Solo un ragazzo
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Solo un ragazzo

  1. 200 pagine
  2. Italian
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Solo un ragazzo

Informazioni su questo libro

Tutta la verità. Ma obliqua. Intraducibile Emily Dickinson, se non con nuove figure, nuove immagini, una nuova storia. È quello che fa Elena Varvello con Solo un ragazzo, che a sua volta è la risposta semplice e assoluta a una domanda che urge per tutto il libro: «Che cosa sei?» È ciò che chiedono i padri e che soffrono le madri di fronte all'enigma dell'adolescenza. Un'età che fugge e sfugge, un'età malvagia e innocente, che conserva e spreca: l'età della contaminazione. C'è un ragazzo, solo un ragazzo, al centro di questo libro, che rifiuta e rifiuta e basta. Commette infrazioni via via piú importanti che travolgono senza possibilità di scampo chi gli sta intorno e tenta una vita accettabile, nella normalità: la madre, il padre, le sorelle fra loro cosí diverse, e i suoi possibili, incerti avatar. Il ragazzo è dappertutto e quindi in nessun luogo, è «un'ombra, un dubbio, una storia che passa di bocca in bocca». È una specie di ready-made della vita, una cosa comune, quasi banale, che però modifica con la sua sola presenza tutta la realtà che gli gira intorno. Costruisce un rifugio nel bosco con i rifiuti del mondo accettato, ruba, sí, ma cose da nulla, minaccia, e forse uccide, di certo ne muore. In lui la vita batte oltre il ritmo normale. In lui la vita comanda. Non ha bisogno di una logica di cause ed effetti. Appare e si dà. E noi lettori, come i personaggi di questa storia, siamo dei bricoleur dell'impossibile: ci arrabbiamo, ci impegniamo, amiamo, perdoniamo, piangiamo senza però troppo influire sulla forza di gravità esistenziale che ci muove e che muove tutto il libro di Elena Varvello. È una forza che ci attrae dentro ogni pagina, che ci fa diventare volta per volta tutti i personaggi, che ce li fa capire, che ce li fa raddoppiare dentro la nostra sensibilità. Per incantesimo.
Ernesto Franco

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806243968
eBook ISBN
9788858434192

Caduta

La settimana prima Sara si era svegliata all’improvviso, con un dolore come una pentola rovente che dalla bocca dello stomaco correva alla mandibola. Si era seduta scostando le coperte, un dito nel colletto del pigiama.
– Che c’è? – aveva borbottato suo marito. Fuori era ancora buio.
– Non riesco a respirare, Pietro.
– Svegliati.
– Ma sono sveglia.
Ed ecco qui, aveva pensato: come un’insegna che le si fosse accesa nella mente. Eccoci qui, ci siamo.
Si era infilata le ciabatte ed era scesa al piano di sotto, fermandosi accanto al telefono, sul punto di chiamare le ragazze. Ma avrebbero impiegato piú di un’ora per arrivare a Cave, guidando su quelle strade ghiacciate, e Amelia aveva i bambini a cui badare, e poi: perché spaventarle nel cuore della notte?
Entrò in cucina senza fiato, accese la luce e si lasciò cadere su una sedia. Tastò il braccio sinistro, fino alla spalla. Credeva di sapere di cosa si trattasse; in ospedale, quando lavorava, l’aveva visto spesso: uomini, la maggior parte delle volte, alcuni troppo giovani ma tutti ugualmente spaventati. Le facce esangui e contratte, distesi sui lettini, i cuori che li avevano traditi.
– Va bene, – mormorò.
Si stava dondolando sulla sedia, la mano contro il petto.
Con quello che la vita le aveva riservato – aveva riservato alla sua famiglia – era normale che il cuore a un certo punto andasse in pezzi. Non era già abbastanza avere compiuto settant’anni?
Eppure, seduta lí in cucina sotto la luce accesa, qualcosa dentro di lei prese a chiederle perché, dicendo: «È troppo presto», dicendo: «Non è giusto». Sara pensò a Pietro. Al suo risveglio l’avrebbe ritrovata morta stecchita, riversa sopra il tavolo. Pensò di nuovo ad Angela e ad Amelia, ai due nipoti. Non poter dire loro: «Mi dispiace se non vi sono stata vicina», ma nonostante questo ripeté: – Va bene.
Chiuse gli occhi e strinse forte i denti, mentre il dolore si spostava sulle scapole, piú freddo e piú tagliente, e scivolava verso il basso. Nient’altro che l’attesa, un paesaggio buio nel quale s’inoltrò. Scostò la schiena dalla sedia, piegandosi in avanti, ma poi il dolore si placò, un pugno che si apriva inaspettatamente, e infine svaní.
Sara mosse le dita e stese il braccio, guardandosi la mano maculata. – Davvero? – disse.
Restò seduta a lungo, ancora viva, tra il vecchio frigorifero e i pensili di formica, come se avesse perso un’occasione. Quando riuscí ad alzarsi, a spegnere la luce e tornare nell’ingresso, confusa e indolenzita, ci fu un rumore secco che proveniva dall’esterno. Un ramo spezzato, o forse una crosta di ghiaccio calpestata. Sara fissò la scala buia, fermandosi in ascolto. I passi di qualcuno – qualcosa – sulla neve, seguiti dal silenzio. Si tenne al corrimano, posando un piede sul primo scalino. Un altro rumore, una leggera vibrazione questa volta, e allora si voltò e andò alla porta, girò la chiave nella toppa, la schiuse e guardò fuori: – Chi c’è?
La luce sotto il portico era accesa. Studiò il vialetto, tra due cumuli di neve, e la loro automobile, la strada deserta oltre il cancello chiuso e i boschi, nell’aria della notte che le pungeva il viso e le caviglie nude.
Il cielo era coperto, ne sentiva l’odore.
– Chi c’è? – chiese di nuovo, il cuore che non si era fermato, e ora spingeva contro le costole come volesse correre là fuori.
Un gatto o una faina in cerca di cibo, le venne da pensare.
Finché vide una figura – o la intravide appena, da principio – poggiata al basculante del garage. Fece per chiudere la porta, chiamare suo marito, ma la figura, lunga e sottile, si avvicinò alla luce con un’andatura rigida e composta, familiare, poi si fermò di nuovo. Chiunque fosse, portava un’ampia felpa scura con un cappuccio che ne ombreggiava gli occhi, pantaloni strappati e scarpe da ginnastica sdrucite.
Sara chiese: – Chi sei?
Quando abbassò il cappuccio, il viso risplendette.
Nei giorni che seguirono – per una settimana, fino all’ultimo istante – Sara tentò di trattenere quello che era accaduto quella notte: le gambe che cedevano, la sua incredulità. E subito dopo la gioia incontenibile, come un bicchiere riempito fino all’orlo di vino spumeggiante.
– Sei tu.
Suo figlio si era portato l’indice alla bocca, scuotendo piano la testa. Zitta. Era proprio lui, dopo vent’anni. I capelli erano piú lunghi di quanto Sara ricordasse, sembravano sporchi e ingarbugliati. L’aveva guardata, poi aveva spostato lo sguardo verso la casa, verso le imposte chiuse di quella che fino all’estate del 1989 era stata la sua camera da letto, e aveva sorriso. Infine aveva fatto un passo indietro, un altro e un altro ancora, finché si era voltato ed era svanito dietro il garage.
Ricordi piú confusi: Sara doveva aver tentato di raggiungerlo – le si erano inzuppate le ciabatte nella neve, aveva i piedi gelidi –, poi doveva essere rientrata, crollando nell’ingresso, un tonfo che aveva svegliato suo marito. Ci furono la luce sulle scale, di questo era sicura, e il viso di Pietro accanto al suo: – Ti senti male? Devo chiamare un’ambulanza?
– No –. Non era riuscita a dire nient’altro.
– Sei gelata. Che hai fatto?
Solo a quel punto Pietro aveva notato la porta spalancata. Era andato a richiuderla, poi l’aveva aiutata ad alzarsi. – Coraggio.
I loro corpi scarni che si muovevano a fatica, sbuffando e sospirando. L’aveva cinta per la vita, lungo le scale e il corridoio, riportandola sul letto ancora tiepido, le si era steso accanto e aveva spento l’abat-jour.
– Non ti ho sentita scendere. Potevi svegliarmi.
– Ci ho provato.
– Dove volevi andare? Sicura che stai bene?
– Sí.
– Mi hai fatto spaventare, – disse lui. – Vorrei solo sapere cosa è successo.
Sara restò in silenzio – il dito di suo figlio premuto sulle labbra.
Pietro si voltò, le mise gli occhi addosso. – Quindi?
– Ora dormiamo, – disse lei.
Il respiro di lui si placò: lo scatto di una gamba, prima che riprendesse sonno. Sara rimase sveglia, provando a ricomporre i pezzi: il cuore dolorante, il rapido ricordo degli anni in cui era un’infermiera. Angela e Amelia, e i figli di Amelia. I rumori in giardino. La gioia incontenibile. Suo figlio doveva avere scavalcato la recinzione sul lato posteriore del garage, scappando nella notte per i boschi. Rivide lo splendore di quel viso dentro il chiarore freddo. A parte i capelli non era cambiato, come se il tempo non fosse mai trascorso.
Forse il dolore era stato un richiamo, si ritrovò a pensare, la voce di lui che l’aveva svegliata all’improvviso. Sono tornato, mamma. L’aveva visto bene. Ancora cosí magro, perduto in una felpa con il cappuccio in testa.
– Sono sicura, – sussurrò, poi si voltò su un fianco, verso la montagnola di coperte che avvolgeva il corpo del marito, i suoi capelli bianchi, la fronte corrugata anche nel sonno.
«Sara, è successo, – le aveva ripetuto Pietro i primi tempi, tentando di abbracciarla, – non tornerà mai piú». Ma lei lo respingeva, urlando: «Non è vero».
Gli sfiorò un braccio, sentí che sospirava.
– Dormi, – gli disse, sottovoce.
Aveva l’impressione che il mondo intero avesse trattenuto il fiato per vent’anni, e che solo quella notte avesse ripreso a respirare.
Il buio continuò ad avvolgere la casa, e Cave e le colline e i boschi, l’intera vallata lungo il fiume, da Ponte a Rivafredda.
Prima dell’alba si mise a nevicare.
La voce si era diffusa in fretta, a Cave: Sara lo ricordava bene.
Dopo i due strani furti – niente di preoccupante, comunque, non ancora – c’era stata quell’aggressione, cosí la definivano: si era introdotto in casa di amici di famiglia, persone che lo conoscevano. Tutti concordavano sul fatto che fosse stato qualcosa di terribile.
Aveva messo al mondo un delinquente, dicevano le voci quell’estate. Violento e imprevedibile. Rabbioso. Aveva approfittato di una finestra aperta. Si era perfino armato. Li aveva colti nel sonno – Gemma, il marito e la bambina. Terribile, davvero.
Ma, in fondo, non era sempre stato strano? Un ragazzo troppo tranquillo. Cosí gentile, sempre sorridente e silenzioso. Lei non se n’era accorta perché era cieca e sorda, completamente stupida. Le voci erano pugni, come lo sguardo che Gemma le aveva rivolto, prima di dirle: «Vattene. Non voglio piú vederti, Sara, non dopo quello che è successo. Non voglio piú vedere nessuno di voi».
Angela e Amelia avevano parlato al telefono con vecchie compagne di classe. L’ha fatto veramente? Tuo fratello? Solo la sera prima erano uscite tutte insieme per una rimpatriata – entrambe vivevano e studiavano a Torino, ormai. Avevano bevuto e chiacchierato, si erano divertite, ma chi se l’aspettava?
Non riesco a crederci. Voi come state? Lui dov’è?
A un certo punto avevano smesso di rispondere. Angela aveva detto: «Sembrano mosche sulla merda». La madre l’aveva gelata: «Saremmo noi la merda?»
Angela aveva girato sui tacchi, era uscita di casa oltrepassando il padre, seduto sotto il portico, e aveva percorso il vialetto prima di sparire lungo la strada. Era rientrata mezz’ora dopo. «Non te la prendere con me, mamma, – aveva detto. – Non sono stata io. Io non ho fatto niente di male». Aveva chiazze rosse sul collo e sulle spalle, come si fosse sfregata con una pietra pomice. Amelia era spuntata dietro di lei: «Vieni Angi, lasciamola in pace». Erano salite di sopra.
Piú tardi Sara era tornata a bussare alla porta di suo figlio, chiuso in camera: lui si ostinava a non rispondere, e allora lei si era rintanata in cucina, aveva svuotato il frigorifero, prendendo a strofinare i ripiani con una spugna imbevuta d’acqua e aceto. L’acqua le aveva bagnato il vestito – un’ampia macchia scura.
«Andranno a denunciarlo? – aveva domandato a Pietro. – Credi che lo faranno?»
«Se fosse capitato a me, l’avrei già fatto».
«Come puoi dir...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Solo un ragazzo
  4. 2009 (I)
  5. Caduta
  6. Fiume
  7. Accampamenti
  8. Ragazzo
  9. 2009 (II)
  10. Il libro
  11. L’autrice
  12. Della stessa autrice
  13. Copyright

Domande frequenti

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