Non sto mentendo, ha detto cosí:
– Avvocato Malinconico, il sindaco Mario Dasporto e la signorina Venere, sua figlia.
Ecco come può ridurre la gente una vita passata alla segreteria di uno studio legale. Va bene, è arrivato il primo cittadino. Capisco che per te, Straziata o come accidenti ti hanno chiamato i tuoi sciagurati genitori, sia un evento; capisco che ti senta tutta elettrizzata e per l’occasione sia pure andata dal parrucchiere, ma cosa mi bussi alla porta che non l’hai mai fatto, cosa mi annunci, cosa t’inchini e declami? E quell’altro cretino che annuisce a propria volta e tra un po’ s’inchina anche lui: ma dove credete di essere, in un banchetto di nobili dell’Ottocento?
Non è che Flagellata sia un tipo ossequioso (al contrario, i lunghi anni di militanza nei Lacalamita Studios le hanno garantito l’inamovibilità, e insieme un’irriverenza tipica degli inamovibili), ma davanti a questo qui ha perso ogni contegno. Sarei pronto a scommettere che si farebbe un selfie con lui, se avesse dietro il telefonino. Guardatela: è la terza volta che gli chiede se vuole un caffè, e a nulla serve che Venere (che tra l’altro è vestita piú o meno come quando me la sono trovata sulla porta) le sbuffi apertamente in faccia come a dirle di smetterla di tributare onori al padre, perché il fatto che l’abbiano eletto sindaco non vuol dire che non sia un coglione (è il sottotesto chiaramente leggibile dal modo in cui sbuffa).
– Grazie… – le dico dopo un po’ per congedarla, senza chiamarla per nome, dato che non lo ricordo, – se ora vuole lasciar…
Neanche mi ascolta. Se ne sta lí a fissare il sindaco manco fosse Pippo Baudo.
Istintivamente, non so perché, guardo in faccia Venere. Che mi viene incontro come avesse intercettato una mia inconscia richiesta d’aiuto, rivolgendosi alla vecchia con fulminante prontezza:
– Potrei avere uno Spritz?
Ragazzi, dovreste vedere la faccia di quella poverina. Se le avesse chiesto una pasticca di Mdma sarebbe meno allibita.
– Cosa?
– Se chiede al bar lo sanno.
Bella testa di cazzo, ’sta ragazza.
– So cos’è uno Spritz, signorina, – risponde, piccata, la segretaria.
Venere alza il pollice e si mette a sedere sulla Zig Zag blu, come se l’avessi invitata ad accomodarsi.
Gli occhi di Contrita si stringono come quelli di una poiana e – lo giuro – le si affila il naso. Forse questa donna è una mutante, e non solo nel nome. Il che spiegherebbe il timore sottocutaneo che avverto quando mi si avvicina.
– Venere, – s’intromette il sindaco, – non siamo venuti per farci un aperitivo.
– Se è per questo tu non dovevi neanche esserci, guarda. Per cui se voglio ordinare uno Spritz o un Margarita lo ordino eccome.
– Come no, – faccio io, – abbiamo un barman apposta, in fondo al corridoio. È l’ultimo trend degli studi legali, ci siamo adeguati di recente.
Su questa, Affranta si congeda con un sorrisetto e leva le tende.
– Non le ho ancora stretto la mano, avvocato, – mi dice il sindaco porgendomela, al chiaro scopo di mostrarsi al di sopra della rispostaccia di sua figlia. Che intanto sta ancora ridacchiando alla mia battuta.
– Molto lieto, dottore, – dico, ricambiando. – Prego, si accomodi.
E mi risiedo sulla Barrel di Frank Lloyd Wright dalla quale m’ero alzato durante gli inchini, mentre lui prende posto sulla Zig Zag gialla.
– Non è dottore, – mi corregge Venere.
Gliene passasse una, oh.
– A mia figlia piace sembrare indisciplinata. Io ci ho fatto il callo, – si giustifica il sindaco, aspettandosi un cenno di solidarietà.
– Solo perché ho detto che non sei laureato? – lo rifrusta Venere.
Una lieve vampata di rossore fa capolino sulla faccia del primo cittadino. Che starebbe per ribattere, se non lo precedessi:
– Potrei sapere cosa intendeva sua figlia quando ha detto che lei non doveva venire?
– Quello che ho detto, – risponde Venere come se lo avessi chiesto a lei. – Sarei venuta da sola, visto che è a me che serviva un avvocato. Solo che mio padre voleva che prendessi il suo, io gli ho detto che non se ne parlava neanche, lui mi si è attaccato alle orecchie come una radio libera e per farlo smettere gli ho permesso di accompagnarmi.
– Non è andata proprio cosí, – balbetta lui guardando me.
– Ah no? E com’è andata?
– Volevo solo conoscere l’avvocato che ti sei scelta.
– Per questo lo hai fatto chiamare dalla tua segretaria?
– Cosa c’è di male se ha chiamato la mia segretaria.
– C’è di male che non sono una bambina, nel caso non te ne fossi accorto. E se non arrivi a capire che prevaricando tua figlia in questo modo l’autorizzi a disprezzarti, vuol dire che hai il quoziente intellettivo di un cavallo a dondolo.
Mi copro la bocca con la mano e fingo un colpo di tosse per non ridere.
– Abbiamo già affrontato questo argomento, Venere, – ribatte il sindaco. – Perché lo stai riaprendo?
– Perché come al solito mistifichi e vuoi far passare le cose per quello che non sono. Che diritto avevi di chiamare al posto mio, senza neanche dirmelo? Chi ti credi di essere per scavalcare gli altri e decidere per loro? Io non ho bisogno di te, non voglio i tuoi favori e non mi servi, ficcatelo in testa.
Mi aspetto che Dasporto perda le staffe e gliene molli uno; invece si ritira in un silenzio mortificato e colpevole. Sul viso non ha traccia di orgoglio, non gli importa di essere stato umiliato davanti a un estraneo. Da un momento all’altro sulla Zig Zag non c’è piú il sindaco baldanzoso e volgarotto che è entrato nel mio ufficio poco fa, ma un padre ferito che prende le misure di una crepa che si è aperta fra lui e sua figlia da chissà quanto.
Guardo Venere, a cui sono venuti gli occhi lucidi. È chiaro che si detesta per come lo tratta e per come lui si lascia trattare. Sembra cosí buffa, cosí teneramente patetica, con quell’acconciatura alla Billy Idol e gli stivaletti sotto le gambe nude.
È cosí che funziona, nell’incomprensione: fai del male, picchi duro perché devi tenere il punto e ti senti di merda perché l’hai tenuto; allora ti dici cosa lo tengo a fare questo punto, se per tenerlo devo umiliare qualcuno a cui voglio bene; per cui ti viene voglia di darlo via, ma siccome sai benissimo che l’umiliato ne approfitterebbe per ridiventare arrogante in cinque minuti (lo sai perché è già successo), va a finire che lo tieni, solo che tenendolo stai male, e cosí resti nella spirale del senso di colpa e continui a soffrire senza possibilità di uscirne.
Le incomprensioni sono estenuanti perché sono fatte di punti che restano attaccati. L’unica è aspettare che cadano da sé, come quelli di certe ferite che non ti tolgono i medici. Se reggi il tempo che ci vuole perché vengano via, s’intende.
– Vi pregherei di tenere fuori da questo contesto i vostri rancori, se possibile.
– Ah, c’è anche un avvocato, qui, – fa Venere. – Mi stavo giusto chiedendo dove fossimo.
– Da un avvocato, appunto, – ribatto, irritato dal suo sarcasmo. – Che non è abilitato a mettere bocca nei conflitti fra genitori e figli. Se è quello il vostro problema avete sbagliato professionista.
I lineamenti di Venere si piegano in un’espressione atterrita, come se nella veemenza della mia reazione avesse colto l’inopportunità della sua battuta. Potesse, pagherebbe per non averla pronunciata: glielo leggo in faccia. Ma quello che mi ferisce della sua umiliazione è la fiammella di rispetto che m’illumina di una luce nuova ai suoi occhi. Ogni volta che mi accorgo di crescere nella stima di qualcuno perché lo tratto male (foss’anche per reagire a uno sgarbo o a una parola che mi offende), confermo a me stesso la bassa opinione che ho degli esseri umani.
– La scusi, avvocato; anzi, ci scusi. Io e Venere siamo facili al battibecco, come può vedere, – interviene Dasporto in sua difesa; e lei lo guarda con un guizzo di riconoscenza che subito reprime. – È che vogliamo sempre l’ulti...