SFERA ORBITALE (1975) In fuga dalla vendetta di Elizabeth Lindstrom, sovrana della Terra, per la morte del figlio, il comandante Vance Garamond lascia il sistema solare. E si imbatte in una struttura aliena che potrebbe essere la nuova casa dei terrestri, un evento capace di cambiare il destino della razza umana. Apparso a puntate su «Galaxy Science Fiction» nell'estate del 1974, Orbitsville ha vinto il premio BSFA come miglior romanzo nel 1975.

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Sfera orbitale (Urania)
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Fantascienza1
La Presidentessa si chiamava Elizabeth, e qualcuno pensava che la semplice coincidenza di portare quel nome avesse avuto un’influenza profonda sulla sua vita. Non c’era dubbio che, dopo la morte di suo padre, Elizabeth avesse trasformato Starflight House in qualcosa che assomigliava più a una storica corte reale che non al quartier generale di un’impresa commerciale. Il modo in cui guidava il suo impero da mille miliardi di dollari tradiva una sorta di rituale da dramma elisabettiano, con i suoi intrighi di palazzo e il complesso gioco dei privilegi e delle precedenze. Ma sopra ogni altra cosa, ciò che più infastidiva Garamond in tutto quell’ostentato amore per l’antico – forse perché lo toccava così da vicino – era la sua insistenza a voler parlare di persona con i comandanti delle navi prima che partissero per le missioni esplorative.
Si appoggiò alla balaustra di pietra scolpita e fissò con un olimpico distacco l’ampia distesa di giardini climatizzati che digradavano fino all’oceano Atlantico, a quattro chilometri di distanza. La Starflight House troneggiava alla sommità di quella che un tempo era stata una collina islandese di modeste dimensioni; ora i contorni originari erano completamente nascosti sotto una colata di logge, terrazze e padiglioni. Vista dall’aereo, ricordava a Garamond una gigantesca torta di pessimo gusto. Aspettava ormai da due ore: avrebbe preferito di gran lunga passarle in compagnia di sua moglie e di suo figlio, invece di starsene lì a sorseggiare dolciastre bevande, lottando con se stesso per soffocare la pericolosa insofferenza nei confronti di Elizabeth.
Avendo compiuto una brillante carriera come capitano delle ali guizzanti, Garamond si era trovato in sua presenza in molte occasioni, perciò l’antipatia che provava verso di lei era qualcosa di concreto e personale, e non si limitava al disagio intellettuale per il fatto che quella donna fosse la persona più ricca che fosse mai vissuta, e talmente al di sopra delle leggi che, com’era risaputo, in più di un’occasione aveva ordinato di assassinare qualcuno per puro capriccio.
Garamond si era spesso chiesto se non fosse la sua mentalità tipicamente maschile a indurre Elizabeth a essere così poco attraente come donna, in un’epoca in cui la chirurgia estetica era in grado di rimediare ai principali difetti fisici. I denti storti e macchiati, la pelle smorta, erano forse l’insegna della sua autorità assoluta?
Mentre fissava le fontane che scintillavano lungo le gradinate, nelle terrazze sottostanti, Garamond ricordò la sua prima visita alla Starflight House. Aveva appena assunto il comando della sua terza missione ed era ancora abbastanza giovane da sentirsi impacciato nell’uniforme nera di gala. La consapevolezza di accedere al rapporto particolare che si diceva intercorresse tra la presidentessa Lindstrom e i suoi capitani lo rendeva nervoso e apprensivo, pronto a fare appello a tutte le proprie risorse. Ma nessuno al Comando di flotta, né all’Admincom, l’aveva avvertito in anticipo che la pelle di Elizabeth esalava un odore dolciastro, denso, che stringeva la gola alla gente proprio nel momento in cui si era più ansiosi di parlare con la maggior chiarezza possibile.
Nessuno degli esperti di protocollo della Starflight House gli aveva fornito alcuna indicazione che potesse aiutare un giovane di belle speranze – il quale, fino a quel giorno, aveva visto nelle donne soltanto la perfezione – a nascondere la sua istintiva reazione davanti alla Presidentessa. Fra varie impressioni confuse, la predominante era stata quella di una spina dorsale grottescamente incurvata che all’estremità inferiore portava appeso un addome rotondo, grassoccio, simile a quello di un insetto. Garamond, immobile sull’attenti, aveva ostinatamente evitato di fissarla negli occhi, quando lei gli si era avvicinata fino a strofinare quel cuscino di budella coperto di raso sulle nocche delle sue dita, durante la prolungata ispezione che gli aveva riservato.
Ora, mentre se ne stava appoggiato alla balaustra artificialmente corrosa dalle intemperie, ricordò com’era uscito da quel primo abboccamento… pieno di gelido risentimento nei confronti dei capitani più anziani che non l’avevano informato delle cose che realmente contavano nei rapporti personali con la Presidentessa; eppure, quand’era venuto il suo turno, anche lui aveva consentito che altri comandanti imberbi affrontassero impreparati il loro esordio. Gli era riuscito facile giustificare il suo mancato intervento in vista delle possibili conseguenze del fatto di spiegare a un giovane collega che il tanto bramato “rapporto speciale” consisteva nello scambio di sguardi di complicità con Liz Lindstrom quando – nel bel mezzo di un’affollata riunione all’Admincom durante la quale venivano impartite le istruzioni per il volo – la donna gli passava un foglietto di carta con una frase sconcia e poco spiritosa all’indirizzo di qualcuno dei presenti. Garamond decise che, quando per lui fosse giunto il momento di suicidarsi, avrebbe scelto un modo più facile e piacevole…
«Capitano Garamond,» risuonò all’improvviso una voce maschile alle sue spalle «la Presidentessa le invia i suoi omaggi.»
Garamond si voltò e vide la figura alta e curva del vicepresidente Humboldt che stava avanzando verso di lui tenendo per mano un bambino di circa nove anni: un ragazzino tozzo dai capelli argentei che indossava un paio di calzoni perlacei. Garamond riconobbe il figlio della Presidentessa, Harald, e lo salutò con un silenzioso cenno del capo. Il ragazzo gli restituì il saluto, facendo scorrere rapidamente lo sguardo sui distintivi e i nastrini di servizio di Garamond.
«Mi spiace che l’abbiamo fatta attendere così a lungo, capitano» Humboldt si schiarì la gola, delicatamente, indicando che ciò era il massimo a cui poteva arrivare per esprimere opinioni che non fossero quelle di Elizabeth. «Sfortunatamente la Presidentessa non potrà liberarsi dal suo presente impegno per altre due ore. Le chiede di aspettare.»
«Allora aspetterò.» Garamond scrollò le spalle e sorrise per nascondere la sua impazienza, anche se i rapporti tachionici delle stazioni atmosferiche oltre Plutone annunciavano che la marea favorevole ricca di ioni, che attualmente spazzava il sistema solare, stava rapidamente calando. Aveva progettato di salpare con la marea, portando la propria nave alla velocità della luce nel più breve tempo possibile. Ora, invece, avrebbe faticato parecchio a risalire il lungo pozzo gravitazionale di Sol, con le ali elettromagnetiche dispiegate al massimo nel vuoto per raccogliere una massa di reazione a stento sufficiente.
«Sì, dovrà aspettare.»
«Naturalmente potrei sempre partire… e recarmi in visita dalla Presidentessa al mio ritorno.»
Humboldt ebbe un fuggevole sorriso a questa battuta di spirito e abbassò gli occhi su Harald, garantendosi che l’attenzione del ragazzino fosse rivolta altrove, prima di rispondere. «In verità, sarebbe una sgarberia. Sono convinto che Liz ne rimarrebbe addolorata al punto da lanciare sulla sua scia una nave veloce che la riportasse qui, per un abboccamento tutto speciale.»
«Mi guarderò bene, allora, di procurarle questo fastidio» replicò Garamond. Sapevano entrambi di chi stavano parlando: di un certo capitano Witsch, un giovane testardo il quale, perduta la pazienza dopo avere aspettato due giorni interi alla Starflight House, se ne era volato via di notte alla chetichella, senza la benedizione di Elizabeth. Era stato riportato indietro a bordo di un intercettatore ad alta velocità, e il suo colloquio con la Presidentessa doveva essere stato davvero speciale poiché non era stata più trovata traccia del suo corpo. Garamond non era riuscito ad appurare fino a quale punto fosse inventata quella storia (la flotta della Starflight che fungeva da valvola di scarico per l’eccesso della popolazione terrestre era gigantesca: un singolo capitano non avrebbe mai potuto conoscere tutti gli altri), ma illustrava efficacemente certe realtà.
«C’è comunque una compensazione per lei, capitano.» Humboldt appoggiò una delle sue mani, pulita e rosea come quella di un bambino, sulla testa argentata di Harald. «Ultimamente Harald ha mostrato un vivo interesse per la flotta dalle ali guizzanti e ha fatto molte domande sulla teoria e la pratica dei voli spaziali. Liz vorrebbe che lei scambiasse quattro parole con lui sull’argomento.»
Garamond fissò dubbioso il ragazzino che sembrava assorto nella contemplazione di un gruppo di statue metalliche, sul lato opposto della terrazza. «Ha qualche infarinatura di matematica?»
«Non ci si aspetta che si laurei questo pomeriggio» replicò con un risolino asciutto Humboldt. «Si limiti semplicemente a incoraggiare il suo interesse, capitano. Conosco ammiragli che darebbero il braccio destro per un simile pubblico riconoscimento di fiducia da parte della Presidentessa. Ora devo ritornare in sala di consiglio.»
«Mi lascia solo con lui?»
«Sì… Liz ha un’alta stima di lei, capitano Garamond. Forse la responsabilità…?»
«No, non è la prima volta che bado a un bambino.» Garamond ripensò a suo figlio di sei anni, il quale aveva agitato i pugni invece di dirgli addio, esprimendo così il suo risentimento, verso il padre che lo abbandonava per assolvere compiti di maggiore importanza. Il ritardo supplementare annunciato dalla Presidentessa significava che aveva lasciato la propria casa con quattro ore di anticipo, durante le quali avrebbe potuto, invece, stare con suo figlio. E per coronare il tutto, c’erano quei rapporti sul vento ionico che stava calando d’intensità, riducendosi al livello di fondo, mentre lui era bloccato lì, stupidamente, su quella terrazza decorata, a far da balia a un ragazzino probabilmente affetto da nevrosi come la madre. Garamond si sforzò di sorridere quando il vicepresidente si ritirò, ma capì di non essere stato convincente.
«Bene, Harald» esclamò voltandosi verso il ragazzino argentoperlaceo. «Tu vorresti cavalcare un’ala guizzante, vero?»
Harald lo squadrò freddamente. «I dipendenti della Starflight di rango inferiore ai consiglieri si rivolgono a me col titolo di Padron Lindstrom.»
Garamond inarcò le sopracciglia: «Ti dirò qualcosa sui voli spaziali, Harald. Lassù, il tecnico più insignificante è più importante di tutti i vostri dirigenti dell’Admincom messi insieme. Hai capito, Harald?». Sono più bambino io di lui, pensò, sbigottito.
Harald sorrise: «Non m’interessano i voli spaziali».
«Ma io pensavo…»
«L’ho detto a loro perché è quello che volevano sentire, ma con te non devo fingere, vero?»
«Tu non devi fingere con me, figliolo. Ma che cosa faremo, allora, nelle prossime due ore?»
«Mi piace correre» esclamò Harald, con improvviso entusiasmo; questo, nella mente di Garamond, lo reintegrò immediatamente nella confraternita dei ragazzini. «Vuoi correre?» Il sorriso di Garamond questa volta fu genuino. «È un desiderio ben modesto.»
«Non mi lasciano correre o arrampicarmi per paura che mi faccia male. Mia madre l’ha proibito, e tutti qui intorno hanno talmente paura di lei che è un miracolo se mi lasciano strizzare un occhio, ma…» Harald sollevò gli occhi su Garamond con trionfante ingenuità «… tu sei un comandante delle ali guizzanti!»
Garamond si rese conto, troppo tardi, che il ragazzino l’aveva manovrato fin dal primo istante, mettendolo con le spalle al muro, ma il fatto non lo infastidì. «Esatto. Lo sono davvero. Ora vediamo quanto ci metti a correre fino a quelle statue laggiù e a ritornare qui.»
«Bene!»
«Su, non star lì impalato… Corri!» Garamond seguì con lo sguardo il ragazzino che si allontanava di corsa, traballando sulle gambe, pestando i piedi e muovendo i gomiti come due stantuffi. Girò intorno alle statue di bronzo e ritornò verso Garamond alla stessa velocità. Gli occhi gli brillavano come due lampadine.
«Ancora?»
«Quante volte vuoi.» Mentre Harald tornava a dedicarsi a quell’inefficiente sperpero di energie, Garamond ritornò alla balaustra della terrazza e guardò in basso, oltre la gradinata. Nonostante la luce del sole al tramonto, l’Atlantico era grigio come la cenere: dall’acqua s’innalzavano tentacoli di nebbia che si attorcigliavano intorno ai belvedere e alle cascate. Un gabbiano solitario ammiccò come una stella lontana.
Non voglio andare, disse tra sé. È semplice.
Ai primi tempi l’aveva spronato la ferma convinzione che lui, Vance Garamond, sarebbe stato lo scopritore del terzo pianeta abitabile. Ma il volo interstellare era vecchio di un secolo, ormai, e l’impero dell’uomo comprendeva ancora oggi un unico pianeta abitabile al di fuori della Terra, e l’entusiasmo di Garamond non era servito a niente. Se fosse riuscito ad accettare l’idea che non sarebbe mai riuscito a scoprire un nuovo mondo abitabile, allora avrebbe fatto assai meglio a esaudire il desiderio di Aileen e ad accettare un posto sulle navette, trascorrendo così, ogni mese, un po’ di tempo a casa. Trasportare i carichi di coloni su Terranova sarebbe stato monotono, ma sicuro e conveniente. I venti ionici erano discretamente prevedibili su quella rotta, e un’efficace catena di stazioni atmosferiche eliminava il rischio d’incappare in qualche bonaccia…
«Guarda!»
Garamond si girò di scatto e per un istante non riuscì a vedere Harald, poi lo scorse pericolosamente appollaiato in alto, sulle spalle di una delle statue. Il ragazzino agitava entusiasticamente le mani.
«Farai meglio a venir giù, subito.» Garamond cercò il modo migliore per nascondere l’ansia e l’irritazione che l’avevano afferrato per il modo in cui Harald aveva aumentato le sue pretese (i ricattatori emotivi usano le stesse tecniche dei criminali), passando in pochi attimi dal permesso di correre per la terrazza al diritto di compiere una rischiosa arrampicata, mettendolo in difficoltà con la Presidentessa. Difficoltà? Garamond era consapevole che la sua carriera sarebbe finita se Harald si fosse anche soltanto slogato una caviglia.
«Ma io sono bravo ad arrampicarmi. Guarda.» Harald appoggiò un ginocchio su un impassibile volto di bronzo e sollevò le mani per afferrarsi al braccio alzato della statua.
«So che sai arrampicarti, ma aspetta, non salire più in alto finché non ti avrò raggiunto.» Garamond s’incamminò verso le statue con passo disinvolto, ma accelerando con un’energica spinta del piede posteriore. Il suo allarme crebbe. Elizabeth Lindstrom, che aveva acquisito il titolo di Presidentessa ereditando la proprietà del più grande impero industriale e finanziario mai esistito, era la persona più importante dell’universo. Suo figlio era destinato a sua volta a ereditare la Starflight e l’intera attività spaziale fra la Terra e quel secondo, unico pianeta disponibile all’uomo. E lui, Vance Garamond, un insignificante capitano delle ali guizzanti, si era messo nella miglior situazione per scatenare l’ira dell’una e dell’altro.
«Ora salgo» gridò Harald.
«Non farlo!» Garamond smise di fingere e si precipitò di corsa. «Per favore, non farlo!»
L’aria sembrava essersi malignamente ispessita, condensandosi intorno a lui come una resina per impedirgli di far presto. Harald scoppiò a ridere deliziato e continuò ad arrampicarsi sul braccio metallico della statua, ma all’improvviso perse la presa e scivolò all’indietro.
Uno dei suoi piedi, che in quel momento era appoggiato sulla gorgiera scolpita, fece da perno e lo fece ruotare verso il basso, a testa in giù. Garamond, invischiato in un diverso continuo spaziotemporale, poté seguire tutte le fasi dell’evento, come il lento fiorire di una nebulosa a spirale. Vide il primo, fatale spiraglio di luce aprirsi fra le dita di Harald e la superficie metallica. Per un attimo il ragazzo sembrò restare sospeso nell’aria, poi acquistò velocità mentre cadeva. Garamond vide e udì l’urto brutale con cui la testa di Harald colpì la base del gruppo statua...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- SFERA ORBITALE
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- L’AUTORE. BOB SHAW. Un nordirlandese in orbita
- 70 ANNI. DI URANIA. (1952-2022). LA STORIA DEL. PREMIO URANIA
- Copyright
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