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L'appello
Informazioni su questo libro
Vent'anni dopo essere stato condannato a morte per un orrendo delitto, e poco prima dell'esecuzione, Sam Cayhall trova un giovane avvocato che vuole a tutti i costi riaprire la causa. Una disperata battaglia legale che nasconde un terribile segreto.
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Informazioni
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9788804407225eBook ISBN
97888520434991
La decisione di mettere una bomba nello studio dell’ebreo radicale fu presa con relativa facilità. Nell’operazione erano coinvolti in tre. Il primo era quello che ci metteva i soldi. Il secondo era uno del posto che conosceva la zona. E il terzo era un giovane patriota fanatico, esperto di esplosivi e abilissimo nell’arte di scomparire senza lasciar tracce. Dopo l’attentato, fuggì dal paese e si nascose per sei anni nell’Irlanda del Nord.
La vittima si chiamava Marvin Kramer, ed era un ebreo del Mississippi di quarta generazione; la sua famiglia aveva fatto fortuna con l’attività mercantile nel Delta. Viveva in una casa di prima della guerra civile a Greenville, una città sul fiume con una comunità ebraica piccola ma forte, una località amena che aveva ben pochi precedenti di dissidi razziali. Esercitava la professione legale perché il commercio lo annoiava. Come moltissimi altri ebrei di origine tedesca, i suoi si erano integrati benissimo nella cultura del Profondo Sud, e si consideravano tipici Southerners che per caso professavano una fede diversa. In quella zona l’antisemitismo si manifestava molto di rado. Nella maggior parte dei casi, gli ebrei si amalgamavano al resto della comunità e si occupavano dei loro affari.
Marvin era diverso. Il padre l’aveva mandato al Nord, a Brandeis, verso la fine degli anni Cinquanta. Vi aveva passato quattro anni, e poi per tre anni aveva frequentato la facoltà di legge alla Columbia University; e quando era tornato a Greenville nel 1964, il movimento per i diritti civili aveva puntato i riflettori proprio sul Mississippi. Marvin si gettò subito nella mischia. Meno di un mese dopo aver aperto un piccolo studio legale, fu arrestato con due dei suoi compagni di Brandeis perché aveva tentato di far iscrivere alcuni negri nelle liste elettorali. Suo padre era furioso. La famiglia era molto imbarazzata, ma a Marvin non importava nulla. Aveva venticinque anni quando ricevette la prima minaccia di morte e cominciò ad andare in giro armato. Comprò una pistola per la moglie, una ragazza di Memphis, e consigliò alla cameriera negra di tenerne una nella borsa. I Kramer avevano due gemelli di due anni.
La prima causa per i diritti civili intentata nel 1965 dallo studio legale Marvin B. Kramer & Soci (a quel tempo però i soci non c’erano ancora) metteva sotto accusa una quantità di discriminazioni elettorali da parte delle autorità locali. Il processo finì sulle prime pagine dei giornali dello stato, assieme alla foto di Marvin. E il suo nome fu aggiunto dal Ku Klux Klan all’elenco degli ebrei da perseguitare. Eccolo lì il campione, un avvocato ebreo radicale con la barba e il cuore tenero, che aveva studiato al Nord con insegnanti ebrei, e adesso marciava con i negri e li difendeva nel Delta del Mississippi. Intollerabile.
Più tardi corse voce che l’avvocato Kramer pagava di tasca propria le cauzioni per i Freedom Riders e per gli attivisti dei diritti civili. Intentava cause contro i servizi pubblici e privati riservati ai bianchi. Contribuì alla ricostruzione di una chiesa di negri che era stata distrutta da una bomba del Klan. Era stato visto perfino accogliere i negri in casa sua. Teneva conferenze a organizzazioni ebraiche, su al Nord, e le esortava a partecipare alla lotta. Scriveva lettere di fuoco ai giornali, anche se ne venivano pubblicate pochissime. L’avvocato Kramer stava marciando audacemente incontro alla propria fine.
La presenza di una guardia notturna che faceva la ronda intorno ai giardinetti scongiurò un attacco contro la casa di Kramer. Marvin pagava la guardia da due anni: era un ex poliziotto ben armato, e i Kramer avevano fatto sapere a tutta Greenville che erano protetti da un tiratore scelto. Naturalmente, il Klan sapeva della guardia, e sapeva che era meglio lasciar perdere. Per questo fu deciso di far saltare lo studio di Kramer, non la casa.
Bastò pochissimo tempo per programmare l’operazione, soprattutto perché erano coinvolte così poche persone. L’uomo che aveva i soldi, uno scalmanato profeta locale che si chiamava Jeremiah Dogan, a quel tempo svolgeva le funzioni di Imperial Wizard del Klan nel Mississippi. Il suo predecessore era finito in carcere, e Jerry Dogan si divertiva molto a organizzare gli attentati. Non era uno stupido. Anzi, più tardi l’Fbi dovette ammettere che Dogan era un terrorista davvero efficiente perché delegava il lavoro sporco a piccoli gruppi autonomi di killer che operavano indipendentemente l’uno dall’altro. L’Fbi era diventato esperto nell’infiltrare informatori nel Klan; e Dogan non si fidava di nessuno, eccettuati i familiari e pochissimi complici. Era proprietario della più grande rivendita di auto usate di Meridian, Mississippi, e aveva guadagnato un sacco di soldi con ogni genere di affari discutibili. Qualche volta andava a predicare nelle chiese battiste di campagna.
Il secondo componente del gruppo era un membro del Klan che si chiamava Sam Cayhall ed era di Clanton, Mississippi, nella contea Ford, tre ore a nord di Meridian e un’ora a sud di Memphis. L’Fbi conosceva Cayhall, ma ignorava i suoi legami con Dogan. Lo considerava innocuo perché abitava in un’area dello stato dove l’attività del Klan era quasi inesistente. Negli ultimi tempi qualche croce era stata bruciata nella contea di Ford, ma non c’erano state bombe né omicidi. L’Fbi sapeva che il padre di Cayhall aveva fatto parte del Klan, ma nel complesso la famiglia sembrava piuttosto tranquilla. Il reclutamento di Sam Cayhall da parte di Dogan era stato una mossa geniale.
L’attentato allo studio di Kramer incominciò con una telefonata la notte del 17 aprile 1967. Jeremiah Dogan, il quale aveva buoni motivi per sospettare che i suoi telefoni fossero sotto controllo, aveva atteso fino a mezzanotte e poi era andato in auto alla cabina telefonica di una stazione di servizio a sud di Meridian. Inoltre, sospettava di essere seguito dall’Fbi, e aveva ragione anche in questo. I federali lo sorvegliavano, ma non potevano sapere a chi telefonasse.
Sam Cayhall ascoltò in silenzio, fece un paio di domande, poi riattaccò. Tornò a letto e non disse niente alla moglie. Lei sapeva che non era il caso di fare domande. L’indomani mattina Sam uscì presto e andò in macchina a Clanton. Fece colazione al Coffee Shop, poi telefonò da un apparecchio pubblico del tribunale della contea di Ford.
Tre giorni più tardi, il 20 aprile, Cayhall lasciò Clanton verso l’imbrunire e dopo due ore arrivò a Cleveland, Mississippi, una città universitaria del Delta a un’ora da Greenville. Attese per quaranta minuti nel parcheggio di un affollatissimo centro commerciale, ma non vide neppure l’ombra di una Pontiac verde. Mangiò pollo fritto in un modesto ristorantino, poi proseguì per Greenville per compiere una ricognizione intorno allo studio legale di Marvin B. Kramer & Soci. Cayhall aveva trascorso un giorno intero a Greenville due settimane prima e conosceva piuttosto bene la città. Trovò lo studio di Kramer, quindi passò davanti alla sua bella e ricca casa, e infine andò alla sinagoga. Dogan gli aveva detto che forse la prossima volta sarebbe toccato alla sinagoga, ma prima dovevano sistemare l’avvocato ebreo. Alle undici Cayhall tornò a Cleveland, e vide la Pontiac verde non nel parcheggio del centro commerciale bensì davanti a un locale per camionisti sull’Highway 61, il luogo che gli era stato indicato come secondo. Trovò la chiave sotto il tappetino, mise in moto e andò a fare un giro fra le prospere campagne del Delta. Svoltò in una stradetta poderale e aprì il portabagagli. In una scatola di cartone coperta da giornali trovò quindici candelotti di dinamite, tre detonatori e una miccia. Andò in città e attese in un caffè aperto tutta la notte.
Alle due in punto del mattino il terzo componente del gruppo entrò nel locale affollato di camionisti e sedette di fronte a Sam Cayhall. Si chiamava Rollie Wedge; era giovane, non aveva più di ventidue anni, ma era un affidabile veterano della guerra per i diritti civili. Diceva di essere della Louisiana, e viveva fra le montagne dove nessuno sarebbe riuscito a scovarlo. Sebbene non avesse l’abitudine di vantarsi, aveva ripetuto più volte a Sam Cayhall che si aspettava di finire ucciso nella lotta per la supremazia dei bianchi. Il padre aveva un’impresa di demolizioni, ed era da lui che aveva imparato a usare gli esplosivi. Anche il padre faceva parte del Klan, diceva, e da lui aveva assimilato l’odio.
Sam sapeva ben poco di Rollie e non credeva a tutto ciò che diceva. Non aveva mai chiesto a Dogan dove l’aveva scovato.
Presero il caffè e per mezz’ora parlarono del più e del meno. Ogni tanto la tazza di Cayhall tremava un po’ perché era piuttosto nervoso, ma Rollie era calmo e determinato. Non batteva mai le palpebre. Avevano compiuto insieme imprese analoghe già diverse volte, e Cayhall si meravigliava di vedere tanta freddezza in uno così giovane. Aveva riferito a Jeremiah Dogan che il ragazzo non perdeva mai la calma, neppure quando si avvicinavano ai loro obiettivi e doveva maneggiare la dinamite.
Wedge aveva noleggiato la macchina all’aeroporto di Memphis. Prese un sacchettino dal sedile posteriore, chiuse a chiave le portiere e la lasciò davanti al locale per camionisti. La Pontiac verde con Cayhall al volante lasciò Cleveland e si diresse verso sud sulla Highway 61. Erano quasi le tre e non c’era traffico. Qualche chilometro più a sud del paesetto di Shaw, svoltò in una strada sterrata buia e si fermò. Rollie gli disse di restare in macchina mentre ispezionava gli esplosivi, e Sam obbedì. L’altro prese il suo sacchettino, lo portò nel baule e controllò la dinamite, i detonatori e la miccia. Lasciò il sacchetto nel baule, lo chiuse e disse a Sam di dirigersi verso Greenville.
Passarono una prima volta davanti allo studio di Kramer verso le quattro. La via era buia e deserta, e Rollie commentò che sarebbe stato il lavoro più facile che gli fosse mai capitato.
«È un peccato che non possiamo far saltare la casa» disse a voce bassa mentre passavano davanti all’abitazione di Kramer.
«Già, un peccato» commentò nervosamente Sam. «Ha un guardiano, lo sai.»
«Sì, lo so. Però sarebbe facile, anche con il guardiano.»
«Lo immagino. Ma ci sono i suoi figli.»
«Meglio ammazzarli finché sono piccoli» rispose Rollie. «I piccoli bastardi ebrei poi crescono e diventano grossi bastardi ebrei.»
Cayhall fermò la macchina in un vicolo dietro lo studio di Kramer. Spense il motore e tutti e due aprirono con calma il portabagagli, presero la scatola e il sacchetto e scivolarono furtivi lungo la siepe che conduceva all’ingresso posteriore.
Sam scassinò la porta in pochi secondi. Entrarono. Due settimane prima Sam si era presentato all’impiegata con la scusa di chiedere un’indicazione stradale, e aveva chiesto il permesso di andare in bagno. Nel corridoio, fra il bagno e quello che doveva essere lo studio di Kramer, c’era uno stretto ripostiglio pieno di vecchie pratiche e altre scartoffie legali.
«Resta vicino alla porta e tieni d’occhio il vicolo» bisbigliò Wedge, e Sam obbedì senza discutere. Preferiva fare il palo ed evitare di maneggiare esplosivi.
Con gesti rapidi Rollie posò la scatola sul pavimento del ripostiglio e fissò i cavetti alla dinamite. Era un lavoro delicato, e Sam si sentiva battere ogni volta il cuore all’impazzata mentre attendeva. Voltava sempre le spalle agli esplosivi, nell’eventualità che qualcosa andasse storto.
Rimasero nello studio meno di cinque minuti. Poi tornarono nel vicolo e si avviarono con passo disinvolto verso la Pontiac verde. Stavano diventando invincibili. Era tutto così facile. Avevano messo una bomba in un’agenzia immobiliare di Jackson perché il titolare aveva venduto una casa a una coppia di negri. Era un agente immobiliare ebreo. Ne avevano messo un’altra nella redazione di un piccolo giornale perché il direttore aveva assunto una posizione neutrale nei confronti della segregazione. Avevano fatto saltare una sinagoga di Jackson, la più grande dello stato.
Percorsero il vicolo a fari spenti, e li accesero solo quando imboccarono una strada laterale.
In tutti gli attentati precedenti Wedge si era servito di una miccia da quindici minuti che si accendeva semplicemente con un fiammifero, molto simile a un mortaretto. E per chiudere l’impresa come meritava, i due avevano preso l’abitudine di girare con i vetri abbassati alla periferia della città mentre l’esplosione squarciava il bersaglio. Avevano udito ognuna delle deflagrazioni precedenti da una distanza di sicurezza, e la macchina aveva tremato mentre si allontanavano con tutta calma.
Ma quella notte le cose andarono in modo diverso. Sam a un certo punto sbagliò a svoltare, e dovettero fermarsi a un passaggio a livello e restare a guardare le luci lampeggianti di un treno merci che passava sferragliando davanti a loro. Era un merci molto lungo. Sam controllò l’orologio più di una volta, Rollie taceva. Il treno passò, e Sam sbagliò di nuovo a svoltare. Erano vicino al fiume e scorgevano un ponte in lontananza, e la strada era fiancheggiata da case malridotte. Sam controllò ancora l’orologio. Il suolo avrebbe tremato fra meno di cinque minuti, e quando fosse accaduto, lui avrebbe preferito trovarsi nel buio di un’autostrada deserta. Rollie fece un cenno d’impazienza come se fosse irritato con Sam, ma non disse nulla.
Un’altra svolta, un’altra via. Greenville non era una città molto grande, e Sam pensava che se continuava a svoltare avrebbe finito per ritrovarsi in una strada familiare. La successiva svolta sbagliata fu anche l’ultima. Sam frenò bruscamente non appena si accorse di aver imboccato contromano una via a senso unico. E nel momento in cui schiacciò il freno, il motore si spense. Con uno strattone mise in folle e girò la chiave dell’accensione. Il motorino d’avviamento funzionava perfettamente, ma l’auto non si muoveva. E poi sentì puzza di benzina.
«Maledizione!» sibilò Sam a denti stretti. «Maledizione!»
Rollie si acquattò sul sedile e guardò dal finestrino.
«Maledizione! Si è ingolfato!» Sam girò di nuovo la chiave e ottenne lo stesso risultato.
«Non scaricare la batteria» consigliò calmo Rollie.
Sam era sull’orlo del panico. Anche se si era perso, era quasi sicuro di non essere lontano dal centro. Respirò a fondo e osservò la strada. Diede un’occhiata all’orologio. Non c’erano in vista altre auto. Tutto era tranquillo. Era lo scenario ideale per un attentato dinamitardo. Gli sembrava di vedere la miccia bruciare sul pavimento di legno. Sentiva il tremito violento del suolo. Udiva lo schianto di legno e pietra, mattoni e vetro. “Diavolo” pensò mentre tentava di calmarsi, “qualche frammento potrebbe pioverci addosso.”
«Dogan poteva almeno mandarci una macchina decente» borbottò fra sé. Rollie non rispose. Teneva lo sguardo fisso su qualcosa al di là del finestrino.
Erano trascorsi almeno quindici minuti da quando erano usciti dallo studio di Kramer, e stava per scoppiare tutto. Sam si asciugò la fronte madida di sudore e provò di nuovo a girare la chiave. Per fortuna, il motore partì. Rivolse un sorriso tirato a Rollie, che sembrava del tutto indifferente. Fece retromarcia per poco più di un metro, quindi sfrecciò via. La prima strada gli sembrò familiare. Dopo due isolati arrivarono in Main Street. «Che razza di miccia hai usato?» chiese finalmente mentre svoltavano sulla Highway 82, a meno di dieci isolati dallo studio di Kramer.
Rollie scrollò le spalle come se la cosa riguardasse soltanto lui e Sam non avesse il diritto di far domande. Rallentarono quando passarono accanto a una macchina della polizia ferma sul bordo della strada, e accelerarono di nuovo appena furono in periferia. Pochi minuti più tardi, Greenville era dietro di loro.
«Che razza di miccia hai usato?» chiese di nuovo con tono aspro.
«Ho provato qualcosa di nuovo» rispose Rollie senza guardarlo.
«Cosa?»
«Tanto, non capiresti» replicò Rollie. Sam rimuginò a lungo fra sé.
«Un congegno a tempo?» chiese dopo qualche chilometro.
«Qualcosa del genere.»
Arrivarono a Cleveland nel silenzio più assoluto. Per qualche chilometro, mentre le luci di Greenville sparivano lentamente sulla pianura, Sam si aspettò di vedere un globo di fuoco o di sentire un rombo lontano. Non successe niente. Wedge riuscì addirittura a fare un sonnellino.
Il locale per camionisti era affollato. Come sempre, Rollie scese e chiuse la portiera con la sicura. «Alla prossima volta» disse sorridendo attraverso il finestrino, e si avviò verso la macchina presa a noleggio. Sam lo seguì con lo sguardo e per l’ennesima volta si meravigliò del suo autocontrollo.
Erano le cinque e mezzo passate da cinque minuti, e un barlume arancione si stava insinuando nel buio a est. Sam raggiunse la Highway 61 e si diresse a sud.
L’orrore dell’attentato a Kramer ebbe inizio all’incirca nel momento in cui Rollie Wedge e Sam Cayhall si separavano a Cleveland. Cominciò con lo squillo della sveglia sul comodino non lontano dal cuscino di Ruth Kramer. Q...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’appello
- 1
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- 9
- 10
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