I viaggiatori
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I viaggiatori

  1. 304 pagine
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Informazioni su questo libro

È il momento di farsi un viaggio. Scegliete il vostro oceano. Cosí diceva Reuben Applewood ai suoi cugini ogni volta che le cose si mettevano male e bisognava mantenere la calma. Gli abitanti di questo romanzo, di viaggi ne hanno fatti parecchi: dagli anni Cinquanta del Novecento al primo decennio del ventunesimo secolo, da una Georgia ancora segregata alla New York della prima presidenza Obama, attraverso un'America in radicale mutamento. Sono individui indimenticabili, i Vincent e gli Applewood, i Camphor e i Christie. Famiglie importanti o poveri diavoli, semianalfabeti ed eruditi, bianchi e neri, che affrontano con resilienza e tridimensionale umanità il viaggio della vita. E ci mancano irrimediabilmente, appena escono dalla pagina.È una notte del 1966 nella Buckner County, in Georgia, quando Agnes Miller, l'esuberante figlia diciannovenne del diacono locale, con lunghe gambe da majorette e grandi speranze, svolta in Damascus Road assieme al suo fidanzato. È lí, in quella via buia e isolata, che la brutale polizia bianca del posto intima ai due ragazzi di accostare l'auto. Dopo, nulla è piú come prima. Non lo è per Claude Johnson, che andrà incontro al suo solitario destino. Non lo è per Eloise Delaney, l'amica intima di Agnes, che, guidata dalla forza del suo amore giovanile, passerà il resto della vita a superare barriere: quella che impedisce a una donna nera di volare, come la sua eroina Bessie Coleman, e quella che le vieta di amare chi e come vuole. E naturalmente nulla sarà piú come prima per Agnes, che abbandonerà il Sud della sua giovinezza per trasferirsi nel South Bronx e sposare Eddie Christie, un veterano della Marina rientrato dal Vietnam con qualche rotella fuori posto e un solo amuleto a cui aggrapparsi: una copia consunta, sgraffignata d'impulso a un ufficiale, di Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard, da quel momento reliquia e guida spirituale per la sua vita a venire. Regina Porter segue le loro vicende comiche e struggenti, e segue quelle delle loro figlie diversissime, l'infermiera Beverly, squinternata e generosa, e la studiosa Claudia, esperta di Shakespeare e sposata con Rufus Vincent, unico figlio (legittimo) dell'affascinante James Vincent, e fratellastro (ignaro) del bruno Hank Camphor. E quindi ci racconta dei Camphor, e poi dei loro vicini di casa Applewood, e dei le- gami di questi con i Miller e con i Delaney. E a ogni nuova entrata e uscita di scena il cammeo si fa affresco, e il monologo coro. Dall'individuo alla famiglia, dalla famiglia alla società, fino all'America intera, raccontata attraverso le sue tensioni razziali, le contrapposizioni di classe, le tematiche di genere, le guerre, le migrazioni dal Sud dell'Unione al Nord. Ogni voce cattura la scena e il nostro cuore per un tratto di strada, prima di lasciare il testimone alla successiva. Proprio come nel viaggio della vita, dove «siamo contemporaneamente gli eroi della nostra storia e le comparse di quella degli altri».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806243937

La stagione estiva

1983
1983
Era il Memorial Day quando nella casa accanto a quella di Hank e dei suoi genitori arrivò la famiglia nera. Si presentò nell’ora piú calda del pomeriggio, sotto un sole cocente, anche se per fortuna dalla costa del golfo soffiava un generoso venticello, cosí che gli ospiti potessero avere un po’ di refrigerio.
Il padre di Hank, Charles Camphor, aveva tra le mani un set di mazze da golf nuove di zecca. Invece del ferro, Charles aveva optato per il legno – legno di cachi, per l’esattezza. Stava spiegando come le canne e le teste di legno duro giovavano ai suoi colpi. Era lí che mostrava le mazze a suo cugino, Big Seamus, il padre di Seamus III. I cugini Camphor erano venuti ad ammirare la pretenziosa casa di Charles, con le sue cinque camere da letto e i suoi tre bagni, il balcone in ferro battuto, la veranda che girava tutt’attorno all’edificio e la porta del garage con apertura automatica. La casa si trovava su mezzo ettaro di terreno a Sunset Beach, una comunità cintata su un’isola della Buckner County, Georgia. C’erano maestosi salici piangenti e ginepri e altri arbusti piazzati in modo da assorbire i rumori provenienti dalla palude, che brulicava di animali selvatici. Durante il giorno i suoni giungevano attenuati, ma di notte erano fragorosi.
I cugini di Charles Camphor odiavano il modo in cui le loro donne andavano in sollucchero davanti al bidè che Charles aveva fatto installare appositamente per sua moglie, o alla cucina professionale – una cucina con un’isola di marmo al centro –, per una donna che non sapeva neanche far bollire un pentolone di riso. Quella mattina la moglie di Charles, Barbara Camphor, aveva fatto una capatina al Mrs Trudy’s Roadside Restaurant, dove i cuochi neri indossavano ancora uniformi d’anteguerra e i ventilatori al soffitto non facevano altro che aumentare il calore. Aveva speso piú di cinquecento dollari per un banchetto in piena regola: zuppa di gombo, riso rosso alla sudista, pollo fritto, sottaceti misti, cime di senape e, fra le altre cose, insalata di patate alla casalinga. Ghiottonerie che lei non aveva la forza di preparare, ma di cui, una volta servite nelle stoviglie giuste, poteva attribuirsi il merito.
Hamburger e hot dog cuocevano sulla griglia. Il resto del cibo, quello comprato da Mrs Trudy, era disposto sul tavolo da picnic di legno. Barbara uscí e si piazzò accanto al marito. Lei e Charles avevano i capelli biondastri e gli occhi azzurri, ed erano istintivamente attratti dal sole. Hank aveva ereditato il loro bell’aspetto, sebbene avesse i capelli piú scuri e ondulati. Mentre Charles se ne stava a ciondolare coi suoi cugini, Barbara si scalciò via le espadrillas blu. Nell’estate del 1983 le espadrillas erano un’affermazione di stile ben precisa, ma lei se le metteva solo per stare comoda. Barbara Camphor non doveva preoccuparsi dello stile. Sarebbe stata affascinante anche mentre puliva il pesce.
– Com’è che Barbara ha imparato a fare le uova sode? – I cugini di Charles e le loro donne stavano ridendo e chiacchierando.
– Barbara, chi ti ha insegnato la differenza fra purè e insalata di patate? – le chiese la moglie di Big Seamus.
Lei bevve un sorso della sua birra di Milwaukee. – Ciò significa che questa volta l’ho azzeccata, presumo –. Mentre rientrava dal Roadside Restaurant, era passata davanti alla loro vecchia casa in centro. Non era abbastanza spaziosa da invitare la famiglia di Charles, il che era stata una benedizione. Quando lei era piccola, i suoi genitori, tutt’e due operai della fabbrica di birra Pabst, invitavano amici e parenti cosí su due piedi. Tutti sapevano lasciare il proprio ego fuori dalla porta. Facevi visita a qualcuno perché ne avevi davvero voglia, e ti trattenevi perché apprezzavi la compagnia. Lí invece mancava qualunque cameratismo. La nuova villa le piaceva, ma preferiva l’intimità del vecchio appartamento.
Barbara si immedesimò nel suo ruolo di padrona di casa e cominciò a girare per il prato versando munificamente da bere ai parenti di Charles, dato che il motivo per cui erano venuti era quello: il cibo gratis e gli alcolici di suo marito. Quel che non sapevano era che la sera prima Barbara aveva travasato il whiskey, il bourbon, lo scotch, il rye e il gin di prima qualità in altre bottiglie, sostituendoli col liquore a buon mercato che stavano tracannando ora. Hank l’aveva aiutata; adorava aiutare la madre a menare per il naso i cugini del padre. Era uno dei grandi piaceri della stagione estiva.
Quel Memorial Day, mentre stavano ridendo e ammazzando il tempo, uno dei cugini, quello pelle e ossa con gli occhi da falco pellegrino, chiese: – Qui accanto chi ci abita?
– Al momento nessuno, – disse Charles. Quando Charles e Barbara avevano comprato quella villa, nove mesi prima, la casa vittoriana gialla col salice piangente nel giardino davanti era vuota.
– Che posto! – Il cugino falco pellegrino esaminò la facciata della casa di Charles da cima a fondo. – Ve la passate bene, eh?
Charles guardò Barbara: quello era il cugino che lei gli aveva consigliato di non invitare. In ogni famiglia ce n’è uno. Charles, tesoro, tu sei troppo gentile. C’è gente la cui fame non può essere saziata, lo aveva avvisato, neanche da un banchetto.
– Diciamo che il prezzo era giusto –. Charles diede al cugino un colpetto sulle costole con una delle sue nuove mazze da golf. E tutti risero.
Fu in quel momento che lungo la strada silenziosa comparve un camion dei traslochi che imboccò il vialetto della casa vittoriana gialla. Dietro il camion, su una Volvo argentata, c’era un sestetto di persone con la pelle scura.
– Ditemi che non state vedendo anche voi quel che vedo io, – disse il falco pellegrino. Gli altri cugini scoppiarono a ridere in quel modo malignamente gioviale che gran parte della loro progenie avrebbe ereditato. Charles invece era rimasto impietrito, e anche le sue mazze nuove. Fu Big Seamus a cambiare le carte in tavola.
Zitti, – sbottò. – Non vorrete far pensare ai nuovi vicini di Charlie che siamo gente ignorante –. Hank si sarebbe ricordato di quella cortesia quando tredici anni dopo avrebbe venduto a Big Seamus la villa dei suoi genitori.
I nuovi vicini scesero dalla Volvo argentata e andarono verso l’ingresso della loro nuova casa. Per un secondo la donna parve rivolgere lo sguardo nella loro direzione, ma forse Hank se l’era solo immaginato. Indossava un fresco abito estivo azzurro ed espadrillas blu uguali a quelle di sua madre, solo che le sue avevano un tacco di cinque o sei centimetri. La donna camminava a fianco del marito, e dietro venivano i quattro figli. C’era una graziosa adolescente coi capelli ricci lunghi fino alle spalle e un vestito viola a motivi cachemire che ondeggiava a ogni suo movimento. Alla sua destra trotterellava un bassotto dalle orecchie flosce. Poi veniva un ragazzo coi capelli a spazzola e gli occhiali. A Hank, che aveva appena compiuto tredici anni, parve un suo coetaneo. Per ultimi scesero dalla macchina due gemelli grassocci, un maschio e una femmina, sui quattro o cinque anni. Sfoggiavano abiti alla marinara simili a quello del padre, Reuben Applewood, capitano della Marina fresco di congedo.
A Hank venne da pensare alla famiglia di germani reali di un libro illustrato che gli piaceva tanto all’asilo, Largo agli anatroccoli. Quella famiglia aveva lo stesso colore brunastro dei germani reali, però senza il collare verde. C’è una stagione in cui i germani cambiano le piume e perdono il collare verde. E durante la muta non riescono a volare.
– Ho lavorato sodo per cucinare questo cibo, – disse Barbara, spingendo i parenti di suo marito a distogliere lo sguardo dai nuovi vicini. – Non è vero, Hank, tesoro? Ora, portiamo tutto dentro prima che il caldo rovini il cibo e anche la nostra salute. L’intossicazione alimentare è un’esperienza da non fare piú di una volta nella vita. Io domattina devo prendere l’aereo, ma se volete voi potete stare alzati a godervi l’aria condizionata e dar fondo alle riserve di alcolici di mio marito.
L’indomani mattina, all’aeroporto della Buckner County, Barbara baciò Charles un po’ troppo appassionatamente prima di salire in aereo. – Mi raccomando, non fare niente che io non farei, – disse. Era diretta a un congresso regionale della Croce Rossa a Atlanta.
– Mi tratterrò finché non torni, amor mio, – disse Charles dandole una tenue manata sul sedere.
Barbara si tirò indietro e passò una mano fra i capelli ondulati di Hank. A volte tuffava le dita in quella rigogliosa criniera scura e diceva, Ora mi faccio una bella nuotata.
– Hank, – disse ora. – Cerca di non crescere troppo.
Per tre giorni Hank spiò il figlio dei nuovi vicini, in attesa dell’occasione giusta per dirgli ciao o salve in un modo che suonasse naturale. Con quegli occhiali spessi dalla montatura di tartaruga, il ragazzo aveva un’aria seria e severa. Hank immaginava che i pensieri del ragazzo fossero sempre due passi avanti ai suoi, ed era arrabbiato perché i pensieri non gli davano retta. (Era una sensazione che conosceva anche troppo bene, soprattutto quando sua madre era via).
Finalmente Hank lo incrociò mentre tornava a casa dalle lezioni di vela al Sunset Beach Country Club. Stava portando a passeggio il bassotto dalle orecchie flosce.
– Non hai paura che il cane corra in mezzo alla strada? – gli disse. Il bassotto camminava senza guinzaglio diversi metri piú avanti, annusando forsennatamente il marciapiede in cerca di segreti da scoprire.
– Tipper la sa attraversare, la strada, – rispose il ragazzo. – E comunque il traffico non abbonda in un vicolo cieco.
– L’hai addestrato? – disse Hank, sentendosi improvvisamente un idiota.
– No, è piú il cane di mia sorella. Dà retta solo a Lonnie.
– E allora com’è che a passeggio lo porti tu?
– I gemelli sono totalmente inconsolabili. E quando sono cosí, preferisco non stare in casa.
Hank stava per scoppiare a ridere per la spocchia del ragazzo, ma si trattenne. – Io mi chiamo Hank, – disse, in tono disinvolto.
– Huck?
– No, Hank… come Hank Williams –. Cominciò a gorgheggiare.
– Musica country, – disse il ragazzo, scostandosi da lui con aria sprezzante e tirando fuori dalla tasca della camicia un cubo di Rubik. Lo manovrò con destrezza, facendolo ruotare fra le mani, allineando i riquadri gialli, verdi, bianchi e blu, e poi cercando di completare il lato rosso.
– Cos’ha di male la ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I viaggiatori
  4. Fallo sapere
  5. Damascus Road
  6. Gli ospedali non sono posti da sigarette
  7. Che ci sia sale
  8. Primo atto
  9. Intervallo
  10. Secondo atto
  11. Terzo atto
  12. Eddie post-Nam
  13. La stagione estiva
  14. L’uomo dei traslochi si ferma
  15. Eloise prende il volo
  16. Io so dove sta il veleno
  17. Minerva, a ruota libera
  18. Esercizi di scrittura / Prof. Bass. Strutture linguistiche
  19. Vapore
  20. Non sei una Lee Krasner
  21. Hank scrive
  22. Color Land
  23. Eloise prende il volo (seconda parte)
  24. Il peso di un alligatore
  25. Ringraziamenti
  26. Elenco delle illustrazioni
  27. Il libro
  28. L’autrice
  29. Copyright

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