’ammirazione di chi non avrebbe mai imparato a competere.
Quando un giorno Dav, per una leggerissima miopia, fu costretto a inforcare la sua prima montatura di occhiali – non troppo dissimili, in fondo, da quelli che avevano avvelenato la vita di tanti ragazzini come il sottoscritto assimilandoli a quella sottomarca di adolescenti comunemente noti come “quattrocchi” –, sul suo naso essi sembrarono un elemento di consacrazione. La sua bellezza assumeva agli occhi del mondo una legittimità morale, diventando allo stesso tempo seria e svagata. E come posso scordare che girando per i corridoi della nostra scuola seicentesca al fianco del neo-occhialuto David Ruben l’atmosfera si riempiva di un inconfondibile cicaleccio di ninfette? Come posso dimenticare che proprio in quei giorni il comitato del “David Ruben fan club”, fondato un anno prima da un gruppo di ragazze del Linguistico, indisse una riunione straordinaria per deliberare che l’Idolo con quella travolgente idea di mettere gli occhiali venisse definito – coram populo e senza tema di smentita – “il ragazzo più bello di tutti i tempi”?
La creatura cui “il ragazzo più bello di tutti i tempi” doveva il bronzeo fulgore e la smaniosa irrequietezza di quei contenti che non si risolvono alla felicità, era Karen, la madre.
Consideravo l’incontro con quella signora un’autentica “sbronza a prima vista”. D’altra parte non mi sarei mai più totalmente disintossicato dal cocktail afrodisiaco i cui ingredienti non smettevo di enumerare interiormente: quarantaduenne bionda poliglotta svampita indifferente griffata snob minata da umorali intermittenze, e assolutamente bella.
Temo la signora ripagasse la mia venerazione con distacco: quegli anni sono distinti nella memoria dalla mia vocazione a frequentare persone capaci di esaltare la mia futilità, ma nessuno riuscì a regalarmi un’impressione così vivida della mia umana irrilevanza come Karen Ruben. Eufemistico dire che non mi prendeva in considerazione come possibile interlocutore: semplicemente non esistevo. Non appartenevo a questo pianeta. Diceva di aver conosciuto Bepy, tanti anni prima, a una festa su una terrazza di Positano. Diceva di averne sopportato il corteggiamento. E di non essere riuscita a dimenticarlo. E lo diceva come se mi stesse elargendo un premio, o per meglio dire, un importante attestato. Ecco perché, quando m’incontrava (poteva capitare dieci volte nell’arco della stessa giornata), mi diceva, in preda a un riflesso condizionato: «Sai che tuo nonno era proprio un bell’uomo, così chic e perbene…». Tale giudizio – che molti degli incazzati creditori di Bepy avrebbero ritenuto parzialmente incongruo – veniva da lei sospirato con la stupefazione di chi constata un fenomeno paranormale: la corruzione genetica capace di degradare il discendente d’un uomo très charmant in uno sfigatello cronico.
Karen era allergica al passato. Si sarebbe detto che il suo modo di essere ancorata al presente avesse un che di malsano.
E chi – guardandola – avrebbe detto che lei fosse uscita dall’inferno?
Era come se la tragica avventura della sua famiglia non avesse lasciato tracce. Allo stesso tempo però, a controbilanciare l’impressione d’un passato inesistente, la macchia che il tempo aveva impresso su di lei era percepibile nell’anacronismo del suo stile di vita. Forse sotto l’influenza della mia condizione di neo-lettore di romanzi ottocenteschi, mi veniva facile identificare in Karen l’incarnazione vivente di tante rarefatte eroine fin de siècle. Questo se non altro rendeva le seghe che le dedicavo, durante i pomeriggi in casa Ruben, un tributo al mio amore per la letteratura decadente: avere tra le mani e sul naso un collant di Karen equivaleva, nella mia fantasia, a possedere le lastre dei malandati polmoni di Claudia Chauchat. Come non accorgersi, d’altronde, che la voluttuosa erre blesa di Karen – glamour franco-prussiano che aveva inciso anche la lingua e il palato di David – durante le mie fulminee maratone nel cesso dei Ruben serviva egregiamente la causa della mia eccitazione? “Ehi piccolo, qui c’è tanta saliva per te!” sussurrava al suo Fanatico Onanista la Signora della mia fantasia, la cui versione in carne e ossa avrei trovato pochi istanti dopo in salotto in piscina in serra od ovunque avesse scelto di essere.
L’inferno di Karen aveva il nome d’una località, così trito da risultare impronunciabile.
Buchenwald.
In quel sito adiacente all’olimpica Weimar, i suoi genitori – due distinti signori alsaziani – erano stati annientati quando lei era ancora troppo piccina per soffrirne e per serbarne memoria. Karen era stata cresciuta a Parigi da una prozia scampata alle stragi hitleriane (in quanto moglie di un diplomatico cattolico), che Karen aveva preso pomposamente a chiamare “maman”. Eppoi c’erano stati gli anni a Le Rosey, collegio ginevrino, come conviene a una fanciulla della buona borghesia francese. Le Rosey perché entrasse in contatto con quella macedonia di aristocrazie industriali e nobiltà di sangue che le forgiassero gusti e aspirazioni. Karen s’era trovata a frequentare il jet set che alla fine degli anni Cinquanta celebrava i suoi riti tra S...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dello stesso autore
  3. Con le peggiori intenzioni
  4. PRIMA PARTE - Come vissero i Sonnino
  5. SECONDA PARTE - Quando l’invidia di classe degradò in disperato amore
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright