B.I. n. 40, giugno ’97
BENTON RIDGE, OHIO
– È il braccio. A te non sembrerà questa gran dote, vero. Ma è il braccio. Lo vuoi vedere? Non è che ti fa schifo? Be’ eccolo qui. Ecco il braccio. Per questo mi chiamano Johnny Moncherino. È opera mia, sono un cinico che manco te l’immagini, io. Vedo che cerchi educatamente di non fissarlo. Avanti, guardalo. Non mi dà fastidio. Io nella mia testa non lo chiamo il braccio lo chiamo la Dote. Di’ un po’ come lo descriveresti? Forza. Hai paura che mi offendo? Vuoi sentire come lo descrivo io? Sembra un braccio che ha cambiato idea nella prima fase di gioco quand’era nella pancia di mamma con tutto il resto del corpo. È come una minuscola pinnuzza, è piccolo e sembra bagnato ed è piú scuro del resto del corpo. Sembra bagnato anche quando è asciutto. Certo non è granché come spettacolo. Di solito lo tengo nella manica finché non arriva il momento di sfoderarlo e usarlo per la Dote. Facci caso, la spalla è normale, tale e quale all’altra. È solo il braccio. Arriva soltanto al capezzolo della tetta qui sul petto, vedi? È come un poppante. Non è granché bello. Si muove bene, riesco a muoverlo di qua e di là. Se guardi da vicino all’estremità ci sono questi affarini e si capisce che all’inizio volevano diventare dita ma non si sono sviluppati. Quand’ero nella pancia. L’altro braccio… vedi? È un braccio normale, un po’ muscoloso visto che uso sempre quello. È normale e lungo e del colore giusto, è il braccio che faccio vedere sempre, il piú delle volte l’altra manica la tengo appuntata cosí dentro non sembra nemmeno che c’è un braccio. Però è forte. Il braccio dico. È duro da guardare ma è forte, certe volte li sfido a braccio di ferro con quello per mostrare quant’è forte. È una forte pinnuzza di poppante. Se ce la fanno a toccarlo. Io dico sempre che se pensano di non farcela a sopportarlo be’ non c’è problema, mica mi offendo. Lo vuoi toccare?
D.
– Va bene, va bene. Non ti preoccupare.
D.
– Il fatto è che… be’ per prima cosa c’è sempre qualche ragazza in giro. Non so se mi spiego. Giú alla fonderia, a Lanes. C’è un locale laggiú vicino alla fermata dell’autobus. Jackpot – il mio migliore amico – Jackpot e Kenny Kirk – Kenny Kirk è suo cugino, di Jackpot, e sono tutti e due piú avanti rispetto a me alla fonderia perché io ho finito la scuola e non sono entrato subito nel sindacato – sono davvero bellocci e hanno un aspetto normale e Ci Sanno Fare Con Le Donne non so se mi spiego, e ci sono sempre delle ragazze che bazzicano da quelle parti. Come un gruppo, un branco o un gruppo di tutti noi, bazzichiamo quel posto, beviamo qualche birra. Jackpot e Kenny vanno sempre con una o con un’altra e poi quelle che vanno con loro hanno le amiche. Hai presente. Insomma siamo un gran bel gruppo. Ti sei fatta il quadretto? E io mi metto a bazzicare con questa e con quella, e dopo un po’ la fase numero uno è che io attacco a raccontare com’è che mi chiamo Johnny Moncherino e del braccio. È una fase della cosa. Per far usare la Dote a qualche fichetta. Descrivo il braccio che è ancora nella manica e ne parlo come se fosse la cosa piú schifosa possibile e immaginabile. Quelle fanno una faccia come per dire Oh Poveretto Sei Troppo Duro Con Te Stesso Non Ti Dovresti Vergognare Del Braccio. E compagnia. Quanto sono carino e a loro si spezza il cuore a sentirmi parlare in quel modo di una parte di me soprattutto visto che non è colpa mia se sono nato con quel braccio. A quel punto quando loro attaccano con quella fase la fase successiva è che io gli chiedo se lo vogliono vedere. Dico quanto mi vergogno del braccio ma in qualche modo mi fido di loro che sembrano davvero gentili e se vogliono libero la manica e faccio uscire il braccio e gli lascio dare un’occhiata se pensano di riuscire a sopportarlo. Continuo la tiritera sul braccio finché non vogliono sentire piú niente. Certe volte è una ex di Jackpot quella che si mette a bazzicare il sottoscritto al Frame Eleven a Lanes e a dire che sono uno sensibile e che sa ascoltare non come Jackpot o Kenny e non riesce a credere che il braccio è brutto come dico io e tutto il resto. Oppure ci ritroviamo da lei nel cucinino o roba del genere e io attacco con Fa Cosí Caldo Che Mi Toglierei La Camicia Ma Non Lo Voglio Fare Perché Mi Vergogno Del Braccio. E roba simile. Sono tante, diciamo, le fasi. Non lo chiamo mai la Dote a voce alta credimi. Tocca pure se ti va di farlo. Una delle fasi è che so che dopo un po’ la ragazza comincia a trovarmi proprio palloso, si capisce, perché non parlo altro che del braccio e di quant’è bagnato e di come sembra una pinna ma quant’è forte ma come morirei se una ragazza carina e dolce e perfetta come secondo me è lei lo vedesse e restasse schifata, e si capisce che quelle chiacchiere cominciano a fargli due palle cosí e cominciano a pensare fra sé e sé che sono una specie di perdente ma ormai non possono piú tirarsi indietro perché in fondo sono state tutto quel tempo a dirmi tutte quelle belle stronzate sul ragazzo sensibile che sono e su come non mi dovrei vergognare e non è possibile che il braccio sia cosí brutto. In quella fase sono come strette all’angolo e se mi scaricano sanno benissimo che io potrei sempre dire È Per Via Del Braccio.
D.
– Di solito va avanti un paio di settimane, piú o meno. L’ultima è la fase di tipo critico dove gli faccio vedere il braccio. Aspetto che siamo soltanto io e lei da soli da qualche parte dopodiché tiro fuori il poppante. Lo faccio sembrare come se mi avessero convinto loro a farlo e adesso mi fido di loro ed è con loro che finalmente mi sento di poterlo tirare fuori dalla manica e farglielo vedere. E glielo faccio vedere proprio come ho appena fatto con te. Ci sono anche un altro paio di cosette che posso fare col braccio che sembrano anche peggio, ti faccio vedere… vedi? Lo vedi questo? È perché non c’è un gomito vero e proprio, è solo un…
D.
– Oppure ci metto sopra qualche unguento tipo Vaselina per farlo sembrare ancora piú bagnato e lucido. Il braccio non è proprio granché bello da vedere quando prendo e lo tiro fuori davanti a loro dammi retta. Per poco non si mettono a vomitare vedendo come glielo presento. Oh un paio sono scappate, certe sono schizzate fuori dalla porta. Ma la maggioranza? La maggioranza ingoia malamente un paio di volte e poi attacca Oh No No Non È Poi Tanto Brutto ma intanto guardano dall’altra parte e cercano di non guardare in faccia me che ho messo su questa faccia tutta timida e spaventata e fiduciosa che in quei momenti è una cosa che so fare con tanto di leggero tremolio del labbro. Ee? Ee ah? E ogni volta, tempo sí e no cinque minuti, prendono e si mettono a piangere. In un certo senso sono incazzate nere, capisci. Si ritrovano strette all’angolo e obbligate a dire che non può essere poi cosí brutto e non mi dovrei vergognare e poi lo vedono e io faccio in modo che sia proprio brutto, brutto brutto brutto e a quel punto che devono fare? Finta? Chi, queste stronzette di qui che si credono che Elvis è ancora vivo? Di sicuro non brillano quanto a materia grigia. Ogni volta le stronca. Si sentono ancora peggio se gli chiedo Oh Tesoruccio Che C’è Che Non Va, e com’è che piangi, È Per Il Braccio e quelle devono dire Non È Per Il Braccio, devono, devono cercare di far finta che non è per il braccio, si sentono tristi perché io mi vergogno tanto di una cosa che non è poi tutta questa cosa devono dire. Spesso con la faccia fra le mani e piangendo. La fase culminante poi è quella che prendo e mi vado a sedere accanto a lei e ora sono io quello che la deve consolare. Un fattore e lo so io quanto c’ho messo per scoprirlo è che quando mi metto ad abbracciarle e a confortarle le abbraccio con la parte buona. Non gli propino piú la Dote. Ora la Dote è bella che impacchettata dentro la manica e non si vede piú. Quelle si consumano gli occhi a forza di piangere e sono io quello che le abbraccia col braccio buono e dice Va Tutto Bene Non Piangere Non Essere Triste Sono Riuscito A Fidarmi Di Te Tu Non Sei Rimasta Disgustata Dal Mio Braccio E Questo Non Sai Quant’è Importante Per Me Non Capisci Mi Hai Liberato Dalla Vergogna Per Il Braccio Grazie Grazie e via dicendo mentre quelle mi piazzano la faccia sul collo e piangono, piangono. Certe volte fanno piangere pure me. Mi segui fin qui?
D…
– Ho visto piú fica io di una tazza del cesso, bella mia. Mica ti racconto balle. Vaglielo pure a chiedere a Jackpot e a Kenny. È Kenny che l’ha soprannominato Dote. Vaglielo a chiedere va’.
B.I. n. 42, giugno ’97
PEORIA HEIGHTS, ILLINOIS
– Il morbido plop. Il leggero sibilo gassoso. I piccoli grugniti involontari. La speciale visione di un anziano all’urinatoio, il modo come si installa e piazza i piedi e prende la mira e poi si lascia sfuggire un sospiro infinito che è senz’altro inconsapevole.
– Era questo il suo ambiente. Sei giorni alla settimana ci stava. Il sabato doppio turno. Il tintinnabolio argentino dell’urina nell’acqua. Il fruscio invisibile di giornali sui grembi nudi. Gli odori.
D.
– Albergo storico superlusso di prima categoria. La hall piú raffinata, la toilette maschile in assoluto piú raffinata da una costa all’altra, poco ma sicuro. Marmo arrivato per nave dall’Italia. Le porte delle latrine di ciliegio stagionato. È dal 1969 che lui sta lí. Attrezzatura rococò e catini smerlati. Opulenta e riecheggiante. Una grande opulenta riecheggiante toilette per uomini d’affari, uomini facoltosi, uomini pieni di impegni e appuntamenti. Gli odori. Non chiedere degli odori. La differenza di odore fra certi uomini, la somiglianza dell’odore di tutti gli uomini. Ogni suono amplificato dal pavimento di pietra fiorentina. I gemiti del prostatico. Il sibilo dei lavandini. La lacerante estrazione di muco dalle profondità, lo schiocco occlusivo e porcellaneo. Il rumore di lussuose scarpe sul pavimento di dolomite. I borboglii inguinali. Le terrifiche laceranti esplosioni di gas e il rumore di qualcosa che colpisce l’acqua. Semiatomizzato dalle pressioni esercitate. Solido, liquido, gas. Tutti gli odori. L’odore come ambiente. Tutto il giorno. Nove ore al giorno. Starsene lí in bianco Buon Umore. Ogni rumore amplificato, leggermente riecheggiante. Uomini che entrano, uomini che escono. Otto latrine, sei urinatoi, sedici lavandini. Fai il conto. A che pensavano?
D…
– È lí che sta lui. Nel centro sonico. Dove prima c’era il banchetto del lustrascarpe. Nello spazio ritagliato ad arte fra la fine dei lavandini e l’inizio delle latrine. Uno spazio fatto apposta per lui. Il vortice. Appena fuori dalla lunga cornice dello specchio, accanto ai lavandini – un lavandino unico di marmo fiorentino, sedici catini smerlati, foglie di lamina dorata intorno alle rubinetterie, specchio di ottima lastra danese. Dove uomini agiati si tolgono le caccole dall’angolo degli occhi e si strizzano i pori, si soffiano il naso nei lavandini e se ne vanno senza sciacquare. Lui stava tutto il giorno con i suoi asciugamani e le sue valigette personali di articoli da toilette. Una traccia di balsamo nel sussurrio dei tre fori di ventilazione. La trenodia dei fori di ventilazione si sente solo a stanza vuota. Lui sta lí anche quando è vuota. È il suo lavoro; è la sua carriera. Tutto vestito di bianco come un massaggiatore. Maglietta Hanes tutta bianca e pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica che bastava una macchiolina e le doveva buttare. Prende valigette e soprabiti, li sorveglia, si ricorda senza chiederlo a chi appartengono. Parlando il meno possibile data l’acustica. Compare al fianco degli uomini per dargli l’asciugamano. Un’impassibilità che è annullamento. Questa è la carriera di mio padre.
D…
– Le belle porte delle latrine arrivano a trenta centimetri dal pavimento… perché mai? Perché questa tradizione? Discende dalle stalle degli animali? C’è un nesso fra le stalle e le latrine? Lussuose latrine che consentono una privacy visiva e nient’altro. Semmai amplificano i rumori all’interno, megafoni verticali. Si sente tutto. Il balsamo rende piú dolci gli odori peggiorandoli. Le punte delle scarpe da cerimonia dissacrate lungo la fila di spazi sotto le porte. Le latrine piene dopo pranzo. Una lunga scatola di scarpe rettangolare. Alcuni canticchiano, parlano fra sé a voce alta, dimenticando che non sono soli. I flati e le tossi e gli schiocchi polposi. Defecazione, escrezione, espulsione, deiezione, purgazione, svuotamento. L’inconfondibile brontolio del distributore di carta igienica. Il ticchettio occasionale di tagliaunghie o forbicine depilatorie. Efflusso. Emissione. Minzione, trasudazione, orinazione, scarica, evacuazione… quanti sinonimi: perché? cosa cerchiamo di dire a noi stessi in cosí tanti modi?
D…
– La collisione olfattiva di colonie, deodoranti, tonici per capelli, cera da baffi dei vari uomini. Il ricco odore di estraneo e non lavato. Nelle latrine alcune scarpe toccano la compagna esitanti, titubanti, come se l’annusassero. L’umido biascichio di natiche che si spostano sui sedili imbottiti. La minuscola vibrazione di ogni singola pozza di vaso. I minimi residui che sopravvivono allo sciacquone. L’incessante gorgoglio e stillicidio degli orinatoi. La puzza indolica di cibo putrefatto, l’afrore eccrino sui copriwater, la brezza uremica che segue ogni scarico. Uomini che tirano l’acqua con i piedi. Uomini che toccano la rubinetteria solo con la carta. Uomini che trascinano la carta igienica fuori dalle latrine, come coda di cometa, la carta igienica ospitata nell’ano. Ano. La parola ano. Gli ani di benestanti schierati sull’acqua della tazza, a flettersi, corrugarsi, distendersi. Morbide facce tutte strizzate per lo sforzo. Vecchi che richiedono assistenza disgustosa di tutti i generi: abbassare e sistemare i pantaloni di un altro uomo, pulire un altro uomo. Silenzioso, muto, impassibile. Spazzolare le spalle di un altro uomo, sgrullare un altro uomo, togliere un pelo pubico dalla piega dei calzoni di un altro uomo. Per qualche moneta. Il cartello la dice lunga. Uomini che lasciano la mancia, uomini che non la lasciano. L’annullamento non può essere troppo completo altrimenti si dimenticano che lui è lí quando arriva il momento di lasciare la mancia. Il trucco della sua condotta sta nell’apparire solo temporaneamente, nell’esistere sempre e soltanto laddove necessario. Aiuto senza intromissione. Servizio senza servilismo. Nessun uomo vuole sapere che un altro può sentire il suo odore. Miliardari che non lasciano la mancia. Elegantoni che schizzano la tazza e lasciano un nichelino. Ereditieri che rubano gli asciugamani. Magnati che si scaccolano il naso col pollice. Filantropi che buttano la cicca del sigaro in terra. Villani rifatti che sputano nel lavandino. Ricconi sfondati che non tirano l’acqua e non si fanno scrupolo di lasciare che sia qualcun altro a farlo perché è letteralmente cosí che sono abituati… il vecchio detto Fai come se fossi a casa tua.
– Lui si candeggiava da solo gli abiti da lavoro, li stirava. Mai una lamentela. Impassibile. Il genere d’uomo che rimane tutto il giorno allo stesso posto. Certe volte addirittura le suole delle scarpe si vedevano là sotto, nelle latrine, di uomini che vomitavano. La parola vomito. La sola parola. Uomini che si sentivano male in una toilette acustica. Tutti i rumori mortiferi in sua presenza ogni giorno. Prova a immaginare. Le pacate imprecazioni di uomini costipati, uomini con colite, ileo, budella irritabili, lienteria, dispepsia, diverticoli, ulcere, sbocchi di sangue. Uomini con la colostomia che gli mollano la sacca da buttare. Un dignitario dell’umano. Sente senza sentire. La vista basta e avanza. Il lieve cenno di assenso che nelle toilette maschili è ringraziamento e rinvio al tempo stesso. I disgustosi odori metastasizzati di colazioni continentali e cene di lavoro. Lui potendo faceva il doppio turno. Il pane sulla tavola, un tetto, figli da tirare su. Gli si gonfiavano i plantari a stare fermo. I piedi nudi erano biancomangiare. Si faceva la doccia tre volte al giorno strofinandosi fino all’osso ma il lavoro non lo mollava. Mai una parola.
– La porta la dice lunga. UOMINI. Non lo vedo dal 1978 e so che è ancora lí, tutto in bianco, fermo. A distogliere gli occhi per preservare la loro dignità. E la sua? I suoi cinque sensi? Com’è che fanno le tre scimmiette? Il suo compito è stare lí come se non ci fosse. Non proprio. C’è il trucco. Uno speciale niente a cui guardare.
D.
– Non l’ho imparato in una toilette maschile, te l’assicuro.
D…
– Immagina di non esistere finché uno non ha bisogno di te. Essere lí e al tempo stesso non esserci. Una voluta semitrasparenza. Provvisoriamente lí, fortuitamente lí. Il vecchio detto Sono qui per servirla. La sua carriera. Capofamiglia. Ogni mattina in piedi alle sei, ci saluta con un bacio, una fetta di pane tostato da mangiare sull’autobus. Riusciva a mangiare davvero nella pausa. Un fattorino sarebbe andato alla gastronomia. La pressione prodotta dalla pressione. I ricchi rutti dei pranzi in conto spese. I resti sullo specchio di sebo e pus e detriti di starnuti. Ventisei no sette anni nella stessa postazione. L’austero cenno della testa col quale riceveva una mancia. Il grazie impercettibile ai clienti abituali. Qualche volta un nome. Tutti quei solidi che ruzzolavano fuori da quei grossi morbidi caldi grassi bianchi ani, che si flettevano. Te lo immagini? Assistere a una simile evacuazione. Vedere uomini facoltosi ridotti all’elementare? La sua carriera. Un uomo in carriera.
D.
– Perché si...