Siamo pieni di obblighi con cui riempiamo
il nostro mondo interiore.
Continuiamo a dirci come dovremmo essere,
cosa va bene di noi e cosa no.
Nel tentativo di adeguarci ai modelli esterni,
perdiamo i codici della felicità,
dello star bene con se stessi,
che appartengono al regno della mente vuota
e non dei pensieri.
Le regole della nostra cultura non si basano più sull’ascolto del mondo interiore e dei suoi codici, ma privilegiano i riferimenti esterni e si riassumono nell’adeguarsi ai modelli esteriori e nel “comportarsi bene”. Per esempio l’amore per gli altri, così enfatizzato dai media, è diventato quasi sempre una recita convenzionale. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è un’antica frase ebraica, che il cristianesimo ha fatto sua. Ma è diventata un inno all’antispontaneità.
Abbiamo trasformato la cura di sé in un tentativo di domare i propri demoni. “Vai avanti così, vedrai dove andrai a finire…” dicevano i padri per migliorare la condotta dei figli, quando vedevano i ragazzi sbandare. Ma nessuna educazione parla più del buio, del vuoto, del regno della notte, del silenzio interiore. Nessuno pensa più che diventeremo esseri unici solo dando spazio all’intangibile, a quella “perfezione nebbiosa”, così cara ai taoisti, che abita ciascuno di noi e che, invisibile, conduce la nostra esistenza. La cura di sé consiste prima di tutto nel ricordarci spesso, nelle nostre giornate, del nostro lato invisibile, che percepiamo come vuoto, come nulla e che ha una parte preponderante nella nostra vita, anche se lo ignoriamo.
Mentre passiamo i giorni a chiederci se andiamo bene così come siamo, finiamo per ignorare funzioni, capacità innate, saperi su cui si fonda il nostro mondo interiore.
Non dobbiamo scoprire come è fatto il vuoto, non dobbiamo capirlo, ma avvertirne la presenza, percepire che c’è un “altrove”… Non dobbiamo diventare migliori, ma dare spazio al mistero, che si nasconde dentro il visibile. Così la pensavano i taoisti, senza i quali non avremmo imparato a stare nel nostro mondo interiore.
Ecco cosa scrive Elias Canetti:
L’intangibile è la realtà stessa, e non qualcosa dietro di essa … Oggi per noi non esiste lettura che ci tocchi più da vicino di quella degli antichi filosofi cinesi. Tutto l’inessenziale qui cade. Per quanto possibile, qui ci risparmiamo la deformazione imposta dalla concettualità. La definizione non è fine a se stessa. Si tratta sempre di possibili atteggiamenti verso la vita e non verso concetti.1
Oggi nessuno si avvicina alle leggi del Tao, la più antica sapienza, il luogo dove è esistita da sempre la conoscenza dell’anima. Jung invece leggeva il Tao Tê Ching per curare i pazienti e trovare la Via. Perché ci sono altri modi di concepire il mondo, altri modi di stare con se stessi, oltre a quelli che vede il senso comune.
Il taoismo dice: cerca il vuoto
L’interiorità non ragiona, non è scientifica, non conosce la relazione tra causa ed effetto, ma vive nel Senza Tempo e appartiene più al mondo del sogno che a quello reale. Vive di magia, di corrispondenza tra il reale e le immagini, tra la materia e la psiche: il mondo interiore nella sua profondità danza tra gli archetipi, si nutre delle Immagini primordiali.
A noi queste sembrano parole incomprensibili, perché andiamo nella direzione opposta: cerchiamo di rendere scientifica l’anima, che non “ragiona” in termini temporali, che non sa cos’è il passato, che rifugge le spiegazioni e vive in un eterno presente.
Facciamo tanti sforzi per riempire ogni nostra giornata di obiettivi, di attività e di impegni, pensando così di dare un senso alla nostra vita. Invece la nostra felicità e la nostra realizzazione arrivano esattamente dall’opposto: dalla ricerca del vuoto, dell’assenza. Abbiamo un’idea malata della saggezza, che intendiamo come autocontrollo; invece è sapiente colui che ha una percezione sempre più ampia del vuoto, del silenzio, dell’essere “altrove”: lontano dall’Io, dal pensiero, dai concetti e dai ragionamenti.
Le leggi del Tao infatti riguardano l’energia eterna, il vuoto, il nulla, la trasformazione silenziosa che avviene dentro di noi, a nostra insaputa. È questo il sapere primordiale che ispira il taoismo: bisogna prima di tutto e più di tutto “farsi da parte”.
Ecco infatti che cosa scrive Jung a proposito del taoismo:
Occorre considerare che l’atteggiamento intellettuale di noi occidentali non è l’unico possibile, o quello che racchiude in sé ogni possibilità, ma rappresenta sotto un certo rapporto una prevenzione e un’unilateralità che per quanto possibile andrebbero corrette. I cinesi, la cui civiltà è assai più antica, hanno in un certo senso pensato sempre in maniera diversa dalla nostra, e se vogliamo accertare qualcosa di analogo nel nostro ambito culturale – almeno per quanto riguarda la filosofia – dobbiamo risalire fino a Eraclito.2
Se cerchi di migliorarti, ti snaturi
È la presenza del nostro Io, con i suoi pensieri, ad alimentare i disagi. Lui mi lascia… il mio lavoro non mi piace… amo un’altra persona… voglio raggiungere quell’obiettivo… e arrivano l’ansia, la paura, l’insonnia.
Ebbene, il compito consiste nel farsi da parte. Nel percepire cosa accade e ripetere: “Non devo intervenire, devo lasciare le cose come sono”.
Devo diventare insicuro, incerto, senza intenzioni di migliorare: allora, dalla nebbia dell’essere primordiale, il Tao farà la sua parte.
“Il Tao causa le cose in maniera nebbiosa, indistinta” ricorda Jung nella Sincronicità.3 Mai e poi mai uno sforzo fa passare i disagi dell’anima, non è un’opera di volontà quella che ci aiuta, bensì una fuga da se stessi: allora il Tao, la Via, scende in campo e agisce, del tutto a nostra insaputa.
Trovare la Via non vuol dire diventare più bravi, migliori, in base ai modelli della società che ci circonda, del mondo esteriore.
Il taoista vede lo sforzo di migliorare come una malattia, un vero e proprio cancro, un tumore dell’anima. In che senso dovrebbe “migliorare” una lumaca, una tigre o una rosa?
Ciò che è impuro e germe di morte è l’artificiale, l’acquisito: tutto ciò con cui la civiltà ha deformato e falsato la natura. Ogni invenzione, ogni preteso perfezionamento non è che una fastidiosa escrescenza. Anzi è piuttosto un tumore maligno. Non bisogna violentare la natura, soprattutto col pretesto di raddrizzarla. Ciò che è curvo deve rimanere curvo. Non si pretenda di accorciare le zampe della gru e allungare quelle dell’anatra!4
Noi invece per “migliorare” intendiamo “domare”, mettere sotto controllo l’ira, il desiderio, l’invidia, la gelosia, le forze ancestrali che sono le colonne portanti della nostra anima.
Lao Tse ha detto:
Trenta raggi convergono sul mozzo, ma è il foro centrale che rende utile la ruota. Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che lo rende utile. Ritagliamo porte e finestre nelle pareti di una stanza: sono queste aperture a rendere utile la stanza. Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.5
Abbiamo smarrito i nostri sogni
Ogni gesto acquisisce un valore sacro, quando è compiuto con la mente vuota: bere un bicchiere di vino in onore di Dioniso è un rito che i Greci, che non soffrivano certo di nevrosi, compivano quotidianamente. Il vino era sacro, così come il pane, ma non nel senso che intendiamo noi. Noi diciamo: “Non buttare via il pane, dallo ai poveri, così poi ti senti buono e fai del bene, Dio ti aiuterà un domani e non verrai colpito dalla malattia”. Nei nostri gesti benevoli c’è sempre l’intenzione, c’è sempre un motivo salvifico.
“Il saggio va alla meta senza intenzione” ci ripete il taoista. Non i pensieri, non la forza di volontà ci portano verso il nostro destino, ma il sentirsi altrove, vuoti, silenziosi.
L’occhio mitico è lo sguardo sull’“altrove”, che è la casa dell’essenza. L’essenza “ragiona” solo con il pensiero degli dei, che vivono nel vuoto, che appartengono al regno eterno del Senza Tempo, che non parlano agli uomini, se non travestendosi, trasformandosi. Gli uomini altrimenti non potrebbero comprenderli.
L’occhio mitico vede l’infinito nelle cose, non la storia: così l’uovo è l’uovo cosmico. Se non si vede più il mondo popolato da dei, come diceva Talete, allora il cosiddetto “mondo reale” ha preso il sopravvento e si aprono le porte a solitudine, nevrosi e depressione. Gli antichi avrebbero detto: “Tutto è pieno di dei”. Ci sono “poteri divini diffusi nelle cose”.6
Se perdiamo la magia, vale a dire se crediamo che il mondo sia fatto solo di accadimenti esterni, se muore il lato sognante, la solitudine dell’Io si amplifica.
La migliore cura? Trasformare le nostre azioni quotidiane in gesti rituali, rivestiti dal Senza Tempo, come fanno i bambini quando rendono vive le loro fiabe, quando si travestono da guerrieri, maghi, esploratori.
Se c’è un tesoro da trovare, puoi perdere tempo a pensare allo schiaffo che hai preso da tua madre? “Trasformare la pietra in oro” significa che possiamo avvicinarci al celeste cielo che ci abita e che è soppresso dal reale: questa idea è comune ai Greci, ai Veda, ai taoisti e a tutta l’alchimia.
Il creatore degli esseri non ricompensa gli uomini in quanto uomini, ma per ciò che di celeste hanno in sé.7
L’occhio mitico è la cura
Siamo nati per vagare nell’eterno, non per discutere le leggi del reale, che è già svanito mentre lo guardiamo. Non c’è nevrosi che non passi, se si va “altrove”… Non c’è nevrosi che non guarisca, se si guarda “altrove”, se tramonta l’idea che ci siamo fatti del disagio. Direbbe mai Atena che ha un problema? O Dioniso si preoccuperebbe di un figlio che lo rifiuta? È diverso dire: “Mia madre è una tiranna e mi ha segnato per sempre, mi ha resa altamente insicura”, rispetto a sognare di essere una principessa che ...