Il treno speciale del Führer era straordinariamente pesante, tutto rivestito di lamiere d’acciaio saldate. Correva inesorabile nella notte, diretto verso sud a una media di cinquantacinque chilometri orari. Non si fermava. Non rallentava. Attraversava grandi città come Lipsia e paesi di campagna e, tra questi, vaste distese di nulla interrotte di tanto in tanto dalle luci di una fattoria isolata.
Hartmann giaceva insonne, con indosso solo la biancheria intima, nella cuccetta superiore, e scostava la tenda avvolgibile con la punta delle dita per poter scrutare l’oscurità. Aveva l’impressione di viaggiare su un transatlantico attraverso un oceano incommensurabile. Era quella vastità che non era mai riuscito a descrivere ai suoi amici di Oxford – il cui concetto di nazione era convenientemente definito da una costa – quel paesaggio duro e sconfinato, dal genio fertile e dalle possibilità illimitate, che solo un costante sforzo di volontà e di immaginazione poteva trasformare in uno Stato moderno. Era difficile esprimere queste sensazioni senza apparire mistici. Neppure Hugh aveva capito. Con gli inglesi si faceva sempre la figura dei tedeschi nazionalisti… e comunque, che c’era di male in questo? La corruzione dell’onesto patriottismo era una delle molte cose che Hartmann non avrebbe mai perdonato al caporale austriaco.
Il respiro ritmico e pesante di Sauer saliva attraverso il materasso sottile. Prima ancora di uscire da Berlino, lo Sturmbannführer aveva fatto pesare il proprio grado e insistito per prendere la cuccetta inferiore, e Hartmann non aveva fatto obiezioni. Significava che avrebbe potuto mettere i suoi effetti personali nel portapacchi sopra la sua testa. La retina si incurvava sotto il peso della valigia. Non l’aveva persa di vista neppure un attimo.
Poco dopo le cinque del mattino notò che i margini del cielo cominciavano a diventare di un grigio ostrica. Gradualmente emersero le creste scure delle montagne coperte di pini, frastagliate come denti di una sega contro la luce crescente, mentre nelle valli la foschia bianca pareva solida come un ghiacciaio. Per mezz’ora rimase a osservare la campagna che si colorava: prati verdi e gialli, villaggi dai tetti rossi, campanili di legno pitturati di bianco, un castello con la torretta e persiane azzurre accanto a un fiume lento che doveva essere il Danubio. Quando fu certo che mancassero pochi minuti all’alba, si mise a sedere e con prudenza tirò giù la valigia.
Fece scattare le chiusure una per volta, attutendo il rumore con la mano, e sollevò il coperchio. Tirò fuori il documento e se lo infilò sotto la canottiera, poi indossò una camicia bianca pulita e l’abbottonò. Prese la pistola dalla tasca della giacca e la avvolse nei pantaloni. Con i pantaloni in una mano e il nécessaire sotto l’altro braccio, scese con cautela la scaletta. Quando i suoi piedi nudi toccarono il pavimento dello scompartimento, Sauer borbottò qualcosa e si girò dall’altra parte. La sua uniforme era appesa a una gruccia ai piedi della cuccetta: prima di andare a dormire aveva passato parecchio tempo a spazzolarla e a togliere le pieghe. Gli stivali erano perfettamente allineati sotto di essa. Hartmann attese che il suo respiro tornasse regolare, quindi sollevò lentamente il fermo della porta e la aprì facendola scorrere di lato.
Il corridoio era deserto. Hartmann avanzò ondeggiando verso la toilette in fondo alla carrozza. Una volta dentro, tirò il chiavistello e accese la luce. Come il resto dello scompartimento era rivestita di legno chiaro lucido, con accessori modernisti in acciaio inossidabile: sulle manopole dei rubinetti c’erano delle piccole svastiche. (Impossibile sfuggire all’estetica del Führer, pensò Hartmann, neppure quando andavi al cesso.) Si osservò la faccia nello specchio sopra il minuscolo lavandino. Disgustosa. Si tolse la camicia e si insaponò il mento. Fu costretto a radersi a gambe divaricate per tenersi in equilibrio con il treno in movimento. Quando ebbe terminato si asciugò la faccia, quindi si accucciò per ispezionare il pannello di legno sotto il lavandino. Fece correre le dita tutto attorno finché trovò una fessura. Tirò e il pannello venne via senza difficoltà, scoprendo le tubature. Prese la pistola avvolta nei pantaloni, la incastrò dietro il tubo dello scarico e rimise a posto il pannello. Cinque minuti dopo era di ritorno lungo il corridoio. Oltre i finestrini, lungo i binari, correva un’autostrada deserta, scintillante nella prima luce del giorno.
Aprì la porta dello scompartimento e trovò Sauer, in mutande e maglietta, chino sulla cuccetta inferiore. Aveva svuotato la sua valigia e stava frugando tra il contenuto. Posata accanto c’era la sua giacca: pareva che l’avesse già perquisita. Non si prese neppure la briga di voltarsi verso di lui.
«Scusi, Hartmann. Niente di personale. Sono sicuro che lei è una persona perbene. Ma quando un uomo è così vicino al Führer, non sono disposto a correre rischi.» Si alzò e indicò la roba gettata alla rinfusa sul materasso. «Ecco fatto. Può rimettere tutto dentro.»
«Non vuole perquisire anche me, già che c’è?» Hartmann alzò le mani.
«Non sarà necessario.» Gli diede una pacca sulla spalla. «Andiamo, amico… non faccia l’offeso! Mi sono scusato. Sa bene anche lei che il ministero degli Esteri pullula di reazionari. Cos’è che dice sempre Göring, parlando di voi diplomatici? Che passate tutta la mattinata a far la punta alle matite e tutto il pomeriggio a prendere il tè?»
Hartmann finse di offendersi, poi fece un brusco cenno con la testa. «Lei ha ragione. Ammiro la sua cautela.»
«Ottimo. Mi aspetti qui mentre vado a farmi la barba e poi andremo a fare colazione.»
Prese uniforme e stivali e uscì in corridoio.
Quando se ne fu andato, Hartmann tirò fuori il documento da sotto la canottiera. Gli tremavano le mani. Lo mise dentro la valigia. Di certo Sauer non l’avrebbe perquisita un’altra volta, no? O invece sì? Se l’immaginò in quello stesso momento, inginocchiato a ispezionare la parete sotto il lavandino. Piegò i vestiti e li rimise in valigia, la richiuse e la sistemò di nuovo sulla retina. Quando ebbe finito di vestirsi, riacquistata la calma, udì un rumore di passi pesanti in corridoio. La porta si aprì ed ecco Sauer, di nuovo con la sua uniforme da SS, come se fosse di ritorno da una parata. Gettò il nécessaire sul letto. «Andiamo.»
Dovettero attraversare un altro vagone letto per arrivare alla carrozza ristorante. A quel punto erano tutti svegli. Uomini vestiti solo per metà o ancora in mutande si incrociavano nel corridoio stretto e aspettavano in coda davanti alle toilette. C’era puzza di sudore e sigarette, un’atmosfera da spogliatoio, e risate quando il treno sobbalzava e li mandava a sbattere l’uno contro l’altro. Sauer scambiò qualche “Heil” con un paio di camerati delle SS. Aprì la porta di comunicazione e Hartmann lo seguì, camminando sulla passerella che portava alla carrozza ristorante. Lì era molto più tranquillo: tovaglie di lino bianco, tintinnio di posate sui piatti di porcellana, un cameriere che spingeva un carrello carico di cibo. In fondo alla carrozza, un generale dell’esercito in uniforme da campo grigia e mostrine rosse sul colletto stava parlando a un terzetto di ufficiali. Sauer si accorse che Hartmann lo fissava. «Quello è il generale Keitel» disse. «Capo del comando supremo delle forze armate. Sta facendo colazione con gli aiutanti militari del Führer.»
«Cosa ci fa un generale a una conferenza di pace?»
«Potrebbe non rivelarsi una conferenza di pace.» Sauer fece l’occhiolino.
Presero un tavolo per due lì vicino. Hartmann si sedette con la schiena rivolta alla locomotiva. L’interno della carrozza si fece più buio quando passarono sotto la tettoia di una stazione. Sul binario una fila di passeggeri in attesa salutò con la mano. Immaginò che avessero fatto un annuncio con l’altoparlante per informare che il treno in transito era quello di Hitler. Volti entusiasti sfrecciarono oltre il finestrino in un turbine di vapore.
«Se non altro» proseguì Sauer, spiegando il tovagliolo, «la presenza del generale Keitel rammenterà a quegli anziani signori di Londra e Parigi che basta una parola del Führer perché l’esercito varchi la frontiera ed entri in Cecoslovacchia.»
«Credevo che Mussolini avesse messo fine alla mobilitazione.»
«Il Duce salirà sul treno per la tratta finale del viaggio fino a Monaco. Chi può sapere cosa accadrà quando i due leader del nazifascismo si consulteranno? Il Führer potrebbe convincere Mussolini a cambiare idea.» Fece cenno al cameriere perché portasse loro del caffè. Quando tornò a voltarsi verso il tavolo, gli brillavano gli occhi. «Lo ammetta, Hartmann, qualunque cosa succeda… non è una soddisfazione enorme, dopo tutti questi anni di umiliazione nazionale, vedere finalmente gli inglesi e i francesi fare quello che vogliamo noi?»
«Di certo è un risultato straordinario.» Quell’uomo era ebbro, pensò Hartmann: ubriaco di sogni di vendetta da omuncolo. Arrivò un vassoio colmo di cibo ed entrambi si riempirono i piatti. Hartmann prese un panino e lo spezzò a metà. Scoprì di non avere appetito, anche se non ricordava quando fosse stata l’ultima volta che aveva toccato cibo. «Posso chiederle, Sauer, cosa faceva prima di entrare a far parte dello staff del ministero degli Esteri?» In realtà non gli interessava: stava solo cercando di fare conversazione.
«Lavoravo nell’ufficio del Reichsführer-SS.»
«E prima ancora?»
«Prima che il partito salisse al potere, intende dire? Vendevo automobili a Essen.» Stava mangiando un uovo sodo. Aveva un pezzettino di tuorlo appiccicato al mento. «Ah, so cosa sta pensando, Hartmann. “Che uomo volgare! Un venditore di automobili! E ora si crede un secondo Bismarck!” Ma noi abbiamo fatto qualcosa che quelli come voi non sono mai riusciti a fare. Abbiamo reso di nuovo grande la Germania.»
«A dire il vero» ribatté Hartmann pacato «stavo pensando che ha dell’uovo sul mento.»
Sauer posò coltello e forchetta e si pulì la bocca con il tovagliolo. Era diventato rosso in faccia. Era stato un errore prenderlo in giro, pensò Hartmann. Sauer non lo avrebbe mai perdonato. E prima o poi – forse quel giorno stesso, o il mese dopo, o forse da lì a un anno – avrebbe consumato la sua vendetta.
Il pasto riprese in silenzio.
«Herr Von Hartmann?»
Hartmann si voltò. Un uomo corpulento in abito doppiopetto incombeva su di lui. Aveva la testa pelata con radi capelli scuri sulle tempie pettinati all’indietro e tenuti a posto dietro le orecchie con la brillantina. Stava sudando.
«Dottor Schmidt.» Hartmann posò il tovagliolo e si alzò.
«Perdonatemi se interrompo il vostro pasto. Sturmbannführer.» L’interprete capo del ministero degli Esteri chinò la testa in direzione di Sauer. «Abbiamo ricevuto la rassegna stampa della notte in lingua inglese e mi chiedevo se potevo disturbarla, Hartmann.»
«Certamente. Mi scusi, Sauer.»
Hartmann seguì Schmidt lungo tutta la carrozza ristorante, oltre il tavolo del generale Keitel, fino alla carrozza successiva. Sul lato sinistro c’erano scrivanie, macchine per scrivere, schedari. Su quello destro i finestrini erano stati oscurati: ufficiali della Wehrmacht addetti alle trasmissioni sedevano con le loro cuffie uno di fronte all’altro a tavoli su cui erano impilati apparecchi radio a onde corte. Più che un treno sembrava un centro di comando mobile. A Hartmann venne in mente che il piano originario di Hitler doveva essere stato quello di usare il treno per attraversare la frontiera con la Cecoslovacchia.
«Il Führer si aspetta di trovare una rassegna stampa appena si alza» disse Schmidt. «Due pagine saranno sufficienti. Si concentri su titoli ed editoriali. Chieda a uno degli uomini di batterlo a macchina.»
Gli mollò sulla scrivania un fascio di trascrizioni scritte a mano in inglese e si allontanò in fretta. Hartmann si sedette. Era un sollievo avere qualcosa da fare. Scorse le decine di comunicazioni, tirando fuori le più interessanti e dividendole secondo l’importanza della testata. Trovò una matita e cominciò a scrivere.
“The London Times” elogia Chamberlain per la sua “indomita determinazione”.
“The New York Times”: “sensazione di sollievo in tutto il mondo”.
“The Manchester Guardian”: “per la prima volta da settimane ci pare di andare verso la luce”.
Il tono era lo stesso a prescindere dalla linea politica del giornale. Tutti descrivevano la drammatica scena alla Camera dei Comuni quando Chamberlain aveva letto a voce alta il messaggio del Führer. (“Nel giro di minuti per non dire di secondi, il messaggio di speranza è stato salutato da milioni di persone la cui vita un attimo prima pareva appesa a un filo.”) Il primo ministro britannico era l’eroe mondiale.
Quando ebbe finito di tradurre, il comandante dell’unità l...