– Una firmetta qui, per favore –. Kennedy obbedí e venne ricompensato con una busta trasparente per la raccolta delle prove («tre sterline e quarantaquattro penny») con dentro il portafogli, l’orologio, il telefono e la cintura. Accanto, sul banco, c’erano le sue scarpe. – Le verrà notificata la data dell’udienza.
– Va bene, ok. Grazie, agente.
Non era la prima volta in cella per Kennedy Marr.
C’era stata la stazione di polizia di Limerick. (Adolescente: rissa). La ruvida panca di calcestruzzo in una galera vittoriana di Glasgow. (Studente: disturbo della quiete pubblica). E la prigione leggermente piú presentabile da qualche parte vicino a Cheltenham. (Guida in stato di ebbrezza, per festeggiare un incontro affollatissimo a un festival letterario). Aveva familiarizzato perfino con l’atmosfera rarefatta della guardina della stazione di Beverly Hills su Santa Monica Boulevard, dopo quella zuffa davanti al Dan Tana’s.
Ma Heathrow era una novità. Mai stato prima nella prigione di un aeroporto. La cella in sé non era malaccio, ma certo era un po’ meno gradevole dei divani e delle docce del Concorde Lounge in termini di decompressione ideale dopo un volo di undici ore. S’infilò il Rolex e controllò l’ora: le otto e dodici della mattina. Quasi dodici ore dopo essere atterrato. – E qui –. Il sergente indicò un altro spazio da firmare. Era un uomo alto e barbuto piú o meno dell’età di Kennedy. Mentre lo guardava firmare, disse: – Temo che non abbia piú l’età giusta per queste cose, signore…
– Già –. Era vero. Kennedy, redattore meticoloso quando si trattava di lavoro, a volte faticava a correggere i refusi della vita.
I convenevoli si erano svolti come di norma tra le nuvole.
«Kennedy Marr…» Stretta di mano.
«Ma quello che sento è un accento irlandese o sbaglio?» L’accento di questo Peter Arthur era pura vecchia Virginia.
«Eh, sí».
«Oh, mia moglie andrebbe matta per lei, oh sí».
Era venuto fuori che il tizio aveva sentito parlare di Kennedy. «Forse al tempo mia moglie ha letto qualcosa di suo. Io non ho letto niente, mi perdoni».
Kennedy aveva sospirato.
Capitava spesso di sentirselo dire. Di solito saltava fuori del tutto a sproposito. In tutta la sua vita Kennedy non aveva mai chiesto a nessuno: «Hai mica letto qualche mio libro?» (Oddio, forse a qualche intervistatore tedesco) eppure un certo tipo di segaiolo sentiva spesso il bisogno di aggiungere, non appena gli veniva presentato Kennedy: «Perdonami, non ho letto niente di tuo». Di solito veniva buttato lí, a mo’ di scusa («Mi perdoni» oppure «Temo di»), quando ovviamente non era niente del genere, anzi era l’opposto. Era una presa per il culo. Una provocazione. In realtà il senso era: «Ti crederai anche un grande scrittore, Signor Grande Scrittore, ma sai cosa? Quaggiú nel mondo reale c’è gente come me a cui non frega un cazzo dei tuoi libri. Leggere le tue stronzate? Ho di meglio da fare. Vattene a fare in culo». A seconda di quanto aveva bevuto, Kennedy aveva un repertorio di risposte diverse, che andavano dalla succinta «Non scusarti, anzi mi sorprende che tu sappia leggere» alla piú iperbolica «E cosí non hai letto i miei libri? Be’, a essere sincero io non ho mai… Scusa, cosa fai tu? Perché io non ho idea di chi tu sia. Comunque, qualsiasi cosa tu faccia, stai pur sicuro che non sono mai venuto a vedertela fare. Fare il passacarte in banca, maneggiare fondi speculativi, riparare macchine, recensire trattorie, andare a caccia di opossum o quel cazzo che fai. Anzi, continua a non leggere i miei libri e io continuerò a non sapere o a sbattermene di te. Affare fatto?»
Ma l’amabile, gentile Kennedy Marr in questo caso aveva respirato a fondo e detto: «’rcatroia, non c’è problema».
Indi Peter Arthur s’era scolato tre whisky, aveva abbassato la voce e, dopo avere scambiato Kennedy per un simpatizzante, aveva detto con aria complice: «Quell’Obama non mi piace per niente. O no?»
Ahi.
Era andata avanti per un po’. La solita storia: «È un socialista, è un comunista, è uno Jedi…» Cazzate assortite. «La riforma sanitaria» di qua e «il contribuente» di là. Kennedy aveva davanti due possibilità: 1) seguire il manuale del bravo progressista: «Mmh. Ma non pensa che…? Sí, capisco. Però d’altro canto…» Oppure: 2) vedere fin dove si sarebbe spinto quel tipo. Sbronzo quanto lui, e con un lungo volo davanti, aveva deciso di sposare l’opzione numero due, facendogli eco in modo strategico con robe tipo «Eccome», «C’hai preso, amico» e «Quel comunazi».
«Insomma, sotto elezioni lo dicevo a tutti quanti, – aveva proseguito Peter Arthur, allungandosi verso Kennedy. – Se viene rieletto, se in qualche modo la spunta, dovremmo marciare su Washington e cacciarlo dalla Casa Bianca prima che mandi il paese in malora».
«Verissimo, cazzo».
«Altrimenti che sarà di noi? Riempirà la Corte Suprema dei suoi. Abortire diventerà facile come ordinare una cassa di birra».
«Hai ragione da vendere, amico mio».
Peter aveva scosso le gote floride con aria mesta. «Un olocausto dei non nati. Pagato con i soldi del contribuente».
«Maledetto comunazi».
«Insomma, c’è stata un’epoca, e non parlo di secoli fa, in cui la famiglia aveva ancora un senso. I mariti lavoravano e le mogli crescevano i figli. Oggigiorno è pieno di genitori single, per non parlare della faccenda delle quote rosa, bah –. Santiddio, a Hollywood non la incrociavi mica gente cosí, per nulla. – Insomma, non mi fraintendere, non sono contro le donne in carriera, per carità, però… Tua moglie lavora, Kennedy?»
«Oh, sí».
«Di cosa si occupa?»
«È un’abortista», aveva risposto Kennedy, sorseggiando il quinto o sesto drink.
«In che senso?»
«Be’, pratica aborti. Ascolta, ciccio, nel posto dove sono nato io la gente tende a evitare di parlare di politica con gli sconosciuti. Perché un tempo rischiavi di finire sul retro del pub con una cazzo di pistola puntata alla rotula. Ma già che ci siamo… L’aborto non solo dovrebbe essere legale nel tuo paese, in certi Stati dovrebbe essere obbligatorio. “Facile come ordinare una cassa di birra”? Una .44 Magnum va bene, invece? O una Sig Sauer? O una Glock del cazzo? In certi posti è piú facile ottenere un’arma che un aborto, ciccione ritardato che non sei altro –. A dire il vero, se si conteggiava anche quelli nella sala d’attesa di prima classe, per Kennedy quello era l’ottavo drink. Adesso era sbronzo marcio, ciucco perso in stile Limerick. – Certo, mi rendo conto che l’idea di pagare qualche centesimo per aiutare gente che non ha un cazzo di niente nella vita per te è un orrore. Tu e quegli ingordi della tua famiglia non potete stare un giorno senza ingozzarvi di bisonti, Dio ce ne scampi e liberi! Un’altra cosa, già che ci siamo, caro il mio Peter Arthur… Un solo cazzo di nome cristiano non era sufficiente per quei coglioni dei tuoi genitori?»
«Stammi bene a sentire, – aveva detto Peter Arthur, allungandosi verso di lui con le vene del collo gonfie allo spasimo. – Prova a nominare ancora una volta la mia famiglia e sono cazzi tuoi, capito?» Americani del cazzo, con le loro famigliole guai-a-chi-le-tocca. Kennedy si era schiarito la gola. Si era allungato e aveva parlato chiaro e forte.
«Prendi i tuoi contributi fiscali e ficcali su per il marcio culo flaccido della tua mogliettina».
Peter Arthur si era lanciato verso di lui, scattando con una velocità e un rancore sorprendenti per un uomo di quella stazza. Ma Kennedy era pronto. Aveva tirato una testata al bifolco e il naso del riccastro si era aperto come un pomodoro maturo. Gli altri passeggeri avevano cominciato a urlare, mentre loro si rotolavano sul pavimento azzuffandosi. Un attimo dopo aveva il ginocchio dello steward contro la schiena. Inutile a dirsi, il resto del volo – senza una goccia d’alcol – non era stato molto piacevole per Kennedy.
Accese il telefono, che cominciò a trillare e vibrare all’impazzata. Trentotto chiamate. Venticinque sms. L’account su Twitter sembrava semplicemente esploso.
Le porte si aprirono e, per un attimo, pensò di avere attraversato qualche condotto spazio-temporale per arrivare alla prima di un film invece che agli arrivi internazionali: flash, gente che gridava il suo nome, microfoni sbattuti in faccia, troupe televisive. Testa china. Occhiali da sole.
– Kennedy!
– Ehi, Marr!
– Che cosa è successo?
– Quali sono le accuse?
– Kennedy!
– Come va la testa?
– Eri ubriaco?
– Signor Marr?
Quest’ultima domanda aveva un tono leggermente diverso, quasi un’ombra di preoccupazione. Alzò gli occhi e vide un tizio sui trent’anni – in sovrappeso, con qualcosa del buttafuori – lí impalato con un cartello in mano dove c’era scritto il suo nome. – Sono il suo autista.
– Grazie a Dio! – disse Kennedy, costretto ad alzare la voce sopra il putiferio dei giornalisti. – Dov’è la macchina?
Qualche minuto piú tardi – dopo essere stato rincorso per tutto il terminal e fino al parcheggio da quelle belve, nonostante l’elegante mantra «affanculoaffanculoaffanculo» – Kennedy, esausto e disfatto, si stravaccò sul sedile posteriore di una grande Mercedes che si allontanava da Heathrow. – Madonna… – grugní.
– Niente male come esordio, – disse il tizio al volante. – Mi è già capitato di aspettare a lungo, ma dodici ore…
– Già. Mi dispiace.
– Comunque paga l’università, amico. Ehi, lí dietro c’è qualche analgesico e dell’acqua. Mi sono preso la libertà di comprarli… Forse vuole dare un’occhiata anche a questo…
Un tonfo, qualcosa di pesante che colpiva Kennedy sulle gambe. Abbassò gli occhi: la mazzetta di quotidiani. Alzò gli occhiali e cominciò a sfogliare. Oh, Gesú…
Proprio in quel momento, in una cucina del Warwickshire, a un centinaio di miglia piú a nord, Millie stava preparando il caffè mentre scrollava la timeline su Twitter. Vide il nome di Kennedy nei trending topic. Cliccò sull’hashtag. Arrivò a un link sull’account della Bbc dal titolo: «Scrittore arrestato a Heathrow» con un’immagine di Kennedy, a testa china, ammanettato. – Oh, no – disse Millie. Di sopra, sentiva i passi di Robin che andavano dal bagno alla camera da letto. – Quanto sei idiota…
Dalle parti di Clapham, dopo essersi sintonizzata sulla fidata stazione radiofonica e preso il portapane, Connie Blatt sentí queste parole: «Lo scrittore, il piú giovane romanziere a essere stato candidato al Booker Prize con il libro d’esordio Impensabile nel 1997… – Il viso le si illuminò. – … è stato arrestato all’aeroporto di Heathrow ieri sera in seguito a una rissa su un volo di linea British Airways». Il viso le si incupí. Corse alla porta per recuperare il «Guardian». Sí, eccolo lí, pagina 5.
A Hampstead il professor David Bell fissò la prima pagina del «Telegraph», dove Kennedy beneficiava di un colonnino: Botte da orbita. – Santo cielo, – disse, cominciando a leggere. – Santo cielo, santo cielo –. Si rese conto che il telefono stava squillando, poi apparve sua moglie sulla porta: – È un giornalista.
Kennedy lasciò cadere l’«Independent» («… tornato in Inghilterra per un anno di insegnamento alla Deeping University, nel Warwickshire, tra le condizioni per il ritiro del prestigioso premio F. W. Bingham…») sul pavimento dell’auto e si tirò a sedere. – Come ti chiami?
– Keith –. Il tizio allungò la mano indietro e Kennedy gliela strinse.
– Grazie, Keith. Dunque, quanto sarà lungo il tragitto secondo te?
– Per come sembra il traffico sulla M40? Almeno un paio d’ore.
– Ottimo –. Kennedy ingoiò quattro Nurofen e due Valium con una sorsata dalla bottiglia di Evian. Appallottolò la giacca a mo’ di cuscino. – Svegliami quando arriviamo.
Il rettore sfogliò il «Times». – Santo cielo, – disse, mentre rileggeva per l’ennesima volta la pagina degli spettacoli. Il telefono sulla scrivania squillò.
– Il professor Drummond è arrivato.
– Che pall… Ottimo. Lo faccia salire, per favore.
Un breve silenzio, un colpo alla porta, e Dennis Drummond entrò a larghe falcate, con una mazzetta di giornali sotto braccio. Li scaraventò sulla scrivania del rettore. – Hai…
– Sí, Dennis. Ho appena saputo.
Drummond aprí il «Mail» e lesse: – «Noto per gli eccessi alcolici… Da poco vincitore di un premio letterario con un compenso di mezzo milione di sterline, pare che lo scrittore abbia aggredito fisicamente un altro passeggero in seguito a un alterco. Kennedy Marr, 44 anni, insegnerà all’Università di Deeping, nel Warwickshire…» – Drummond lasciò cadere il giornale. – Capisci? In tutti questi articoli compare il nome dell’università!
– Sí, ammetto che non siamo partiti con il piede migliore. Tuttavia…
– «Con il piede migliore»?
– Penso che dobbiamo dare al signor Marr la possibilità di fornire la sua versione dei fatti. Sai quanto la stampa ami distorcere queste vicende.
– È un comportamento a dir poco disdicevole, come certamente…
– Be’, è un personaggio pubblico. Alcuni atteggiamenti che altrimenti non darebbero nell’occhio finiscono al centro dell’attenzione.
– Io ti ho già avvertito. Lo sanno tutti che tipo è.
– Dennis, ne abbiamo già parlato e ho preso nota delle tue riserve.
– Non voglio quell’uomo nel mio dipartimento.
– Che cosa sta sostenendo esattamente, professor Drummond? – Il rettore si appoggiò allo schienale e congiunse le mani, con aria formale.
Drummond lo guardò. Erano già arrivati al punto o-lui-o-me? Qualcosa convinse Drummond a non scoprire subito le carte. – Io… niente. Non sono per nulla contento della sua presenza qui. Penso che non gliene importi niente dell’insegnamento e credo che arrecherà solo danni alla reputazione del dipartimento e dell’università.
– Ok. Afferrato. Tuttavia, Dennis, per l’ennesima volta: abbiamo già affrontato la questione. Il pr...