Scherzetto
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Scherzetto

  1. 176 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Immaginatevi un duello. A fronteggiarsi ci sono due maschi, sangue dello stesso sangue. Il piú alto ha superato i settant'anni, è un noto illustratore, vive da molto tempo in assoluta solitudine. Il piú piccolo è una peste di quattro anni che parla come un libro stampato: un nipote visto sí e no due volte, affidato alle cure del nonno per tre giorni interi. Tra quattro mura e un balcone, nell'arco di settantadue ore, si svolge questo racconto affilato, un esemplare «scherzetto» da camera in cui convivono la rabbia di invecchiare e la fiducia nel futuro. I genitori del piccolo Mario devono partire per un convegno, o forse semplicemente prendersi il tempo per capire se il loro matrimonio è arrivato al capolinea. Perciò il bambino viene lasciato alle cure di un nonno praticamente sconosciuto, un vecchio illustratore, burbero e affaccendato, che vive da molti anni a Milano. Tra quattro mura e un balcone, nell'arco di settantadue ore si svolge questo racconto affilato, il perfido e divertente scontro tra un nonno stanco e distratto e un piccolo gendarme petulante e vitalissimo. Nella partita che si gioca fra loro, tra alleanze, rivalità e giochi non sempre divertenti, è la vita che si specchia in tutte le sue forme: la vita trascorsa e quella in potenza, la vita dura e beffarda di Napoli che riaccoglie l'uomo dopo tanti anni, la vita della casa che sembra risvegliarsi piano piano, piena di echi e di fantasmi. Dopo il successo di Lacci, uno dei maestri della letteratura contemporanea torna a raccontare la durezza dei legami famigliari. E lo fa con un romanzo tesissimo, che ci fa sorridere continuamente ma non ci risparmia la dissezione precisa delle nostre paure, del nostro smarrimento di fronte alla tenacia della vita dentro e dopo di noi.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2016
Print ISBN
9788806232351

Capitolo secondo

1.
La prima giornata che Mario ed io passammo quasi da soli fu piena di piccoli eventi che accentuarono le mie ansie. Mi svegliai a fatica e ci volle un po’ per capire dov’ero. Quando scoprii che erano quasi le otto, mi preoccupai, mi tirai su ancora intontito, lanciai un’occhiata al letto del bambino. Non c’era. Cominciò a battermi forte il cuore: Betta e Saverio di sicuro erano già usciti per raggiungere in tempo l’aeroporto, dov’era Mario? Lo trovai in cucina, sfogliava uno dei libri che gli avevo regalato. La tavola era perfettamente apparecchiata per due. Pensai che fosse opera di Betta, ma lui appena mi vide fece un sorriso di contentezza e disse:
– Lo zucchero l’ho messo dal lato mio, nonno, tanto tu non lo prendi.
Si era alzato presto, mi aveva lasciato dormire, aveva mangiato quattro biscotti, aveva apparecchiato.
– Però, – disse, – per accendere il gas ho aspettato te.
– Bravo. Domani ricordati che mi devi svegliare.
– Ti ho chiamato, ma non hai risposto.
– Ero stanco, non succederà piú.
– Ti sei stancato perché mi hai portato in braccio?
– Sí.
Gli preparai il latte, mi preparai il tè. Bevve il latte avidamente, mangiò molti biscotti al cioccolato. Chiese:
– Non vado all’asilo?
– Ci vuoi andare?
– No.
– E allora non vai.
Diede segni di teatrale soddisfazione, poi si ricompose e domandò cautamente:
– Dopo giochiamo?
– Ho da lavorare.
– Sempre?
– Sempre.
In bagno fu estenuante. Si lavò i denti e la faccia in piedi su uno sgabello, ma si bagnò la canottiera e mi istruí su dove cercargli un ricambio. Quando ormai l’avevo costretto a vestirsi di tutto punto, disse una formula misteriosamente allusiva: devo andare. Tornò nel bagno, dispose lo sgabello davanti alla tazza, corse a prendere il mio libro delle favole che poggiò sullo sgabello, si abbassò i pantaloni, sedette sulla tazza.
– Chiudi la porta, nonno, – disse senza staccare gli occhi dal libro che aveva aperto come su un leggio.
Chiusi, andai in soggiorno dove era rimasto tutto l’occorrente per lavorare. Ma passarono pochi minuti e mi sentii chiamare:
– Nonno, ho fatto.
Dovetti spogliarlo di nuovo, lavarlo. Quando fu il momento di rivestirsi, volle naturalmente fare da solo, ma con una lentezza insopportabile e sotto la mia sorveglianza.
Arrivò Salli, tirai un sospiro di sollievo. Apparve in casa con l’aspetto di una signora fine che, pur avendo un corpo pesante, sa abbigliarsi con eleganza. Subito però si chiuse nel ripostiglio in fondo al corridoio, proprio accanto alla stanza di Mario, e ne uscí debordante, in maglietta consunta, pantaloni disfatti e ciabatte.
– Le lascio il bambino, ho da lavorare, – dissi.
Questa volta era di buonumore, decise di essere gentile.
– Vai pure, non ti preoccupare, Mariuccio è bravo. È vero, Mariuccio, che sei bravo?
Mario mi chiese:
– Nonno, posso vedere come disegni?
– No.
– Mi metto vicino a te, non ti do fastidio, disegno anch’io.
– Il nonno, – dissi, – non gioca; il nonno lavora.
Mi chiusi nel soggiorno. Ma lí, nel giro di pochi minuti, capii che non avevo nessuna voglia di andare avanti con Henry James. Mi accasciai su una sedia. Avevo dormito moltissimo, rivoluzionando le mie abitudini, e tuttavia ero stremato, senza nessun desiderio di dedicarmi a ciò che pure facevo con piacere da una vita. Mi sorpresi anzi a pensare al mio corpo – il mio corpo di adesso – senza le abilità che mi avevano dato senso. Di passaggio in passaggio montò una smania di lucida autodenigrazione. Vidi di colpo un vecchio senza qualità, forze scarse, passo incerto, vista offuscata, sudori e gelo improvviso, una svogliatezza crescente interrotta solo da sforzi fiacchi della volontà, entusiasmi finti, malinconie reali. E quella immagine mi sembrò la mia vera immagine, vera non solo adesso, a Napoli, nella casa dell’adolescenza, ma – l’onda della depressione dilagò – vera anche a Milano da tempo, dieci anni, quindici, sebbene non nitida come in quel momento. Finora ce l’avevo fatta a fingermi nel pieno delle mie capacità lavorative. La vita artistica aveva avuto una sua quieta medietà, senza picchi evidenti e di conseguenza senza improvvisi crolli. Il successo, quando era arrivato, mi era sembrato naturale, non avevo mai fatto niente né per ottenerlo né per conservarlo: le mie opere semplicemente se lo meritavano. Forse proprio per questo era durata per tanto tempo l’impressione di essere una sostanza che non si sarebbe mai deteriorata. Era stato facile, di conseguenza, non prendere atto che i lavori stavano diminuendo, che mi si invitava sempre meno a manifestazioni importanti, che l’intero mondo dentro cui avevo avuto un po’ di prestigio era stato sostituito da altri mondi non intuiti per tempo, da altri gruppi di potere che nemmeno mi conoscevano, da forze giovani e aggressive che ignoravano tutto del mio lavoro o che, se mi cercavano, lo facevano per capire se potevo servire al loro decollo. Ecco però – mi dissi – che i segnali del declino non posso piú ignorarli, sono violenti come quei suoni che da soli spaccano vetrate: la telefonata offensiva del mio committente; quello sfinimento dell’immaginazione da cui non riuscivo a riprendermi; e mia figlia, la mia unica figlia, che mi aveva imprigionato senza che me ne rendessi conto nel ruolo del vecchio nonno.
Tirai un lungo sospiro, mi accorsi che stavo facendo un gesto irriflesso della mano simile a quello di Mario. E fui quasi contento che Salli mi stesse chiamando. Nonno, diceva ad alta voce con un tono particolarmente lezioso, nonno. Evidentemente, poiché non sapeva quale nome darmi, usava l’appellativo che mi rivolgeva il bambino credendo di far bene. O forse, poiché ero nonno di Mario, mi considerava nonno in assoluto, nonno di chiunque, nonno anche suo sebbene, diosanto, non fosse certo una donna giovane. Disse forte, bussando alla porta e subito aprendola:
– Nonno, scusa, Mariuccio ha acceso la televisione e non la vuole spegnere.
– Che televisione?
– La televisione. Te l’ha detto la signora Betta che non la deve vedere?
– Sí.
– E allora, nonno, fa’ qualcosa.
– Non mi chiami nonno: non sono suo nonno e non mi sento nonno nemmeno di Mario.
Lasciai la sedia con un gemito e la seguii in corridoio. La televisione era un ronzio d’aereo interrotto da voci virili ad alto volume.
– Dov’è il bambino?
– Nello studio del signor Saverio.
– Salli, se Mario fa una cosa che non deve fare, lei glielo deve impedire e basta, senza chiamare me.
– Ma lui non mi sta a sentire. E io uno schiaffo non glielo posso dare, tu sí.
– Non si danno schiaffi a un bambino di quattro anni.
– Allora tottò sulle manine.
– Non so cosa significhi tottò.
In realtà lo sapevo, ma quel suono mi repelleva, appartenevo alla generazione che aveva inaugurato l’uso di parlare ai bambini nell’italiano degli adulti.
– La signora Betta dice tottò.
– Vuol dire che tottò sulle manine glielo fa la madre quando torna.
La seguii nello studio di Saverio, odoroso d’aglio e detersivo. Mariuccio era seduto davanti alla tv, si girò di scatto. La donna disse:
– Visto che l’ho chiamato veramente?
– Non si fa la spia, – rispose il bambino.
– Si fa, – intervenni io, – se è necessario. E comunque il volume è cosí alto che non riesco a lavorare. Spegni.
– Allora lo abbasso, – disse il bambino afferrando il telecomando.
Glielo tolsi di mano e spensi il televisore. Poi gli spiegai con tono tranquillo:
– Mario, per me puoi vedere la televisione tutto il tempo che desideri, mattina, pomeriggio e sera. Ma tua madre non vuole, e se tua madre non vuole nemmeno Salli e io vogliamo. Perciò quando Salli ti dice che devi spegnere, tu spegni. E se te lo dico io, non provare mai piú a rispondermi: allora abbasso il volume. Chiaro?
Il bambino fissò il pavimento, fece cenno di sí. Poi alzò lo sguardo sul telecomando che avevo in mano e accennò a prendermelo.
– Posso farti vedere come si apre e si vedono le pile?
– No, questo non lo tocchi piú.
– Che faccio, allora?
– Vai a giocare.
– Sul balcone?
– No.
– C’è il sole.
– Ho detto no.
– Allora posso venire a vedere come disegni?
Non si arrendeva, era cocciuto. Lo fissai a lungo, credo soprattutto per trasmettergli tutta la mia contrarietà. Quando mi resi conto che aveva il labbro superiore sudato, cedetti in fretta.
– Va bene, però non mi devi disturbare.
– Non ti disturbo.
– Non devi dire: nonno, voglio questo, facciamo quest’altro.
– Non lo dico.
– Devi stare seduto, fermo e zitto.
– Va bene. Ma prima faccio pipí.
Corse via, sentii che si chiudeva nel bagno. Salli, che era rimasta tutto il tempo in silenzio, ne approfittò per rimproverarmi:
– Un nonno non fa cosí.
– Che vuole dire?
– L’hai terrorizzato, povero figlio.
– Lei addirittura voleva che lo prendessi a schiaffi.
– Schiaffi va bene, ma questo no.
– Questo cosa?
– Un tono brutto. Se tu hai da fare e sei nervoso, me lo tengo io, il bambino.
Non mi era sembrato di aver avuto chissà che tono, forse era con lei che dovevo essere meno acquiescente. Mario ritornò di corsa, aveva occhi arrossati come se se li fosse strofinati forte.
– Sono pronto.
Gli chiesi, sforzandomi di fare una voce giocosa:
– Preferisci vedere come lavoro io o come lavora Salli?
Passò da me a Salli con un finto sguardo incerto, poi tornò a me ed esclamò con un’allegria esagerata:
– Come lavori tu.
Quindi si avviò verso il soggiorno a passo svelto. Io dissi a Salli: come vede, preferisce me. Lei si mostrò poco convinta, rispose che andava a cucinare. La guardai mentre usciva dallo studio di Saverio, era un po’ curva, cosa che la faceva sembrare ancora piú piccola di statura. In un lampo mi ricordai che all’indomani non sarebbe venuta, un giorno intero io e il bambino da soli. Le proposi di getto: non si assenti, le pago di tasca mia tutta la giornata; lei viene alle nove del mattino, se ne va alle otto di sera e non deve pulire la casa, deve solo badare a Mariuccio. Non si girò nemmeno, rispose: domani sono impegnata, è un giorno importante, si decide il mio futuro. Vecchia stizzosa, il futuro, ancora il futuro, che futuro poteva avere. Tornai in soggiorno.
2.
Mario stava spostando una sedia il piú vicino possibile alla mia.
– Posso usare il tuo computer? – mi chiese.
– Non se ne parla nemmeno.
Esitai a mettermi seduto. Fui tentato di prendere il cellulare e gridare all’editore: me ne fotto dell’ossigeno, della brillantezza, dimmi in parole povere che cosa non va, perché altrimenti rinuncio al lavoro e ai quattro soldi che mi dai, non ho voglia di perdere tempo. Ma non lo feci, ritornò l’angoscia della vecchiaia come aveva fatto capolino poco prima. Di quel lavoro avevo bisogno, e non per il denaro – i risparmi e la casa di Milano facevano di me un uomo agiato – ma perché mi spaventava sentirmi senza urgenze lavorative. Erano almeno cinquant’anni che passavo da una scadenza all’altra, sempre sotto pressione, e l’ansia di non riuscire a far fronte degnamente a questo o a quello, cui seguiva poi il piacere di avercela fatta con successo, era un’altalena senza la quale – me lo confessai finalmente con chiarezza – soffrivo a immaginarmi. No, no, meglio continuare a dire per un poco ancora, ai conoscenti, a mia figlia, a mio genero, soprattutto a me stesso: ho da lavorare su James, sono molto indietro, mi devo inventare qualcosa al piú presto. Cosí, sotto gli occhi attenti di Mario, tornai a esaminare i miei schizzi, specialmente quelli caotici di due notti prima.
In principio lo feci solo per acquietarmi. Guardavo i fogli, apprezzavo il buon odore di cucinato che stava entrando nella stanza malgrado la porta chiusa, sorvegliavo ogni tanto con la coda dell’...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Scherzetto
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Appendice
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright