Il dono di Antonia
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Il dono di Antonia

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il dono di Antonia

Informazioni su questo libro

Antonia vive a Bologna e ha una figlia adolescente, Anna, che da qualche tempo ha problemi di alimentazione. Il loro rapporto è teso e Antonia si domanda se, rifiutando il cibo, Anna non stia tentando di svincolarsi dalla sua devozione materna. Poi, un giorno, arriva la telefonata di un ragazzo americano e con lui il passato torna a galla. Ventisei anni prima Antonia viveva negli Stati Uniti e donò un ovulo a un'amica che desiderava diventare madre ma non poteva. Da quell'ovulo fu generato Jessie, che ha appena scoperto di essere nato anche grazie a lei, e perciò ha bisogno di conoscerla, di sapere perché lo ha fatto, e perché a un certo punto è scomparsa. Mentre sua figlia sembra volersi liberare di lei, qualcuno che non può chiamare figlio invece cerca Antonia, e la interroga sui motivi di quel dono offerto come un atto di generosità del quale poi non si è sentita all'altezza, un gesto da cui deriva una responsabilità che lei non può piú ignorare. Perché, per ciascuno di noi, la domanda «chi sei» implica sempre anche «di chi sei».«Che volete da me, vorrebbe dire a entrambi: a quel figlio che non è figlio e a quella figlia che non vuole esserlo; che volete ancora da chi vi ha dato la vita, e ora non è nemmeno piú sicura che ne sia rimasta per sé, che sia avanzato un po' di desiderio».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806244996

Parte quarta

Antonia ha preparato una terrina di piselli in umido e una di riso freddo, una torta salata alla ricotta e spinaci, polpettine di carne col sugo e una macedonia di frutta, senza sapere esattamente per chi o perché, chi mangerà tutto quel cibo. Lo ha fatto dopo la mungitura mattutina, per tenersi occupata, non troppo distante dal telefono, in modo da poter essere lei ad afferrarlo, nel caso dovesse squillare.
Quando si è svegliata, di mattina presto, ha tirato un sospiro di sollievo vedendo i vestiti buttati sul pavimento della stanza e Anna avvoltolata nelle lenzuola. Antonia ha dormito profondamente e non ha sentito rientrare lei e Paolo, che era andato a prenderla all’uscita dalla festa. Di un figlio ti basta sapere anche solo questo: che c’è.
E adesso Antonia sa che anche Jessie c’è. Lo ha sempre saputo, a essere sincera. Le lettere che arrivavano dalla California a casa dei suoi genitori, all’inizio, dopo il suo ritorno, una alla settimana, poi sempre meno frequenti, scalate nei mesi, di anno in anno, per alcuni anni, fino a cessare, le avevano dato la certezza che un bambino fosse nato, che Myrtha gliene volesse parlare. Non le aveva mai aperte, appena le venivano recapitate nell’involucro sottile bordato di rosso e blu della posta aerea di un tempo, scendeva in strada e se ne liberava nel primo cassonetto della spazzatura.
Non aveva avuto la tentazione di aprirne mai nemmeno una. Anche se di alcune aveva tastato la consistenza piú rigida, immaginando dentro una fotografia. Cedere alla curiosità voleva dire precipitare di nuovo nel tormento in cui aveva vissuto i suoi ultimi giorni a Los Angeles, la faccia rigata di lacrime e mascara, come una seppia che colava inchiostro – Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? – fino a che aveva deciso di anticipare la partenza, e tagliare i ponti con tutti.
Antonia non lo aveva voluto vedere, né conoscere, neppure a distanza, ma aveva sempre saputo che c’era. Come sapeva di avere un neo sul fondo della schiena a destra, una macchia scura che era certa di portare con sé anche se non la vedeva mai.
Quando suona il telefono, poco dopo le dieci, è pronta a rispondere convinta sia Jessie, ma si tratta del veterinario che chiede informazioni sul capretto e lei rimane quasi delusa. È Anna a prendere la telefonata di Jessie, un’ora dopo, quando Antonia è di nuovo fuori a lavorare e sua figlia, ancora in pigiama, la raggiunge nella stanza del caglio, le porge il cordless e con una smorfia sorniona dice: – È il tuo amante.
Antonia impugna la cornetta e con una mano fa segno ad Anna di allontanarsi, ma lei rimane lí a braccia conserte, allora è Antonia ad andarsene, uscendo dalla porta che va verso l’orto. Fuori è investita dal caldo e dalla luce, da un nugolo di farfalle azzurre che si sollevano dai cespugli di lavanda.
– Buongiorno, è tua figlia quella con cui ho parlato oggi per la seconda volta?
– Sí, è Anna.
– Anna, – ripete Jessie, come se ne stesse calcolando il peso, tanto indugia sulle vocali. – Un nome palindromo, è reversibile, si può leggere dalla fine.
– Non ci avevo mai pensato, – commenta Antonia, strizzando fra le dita una foglia di pomodoro che rilascia un odore acre e un succo scuro e vischioso.
– Coi figli non c’è nulla di reversibile, semmai il contrario. Non si torna piú indietro, – dice secca.
– Ed è l’unica?
Antonia balbetta: – Sí, – poi aggiunge: – A parte te.
Ecco, l’ha detto – pensa – e non potrà piú tornare indietro.
– Mi è costato cercarti, ma per me è importante.
– Posso capire. Sí, ti capisco.
– Allora ti va bene se ci vediamo?
Antonia esita, guarda a terra, si concentra sugli scarponcini che indossa con la punta incrostata di vecchie macchie di latte, poi alza lo sguardo verso il prato, oltre l’orto. Se dice di no perderà tutto, perderà Anna per sempre. Non ha idea da dove le venga questa convinzione superstiziosa, ma sa di aver sbagliato una volta e non vuole che accada di nuovo, quindi respira forte e dice:
– Oggi, subito dopo pranzo.
Antonia rientra nella stanza dei formaggi aspettandosi di trovare Anna, ma sua figlia se ne è andata, un vago profumo di vaniglia è rimasto intrappolato fra l’odore del latte e del caglio. L’avesse trovata ancora lí, l’avrebbe abbracciata e le avrebbe raccontato tutto. Vedi quanto poco tua madre conosceva se stessa. Vedi che gesto piú grande di sé ha compiuto. Vedi come non è stata capace di affrontare quello che è venuto dopo. Vedi come ha creduto di essere padrona del proprio corpo, e del proprio cuore, quando forse non lo era cosí tanto. Vedi quanto la vita possa essere complicata. E adesso, ti prego, ora che hai visto quanto imperfetta io sia stata, smetti di voler essere diversa, smetti di consumarti volendo consumare me. Non ho piú nessuna lezione da insegnarti, prendi la mia debolezza oggi, potrebbe essere la tua forza domani.
Non è proprio sicura che sarebbe riuscita a dirlo cosí, solenne come lo ha appena pensato, ma è la prima volta che prova il desiderio di parlare. È stata la voce senza volto di Jessie, quella voce sconosciuta che chiede di appartenere, se non a lei, a un suo gesto, a un remoto passato comune. Chissà se Jessie assomiglia in qualcosa ad Anna, si chiede, mentre pulisce il piano di lavoro e vi appoggia in file parallele le ceste di ricotta.
Un incontro in un bar del centro le sembra piú che adeguato. Adeguato è l’aggettivo che le ricorre in testa, mentre pensa a come vestirsi, a come salutare questo giovane uomo di cui non sa nulla, se non che la sua determinazione l’ha piegata a fare qualcosa che mai avrebbe creduto. Adeguato le sembra anche pagare il parcheggio dell’auto per tre ore, e scegliere un caffè dove non va di solito con le sue amiche, ne ha solo sentito parlare, perché cosí il rischio di inciampare in qualcuno che conosce diminuisce e non si troverà a dover fare presentazioni, né spiegare niente a nessuno, perché lei stessa non sa nemmeno chi sta andando a incontrare.
Quando mette i soldi nel parchimetro, la punge il sospetto di avere sbagliato tutto, avrebbe dovuto guadagnare tempo, riflettere ancora, ma è tardi per cambiare le cose. Le viene in mente che ha dimenticato di riempire di crocchette le ciotole dei gatti e del cane, di cambiare le pastiglie di cloro negli skimmer della piscina e, guardandosi nel vetro della portiera dell’auto, non c’è proprio nulla che la convinca: si è messa un abito che non tirava fuori dall’armadio da dieci anni almeno, uno chemisier a fiorellini minuti di color rosso porpora dentro il quale si sente goffa, tira un po’ sulle spalle e sui fianchi, è troppo corto. Anche la borsetta è sbagliata, non ha ancora fatto il cambio stagionale, e cosa c’entra quel borsone di pelle grigia che si porta appresso, e in cui fatica a ritrovare ogni volta chiavi, agenda e cellulare? I capelli li ha legati nel solito chignon basso. Ecco, forse da lontano potrebbe dare l’impressione della ragazza energica che ha creduto di essere fino a qualche anno prima, ma non nel momento in cui stringe la mano di un giovane uomo alto e robusto che l’aspettava in piedi nella piazzetta dove si sono dati appuntamento, all’ombra di un platano secolare, come lei gli aveva indicato per non sbagliarsi. L’ha riconosciuta lui, quando ancora era lontana e avanzava circospetta, il cuore accelerato. La mano gliela stringe con calore, la guarda negli occhi e non dice nulla, e allora di quella ragazza energica non rimane proprio piú niente, perché si sente vecchissima, come se stare davanti a lui avesse moltiplicato i suoi anni un numero indefinito di volte. Averlo di fronte in carne e ossa, vestito di una camicia buona con le pieghe impresse dalla valigia, le fa rivedere una se stessa di molto tempo prima, una se stessa cosí distante che le pare impossibile da ricollegare a quella presente.
Passa un tempo lungo in cui si studiano a vicenda, cercando di assorbire il piú possibile la reciproca vicinanza, lo fanno mentre sostano sotto il grande platano, e dicono cose che presto dimenticano, cose che non li riguardano, non piú di quanto li riguardino i sassolini di ghiaia che scricchiolano sotto le loro scarpe. Si osservano anche mentre apparentemente evitano di farlo, di distrarsi con le parole, di avviarsi verso il bar e trovare un posto a sedere, ma è sui dettagli fisici che invariabilmente tornano, la forma degli occhi e le pieghe che prendono quando vengono strizzati o socchiusi, la curva delle labbra, lo smalto e il taglio dei denti, la linea delle sopracciglia, del naso e del mento, la fronte e l’attaccatura dei capelli. Poi le mani, le dita, le unghie, i polsi, il rilievo delle vene sulle braccia, il colore e la densità della peluria. Sono l’uno per l’altra un territorio da esplorare e rilevare, perché la presenza adesso è corpo, dopo essere stata solo idea. Antonia osserva che il colore dell’epidermide di Jessie è di un tono piú chiaro del suo, e Jessie capisce cosa intendesse Myrtha quando diceva che Antonia aveva una bella faccia italiana; scrutano oltre il bordo dei loro lineamenti, delle loro fattezze, là dove sporge quell’altra cosa che entrambi chiamano anima. Prolungano il momento prima che arrivino le parole, prima che arrivino le storie a confonderli. Indugiano in quel prima in cui si può pensare di essere senza distinzione, come talvolta credono di essere gli amanti, come sempre credono di essere le madri coi figli, almeno finché sono peso che cresce e pulsa dentro la loro pancia.
Ma Jessie non era mai stato peso che cresceva e pulsava dentro la pancia di Antonia. Dunque, per iniziare, parlano della casa di Myrtha e del clima. La California brucia ormai a ogni stagione. A Los Angeles la siccità è durata per tre anni, e per un’intera primavera ed estate consecutive. Hanno razionato l’acqua. Non si può tirare lo sciacquone, se non dopo aver orinato due volte, proibito stare sotto la doccia per piú di cinque minuti, abolito il lavaggio auto, quanto a innaffiare piante e giardini non se ne parla proprio.
Antonia, seduta di fianco a Jessie nell’esterno ombreggiato del bar, assimila queste informazioni sul Paese in cui ha vissuto da giovane e piano piano riemergono alla memoria, piú che ricordi, stralci di sensazioni che afferra a intermittenza: l’implacabile luce diurna, sole sulle spalle, sole negli occhi, impossibile uscire senza proteggerli, l’allerta nel cielo solcato di elicotteri e nelle strade percorse dalle sirene della polizia, durante le notti in cui si svegliava perché le sentiva poco distanti, o sopra il tetto della casa, e allora diventava difficile riprendere sonno. Ad accarezzare col palmo le foglie delle piante, le erano rimaste impresse strisce grasse e nere di smog, ma anche quello, rappreso in minuscoli grumi, brillava sotto il sole.
Jessie le racconta che un incendio a Malibu è arrivato non lontano da casa di Myrtha, tanto che si vedeva già una colonna di fumo, oltre gli eucalipti.
Ordinano un’acqua alla menta che Antonia preferisce senza troppo ghiaccio, mentre Jessie ne chiede un’aggiunta.
La memoria di Antonia non comincia dalla casa di Myrtha e dalla grande piscina col fondo di piastrelle chiare a vene dorate, piuttosto è lí che finisce. Un grande balzo e poi lui, questo giovane uomo. Per baciarlo sulle guance ha dovuto alzarsi sulla punta dei piedi, tanto è alto; di sicuro non è merito dei suoi geni, si dice, e ora che stando seduta al bar lo osserva da vicino nelle sue singolarità, annota un piccolo dosso picchiettato di efelidi all’attaccatura del naso che le sta simpatico, ma è del tutto consapevole che lui non è mai stato peso e pulsazione dentro di lei, e fatica a immaginare come fosse da piccolo, da adolescente, perché un figlio è qualcuno che non smetti di immaginare nel tempo.
– Non ti pensavo cosí, – le dice Jessie a bruciapelo, interrompendo i resoconti meteorologici, le cose che stava dicendo per creare un paesaggio comune.
Antonia ci rimane male. Cosí come: piccola, mal vestita, trascurata, invecchiata come si sente, o reticente e guardinga, come sa di essere? Avverte insorgere di nuovo la resistenza a incontrarlo di quando ha appreso che lui era piú che un suo gesto remoto, una persona vera che la cercava. Non ha mai desiderato che Jessie avesse alcuna immaginazione su di lei, si è fatta da parte proprio per questo, non appena lui è stato concepito. Con quale diritto adesso le sbatte in faccia la sua delusione?
– Non ci posso fare niente, e in ogni caso…
Jessie la interrompe: – Mi hai frainteso, d’altronde è normale. Cosa abbiamo in comune tu e io, a parte la biologia? Poco altro, direi. Questa lingua che ho imparato, ma non è la mia, e il reciproco imbarazzo.
– È stata Myrtha a volere che tu imparassi l’italiano?
– Certo, a dieci anni mi ha mandato ai primi corsi e in casa c’era sempre una nanny italo-americana.
Jessie sospira. Antonia fa altrettanto per riflesso. Jessie accavalla le gambe e Antonia non può impedirsi di imitarlo, se ne accorge e le scappa da ridere.
Jessie le sorride e riprende: – Myrtha è il nostro punto in comune. Cominciamo da lí, cominciamo dal passato.
Antonia lascia scorrere il piede fuori dalla scarpa per sentire il fresco del basolato sulla pianta; anche se sono all’ombra fa caldo, i bicchieri di vetro grondano all’esterno e producono condensa.
– Siamo state molto amiche, per un breve periodo.
Jessie mescola il liquido con la cannuccia e dice: – Questo non spiega quello che hai fatto, o che avete fatto insieme, non del tutto. Ti devo la vita eppure non hai mai voluto sapere niente di me. Oggi è piú frequente, sono tante le coppie che si rivolgono a una clinica per un gamete e difficilmente il bambino conoscerà il donatore o la donatrice. Ma voi eravate amiche, è diverso. L’avete deciso insieme, o sbaglio?
Antonia annuisce senza guardarlo, fissa un punto sul muro del bar. È infastidita dall’assertività di quel giovane uomo, ma ne è anche commossa. È raro che un figlio chieda al proprio genitore perché lo ha messo al mondo, specialmente a una madre. Ma lei non è la madre, almeno non è la madre intenzionale, come le dissero al primo colloquio nella clinica medica affacciata sull’oceano.
– Vorrei capire cosa è successo, ventisei anni fa. Mi aspetto una lunga storia.
– Certo, potrebbe essere una lunga storia, – conferma Antonia, sempre tenendo lo sguardo altrove.
Jessie allunga una mano verso la sua, sul tavolo, poi si ferma e dice: – Vorrei sapere da dove vengo.
Ha smesso di aggredirla, o forse ha recuperato la motivazione profonda che lo ha spinto fino a lí. Antonia riconosce un tratto di Myrtha, la fiducia istintiva che le aveva ispirato, e capisce: a chi, se non a Jessie, può raccontare quello che avrebbe voluto dire nelle serate trascorse insieme a Sara e Alice, ma non l’ha fatto, o ad Anna, se avesse seguito il consiglio di Paolo, ma non ne ha avuto il coraggio?
Adesso sente che può e che la sua storia ha trovato chi è in grado di ascoltarla. A trattenerla erano sempre state la vergogna, la paura di essere giudicata, ma ancora di piú il fatto che quanto era accaduto le pareva staccato dal resto della sua vita, c’erano di mezzo un oceano, due continenti, una lingua diversa. Non era mai riuscita a spiegare come tutta questa distanza le avesse consentito di compiere quel gesto, e al tempo stesso le impedisse di considerarlo reale. Ma Jessie, a meno di mezzo metro da lei, è reale, e con lui la parte di sé che finora ha tenuto sepolta.
La stoffa del vestito le si sta appiccicando sotto le ascelle per il sudore, ma non è il caldo, piuttosto l’agitazione che precede un momento difficile. Antonia butta la testa indietro a pescare piú a fondo nel coraggio, ma sulla nuca preme il bruciore dell’abbandono, di tutto quello che lei ha abbandonato, e di tutta la distanza creata. Il coraggio può trovarlo solo davanti a sé, guarda Jessie negli occhi, e comincia.
– A diciott’anni è successo qualcosa con mia madre. Faceva l’infermiera. Fosse nata piú tardi, e non nei primi anni dopo la Seconda guerra mondiale, avrebbe continuato gli studi e sarebbe diventata medico, credo, ma all’epoca già avere il diploma da infermiera, venendo da una famiglia di scarsi mezzi come la sua, era un balzo in avanti nella scala sociale, e nella considerazione che aveva di se stessa. Sono cresciuta con i racconti della sua adolescenza disagiata e caparbia: pelli di coniglio sul manubrio per andare a scuola in bicicletta, d’inverno in mezzo alla neve, in un paese di campagna; panini con burro e zucchero, col pane del giorno prima alla ricreazione; calze riciclate di una cugina che aveva le gambe piú lunghe, cosí il rammendo sul buco poteva finire sotto il tallone. E su tutto la sua voglia di diventare infermiera, mentre lavorava per mantenersi, facendo pulizie, accudendo bambini per comprare i libri, i primi guanti in lattice per le esercitazioni. Non finiva mai di raccontarlo, e di esserne orgogliosa. Era anche donatrice volontaria di sangue, e di questo era piú che orgogliosa. Una volta al mese di domenica mattina organizzava quelli che a me sembravano festini. Portava torte, dolcetti di pasticceria, thermos di caffè e tè ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il dono di Antonia
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Parte terza
  7. Parte quarta
  8. Nota al testo
  9. Il libro
  10. L’autrice
  11. Della stessa autrice
  12. Copyright