Quanto tempo era passato dalla scadenza del contratto, una settimana o due, quando Larry aveva ricevuto una busta con il timbro di Gerusalemme indirizzata al suo appartamento di Clinton Hill? Aprendola aveva trovato una lettera, insieme alla foto in bianco e nero di uno studente che aveva subito riconosciuto, benché si vedesse solo di spalle.
Sul foglio c’era una sola riga dattiloscritta. Oh, che efficienza, quel Chemi! Diceva solo: «È stato un onore essere il suo emissario, piangere il morto in suo nome».
Mentre di norma un messaggio del genere si sarebbe concluso con «Cordialmente» o «Cari saluti», il ragazzo aveva scritto «Chayim Aruchim» – Lunga Vita – traslitterato in caratteri latini.
Non era stata quella comunicazione stringata e laconica, bensí la fotografia a far piangere Larry come non piangeva dal giorno in cui si era iscritto a kaddish.com.
Nella foto Chemi era seduto da solo in una modesta sala di studio, concentrato su un blat della Ghemarah. C’erano un paio di lunghi tavoli, una finestra ad arco e un pezzo di soffitto a cupola con la vernice scrostata che non sembrava piú grande di una tazza da tè. E anche se non si vedeva alcun lampadario appeso al soffitto, un cerchio di luce illuminava lo studente e il suo libro.
Ora ricorda di avere guardato con ammirazione Chemi, profondamente assorto nello studio, e – questa è la parte importante – ricorda benissimo quello che aveva pensato: «Guarda che concentrazione! – aveva pensato. – Guarda questo ragazzo, da solo nel beit midrash, che si sforza di assimilare un’idea talmudica».
Allora quell’immagine di studio gli era sembrata cosí commovente che aveva pianto, e poi era passato a piangere per suo padre, che aveva lasciato questo mondo da un anno.
Mentre il pianto diventava piú disperato, Larry aveva capito che non stava piú piangendo per nessuna di quelle cose. Le lacrime versate non erano per la perdita del padre, ma per la perdita di se stesso.
Questo, almeno, era arrivato a credere nelle settimane, nei mesi, negli anni e – possibile? – nei due decenni successivi. Questa era la versione dei fatti a cui si era aggrappato dopo avere ripreso il proprio nome ebraico, tornando a Shaul prima di adottare il soprannome Shuli (un’allusione a Chemi, gli sembrava). Era la storia dell’«anima perduta», un racconto di rinascita che aveva narrato innanzitutto a se stesso, prima di ripeterlo a innumerevoli altre persone.
«Sapete cos’è il subconscio? – gli capita ora di chiedere ai suoi studenti di seconda media. – Capite i complicati meccanismi interni della mente?»
Solleva le stesse questioni quando viene invitato a tenere un discorso ispiratore durante un kumzitz, uno shabbaton o qualunque altro genere di raduno di fedeli e, a maggior ragione, quando si rivolge a chi potrebbe essere in cerca della fede.
Ripete la sua storia quasi tutti i venerdí sera, alla cena dello Shabbat, dove ci sono sempre un paio di ospiti per il kiruv. Sono ebrei non religiosi con un nascente interesse per le tradizioni perdute, disposti a prendere la mano che gli viene tesa e a lasciarsi ispirare dal mito personale di un uomo rinato come Reb Shuli.
– Non trovate strano – dice – che quando ho visto la foto di questo studente, questo Chemi, chino sopra un tavolo a riflettere su qualche problema talmudico, non ho semplicemente pensato: «Oh, guarda quel giovane che studia»? Non ho semplicemente pensato: «Il ragazzo è lí seduto e pensa». Era il modo piú semplice per descriverlo, no? – Shuli non aspetta la risposta.
– Il verbo che è spuntato nella mia mente confusa non è stato «domandarsi» o «comprendere». E neppure «sprofondarsi», «riflettere» o «meditare». Fra tutte le possibilità della nostra ricca lingua, io ho pensato: «È lí seduto ad assimilare» –. Si alza in piedi e leva un dito con tanta enfasi da far tremolare la fiamma delle candele di Shabbat.
– Potevo forse scegliere una parola migliore? – domanda. Si stacca dal tavolo, come se indietreggiasse davanti alla forza del proprio racconto.
– Eccomi lí, da solo sul divano nella goyishe Clinton Hill, che penso: «Laggiú a Gerusalemme Chemi sta assimilando il Talmud, assimila informazioni proprio come vuole HaShem, HaKadosh Baruch Hu, e io cosa faccio qui, in questa vita vuota? Che assimilazione è la mia?»
Con quella foto davanti, Shuli si era aperto a certe possibilità, ignorando quanto sarebbe stato imbarazzante esplorarle concretamente.
All’inizio della sua trasformazione, la sorella aveva svolto un ruolo fondamentale. Senza costringerlo ad ammettere apertamente nulla, gli aveva fornito la copertura di cui aveva un disperato bisogno.
Quando andava a trovare Dina a Memphis – lontano dagli sguardi indagatori della sua profana, eterogenea compagnia di Brooklyn –, Larry poteva seguire con una certa naturalezza le regole della sorella.
Durante quel periodo di esitante riesplorazione volava a Memphis per il fine settimana, sempre impersonando il ruolo dello zio pecora nera senza religione, ma con il pretesto di stare al gioco indossava la kippah durante i pasti in famiglia. E una volta che l’aveva indossata non ci voleva molto a tenerla su, e magari a farsi prestare una giacca da Avi la mattina di Shabbat, per poi, mano nella mano con uno dei nipoti, accompagnare la famiglia alla sinagoga.
Da lí si era svolto tutto in fretta, e con assoluta facilità. E perché non avrebbe dovuto, dal momento che lui aveva riscoperto il suo unico, vero io?
Shuli rivolge questa domanda retorica agli ospiti, mentre stappa un’altra bottiglia di vino con un enfatico schiocco che sottolinea le sue parole.
Alla fine, la magica trasformazione di Larry in Shuli non avrebbe potuto essere piú banale. Come aveva detto il caro, saggio padre; come aveva sottolineato la presuntuosa, intrigante sorella; come finalmente aveva capito anche lui: il suo ritorno e la sua redenzione erano le cose piú normali che potessero capitare al figlio sbandato di qualunque famiglia. Cosa stava facendo, se non tornare a casa?
E non solo a casa da sua sorella, non solo a casa dalla sua fede, ma anche a casa-casa, a Royal Hills, Brooklyn. Ben presto aveva ripercorso all’indietro quelle tre fermate di metropolitana, verso le villette con i rivestimenti in alluminio, verso i ristoranti scrausi e gli altri ebrei come lui.
Shuli era tornato nel cuore della comunità in cui era cresciuto. Aveva venduto l’appartamento di Clinton Hill a un prezzo circa mille volte superiore a quanto l’aveva pagato, e cosí aveva potuto permettersi una modesta casetta nel quartiere della sua infanzia. Aveva usato quella manna dal cielo per finanziare i propri anni di studio, finché aveva cominciato a insegnare la Ghemarah nella seconda media della stessa yeshiva che aveva frequentato da bambino. Quando si era sposato, cosa che – in seguito all’incontro con Miri, la sua bashert – era accaduta presto, era stato in grado di mantenerla dopo che lei aveva smesso di insegnare alle superiori per studiare a tempo pieno. Per entrambi era importante che uno dei due potesse dedicarsi completamente allo studio della Torah. E, come aveva detto Shuli, non era necessario tirare una monetina per sapere chi – tra loro due – avesse la mente migliore. Cosí Miri studiava al kollel delle donne.
La coppia felice aveva mantenuto questo equilibrio anche dopo essere stata benedetta dalla nascita di una bambina e poi di un bambino, due figli in due anni.
Con il suo lavoro di insegnante e il «tesoretto di Clinton Hill» (cosí lui e Miri chiamavano quella riserva in costante diminuzione), Shuli riusciva a mantenere tutti nutriti e vestiti, e a mettere un paio di lucide scarpe nuove ai piedi di tutta la famiglia per le festività annuali. Un dono di Dio, quei soldi. Un segno che aveva fatto la cosa giusta.
E in una serata come questa, quando gli ospiti non chiedono la morale al termine del suo racconto edificante, lui gliela offre ugualmente, arrossendo per l’orgoglio e sorridendo sotto la barba.
Dopo aver riempito i bicchieri, Reb Shuli rimane in piedi. Accenna col capo in direzione della moglie e si sposta verso il lato del tavolo dove i figli siedono di fronte agli ospiti. Abbraccia Hayim, il figlio di otto anni, e Nava, la figlia di nove. Poi resta dietro di loro, con una mano sulla testa di ciascuno, agitando le dita mentre i bambini ridono – tutt’altro contegno rispetto a quando ha imposto le mani su di loro per la benedizione settimanale, all’inizio della serata. Guarda con amore la sua Miri, e lei, con amore, gli restituisce lo sguardo. E dice a quei graditi ospiti: – Non vi racconto questa storia per vantarmi, per darmi delle arie, e neppure per addurre un pretesto per tutti gli anni che ho perso. Ve la racconto solo per dire che non è mai troppo tardi per vivere la propria vera vita.
La propria vera vita! Shuli potrebbe forse amarla piú di cosí? È sempre pieno di gratitudine. Anche quando procede verso la sua aula per affrontare uno studente problematico che – con il cinquanta per cento di probabilità – lo sta aspettando. Reb Shuli tiene in una mano l’appropriato masechet della Ghemarah e nell’altra una tazza di caffè grande come un barile. In corridoio sorseggia il caffè e sospira, facendosi coraggio.
Si occupa di questa seccatura di ragazzo durante l’intervallo. Agli studenti non viene mai in mente, ci scommette, che quando toglie loro la ricreazione la perde anche lui.
Sbirciando attraverso la finestrella con la rete metallica inserita nella porta, Reb Shuli è contento di vedere Gavriel già seduto sulla sua seggiolina di fronte alla cattedra. Chi l’avrebbe mai detto che uno studente come quello fosse capace non solo di aspettare, ma di aspettare pazientemente, tranquillo e con la schiena dritta.
Sembra un vero angelo.
Alla luce di ciò, Shuli modifica la propria postura prima di entrare nell’aula. Assume un’aria meno severa, rilassando le spalle e mettendo a riposo le folte sopracciglia incolte, che si stavano già muovendo come bruchi per inarcarsi in un’onda punitiva.
Poi si sforza di trovare un’espressione di ricambio. In quante direzioni può piegarsi la bocca, o corrugarsi la fronte, per suggerire un sentimento? Nel suo caso, non molte. Questo gli ricorda la cara sorella e il suo caratteristico sguardo critico. Dio ha dato a Shuli, nella mezza età, quelle sopracciglia cespugliose. E a Dina, fin dalla nascita, quegli occhi levati al cielo.
– Nu, allora? – dice Shuli, con la classica battuta d’apertura del rabbino.
Mette la tazza e il Talmud al centro della cattedra. Si siede e si toglie il cappello, appoggiandolo a distanza di sicurezza dal caffè, con la calotta in giú.
Gavriel non batte ciglio, finge di non sapere niente. Né dei suoi comportamenti da buffone che disturbano tutta la classe, né delle boccacce che Reb Shuli sente bruciargli la nuca ogni volta che si gira a scrivere sulla lavagna. Non dice una parola sulla grave accusa che, non può ignorarlo, sta per essergli rivolta.
Rispondere al silenzio con il silenzio sembra la strada migliore. Shuli si appoggia allo schienale della sedia mentre dal cortile si riversano nell’aula i rumori dell’intervallo mancato.
Il ragazzo ha l’aria offesa mentre aspetta che il rebbe parli.
Shuli vorrebbe dirgli che non sa quanto è fortunato. Che conseguenze affrontano, al giorno d’oggi, gli studenti di yeshiva? Puoi svaligiare una banca in orario scolastico, e al massimo finisci davanti a un insegnante come Shuli a parlare...