Tra le pagine
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Tra le pagine

  1. 280 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

A parlare, in questo romanzo, è un libro scampato ai roghi del 1933 e custodito per generazioni: una copia de La ribellione, il capolavoro di Joseph Roth. Racconterà della mappa disegnata nelle sue ultime pagine e della donna che lo ha salvato, svelando, in quasi un secolo di vicende storiche, la sorprendente vita segreta dei libri.
«Un romanzo originalissimo e meraviglioso» (Roddy Doyle).
«Un'opera estremamente potente» (Colum McCann).
«Una trovata brillante!» (John Banville).
«Eccomi qua, infilato in un bagaglio a mano, trasportato per l'aeroporto JFK. La proprietaria è Lena Knecht. Mi porta a casa. Di nuovo a Berlino, la città dove sono stato scritto. Dove quasi cento anni fa sono stato stampato per la prima volta da una piccola casa editrice. La città da cui il mio autore scappò il giorno in cui Hitler salí al potere. Il mio valore di seconda mano è modesto. Sono stato tradotto in tante lingue. Un paio di volte sono stato trasformato in un film. Ma eccomi qua in persona, leggermente sciupato e sbiadito. Leggibile, come sempre».
Il protagonista di questo romanzo è una prima edizione de La ribellione di Joseph Roth, una novella che narra la storia del suonatore di organetto Andreas Pum. Quando nel 1933 la vecchia copia del libro viene tempestivamente salvata dai roghi nazisti a Berlino, la sua vita comincia a intrecciarsi con le esistenze di tante persone: da quella del suo stesso autore, scrittore ebreo-austriaco in fuga, a quella di David Glückstein, professore ebreo di Letteratura tedesca alla Humboldt. Fino alle avventure di una ragazza che trova sul retro del libro una piccola mappa disegnata che la condurrà a Berlino, dove tutto è iniziato. Elegante e caleidoscopico, Tra le pagine è un libro che accende tutto il nostro amore, millenario, per la lettura e la letteratura.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806251963

1.

Eccomi qua, infilato in un bagaglio a mano, trasportato per l’area partenze dell’aeroporto Jfk. La proprietaria del bagaglio è una giovane donna che va sotto il nome di Lena Knecht. Sta per imbarcarsi su un volo per l’Europa. Mi porta a casa, per cosí dire. Di nuovo a Berlino, la città dove sono stato scritto. Dove quasi cento anni fa, nel 1924, sono stato stampato per la prima volta da una piccola casa editrice. Dove sono stato salvato dal fuoco nella notte del maggio 1933 in cui vennero messi al rogo i libri. La città da cui il mio autore scappò il giorno in cui Hitler salí al potere.
Il mio autore senza casa. Il mio scrittore inquieto, profugo, itinerante, apolide, sempre in fuga. Con la valigia sempre pronta. Che se la svignava per salvarsi la vita.
Il suo nome: Joseph Roth.
Il titolo: La ribellione.
Sono nato…
Sono venuto al mondo, diciamo, tra le due guerre. Sotto la Repubblica di Weimar: quella che chiamano la sala d’attesa tra la Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale. Tra quelli che all’inizio venivano considerati i campi dell’onore e poi sono diventati i campi della vergogna. Un’epoca di orfani e bambini poveri. Donne che facevano andare avanti le città mentre gli uomini cadevano in battaglia. Uomini sconfitti che tornavano a casa mutilati e avevano bisogno di aiuto per portarsi una birra alle labbra. Uomini che avevano incubi dove una mano in decomposizione spuntava dalla trincea ad afferrarli. Inverni gelidi che a loro sembravano il pugno di Dio in arrivo da est a spazzare via tutto. E la fame nell’espressione vacua di un guidatore di tram che sgranocchia una scatola di cioccolatini dimenticata lí da un passeggero al ritorno dal cinema.
Un’epoca di privazioni e di glamour. Un’epoca di rivoluzioni. Emancipazione, cabaret: amore e arte senza regole.
Tutti facevano parte di un club. Tutti volevano appartenere a un club o a una qualche associazione: il club degli scacchi, il club del ballo, il club cinofilo, il club dei collezionisti di francobolli, il club dei coltivatori di orchidee. Le confraternite femminili. Le confraternite maschili. I circoli della caccia. I circoli dei bevitori. I circoli dell’umorismo. I circoli dei burloni che si sfidavano a vicenda per sembrare piú stupidi e mangiare troppo, oppure che provavano a pagare un passante per lasciarsi versare una bottiglia di vino nella tasca dei pantaloni.
Tutti facevano parte di una lega o di un sindacato. La Lega dei combattenti accecati. La Lega dei venditori di giornali. L’Associazione centrale degli orologiai tedeschi. La Lega dei macellai tedeschi. La Lega dei birrai tedeschi. La Lega tedesca degli affittuari di mense.
Tutti erano contro qualcosa. Tutti avevano un manifesto. A destra e a sinistra. Un’epoca di invidie e torti e circoli a numero chiuso. In cui un libro non era piú al sicuro. In cui Hitler stava già progettando di eliminare me e il mio autore, insieme a tutto il suo popolo.
Che cosa è il tempo per un libro?
Un libro ha tutto il tempo del mondo. La mia vita sugli scaffali è infinita. Il mio valore di seconda mano è modesto. Qualche collezionista appassionato potrebbe raccattarmi per un pugno di dollari su eBay e custodirmi come una specie in via d’estinzione. La ribellione: sono stato ristampato parecchie volte. Tradotto in tante lingue. Gli studiosi mi trovano in quasi tutte le biblioteche. Un paio di volte sono stato trasformato in un film.
Ma eccomi qua in persona, prima edizione, leggermente ciancicato e sbiadito. Leggibile come sempre. Un romanzo breve su un suonatore di organetto che ha perso una gamba nella Prima guerra mondiale. La copertina mostra la silhouette di un uomo con la gamba di legno che solleva una stampella, arrabbiato con la sua stessa ombra.
Lena, la mia attuale proprietaria, ha l’abitudine di gettare le sue cose nella borsa alla rinfusa: passaporto, borsellino, cellulare, trucco, medicine assortite, una paperella sfilacciata che si porta dietro fin dall’infanzia, insieme a un dolcetto smangiucchiato. Eccomi qua, ficcato in una sacca buia con gli altri passeggeri, tutti a sperare d’essere portati alla luce del sole non appena la mano si tuffa dentro alla cieca.
Di norma lei prende il cellulare. Come può un libro competere con un aggeggio tanto intelligente? C’è dentro tutta la sua vita. Tutti i suoi dettagli privati, le fotografie, le password, i messaggi intimi. Conosce la sua mente e modella le sue decisioni. Fa tutto quello che faceva un tempo un libro. Si comporta come un romanzo incompiuto, in continua evoluzione, cercando di indovinare le sue paure peggiori e i suoi sogni piú sfrenati.
Il padre di Lena era tedesco, ma non le parlava mai in quella lingua. Era un panettiere della Germania Est che era arrivato negli Stati Uniti dopo la caduta del Muro di Berlino e aveva ripudiato la lingua madre: non voleva farsi riconoscere come tedesco. Spesso si ritrovava le sopracciglia coperte di farina. Tornava a casa che ce le aveva tutte bianche. E le mani altrettanto infarinate, che gli davano l’aspetto di un fantasma, vivo e vegeto, la sua anima abbandonata in un Paese che non esiste piú. I genitori di Lena si sono separati quando lei aveva piú o meno dodici anni. Sua madre è tornata a vivere in Irlanda e Lena è rimasta con suo padre in un bilocale che puzza di lievito alla periferia di Filadelfia. Dove io sono stato infilato in una libreria accanto alla porta, intonso, abbandonato, finché non sono stato affidato a Lena una sera quando suo padre stava morendo di cancro. Con voce lenta, aggrappata all’accento di un Paese perduto, l’ha costretta a promettere che si sarebbe presa cura di me.
Custodisci questo libriccino come un fratello minore, ha detto.
Il passato è piú infantile del presente? La storia dev’essere mantenuta al sicuro come se fosse un membro di famiglia?
Sono stato un po’ deturpato. C’è qualche nota a margine scritta dal mio precedente proprietario, un professore universitario ebreo di Letteratura tedesca della Humboldt a Berlino. Si chiamava David Glückstein. Ha disegnato una mappa su una pagina bianca in fondo. È piú simile a un diagramma: per metà mappa, per metà illustrazione. Non c’è scritto un luogo specifico. Raffigura un ponte sopra un ruscello. C’è un sentiero con una quercia e sotto una panchina. C’è un bosco su un lato del sentiero e una fattoria sull’altro. Le ombre proiettate dalle strutture della fattoria sono state disegnate di modo che per riconoscere il posto sarebbe necessario arrivare lí in quella stessa ora della giornata. È un ricordo intimo, disegnato per ricordare quando il professore è stato con la donna che amava e ha seppellito qualcosa di prezioso sotto una meridiana per impedire che cadesse nelle mani sbagliate.
Inutile a dirsi, la mappa non ha nulla a che vedere con me. Non fa parte della pubblicazione originale. L’unico scopo di un libro è vivere un altro giorno e raccontare la storia che gli ha assegnato l’autore. Nel mio caso, la storia di un uomo in disgrazia che suona un organetto a manovella.
Si potrebbe dire che sono fortunato a essere ancora vivo. La notte del rogo a Berlino, con una folla di spettatori raccolta nella piazza dell’Opera a guardare i libri che finivano in fumo, io in qualche modo sono riuscito a scamparla. Mentre tutte queste storie umane venivano sfigurate dalle fiamme e trasformate in fumo e cenere nel cielo notturno sopra la Biblioteca di Stato, il professore ha prefigurato il futuro e mi ha passato a un giovane studente perché mi portasse in salvo. Lo studente era il nonno di Lena Knecht. Lui mi ha nascosto sotto il cappotto. Ecco come mi sono salvato, per poi venire tramandato lungo tutta la famiglia finché non mi ha ereditato Lena, ecco perché lei ora è su un volo per Berlino: vuole scoprire dove porta quella mappa.

2.

Per settimane sono rimasto sul comodino, silenzioso e tranquillo. Nient’altro che un oggetto inanimato nella stanza. Di notte ero una presenza discreta mentre loro se ne stavano sdraiati a fissare il soffitto e a riprendere fiato. Come fa un libro a eguagliare i vivi? Tutto quello che un libro può augurarsi di fare è immaginare, grazie alle parole, delle cose che un tempo sono state vere.
Non sono sposati da molto, Lena Knecht e Michael Ostowar. Il loro matrimonio è stato celebrato in Irlanda. In un piccolo albergo di Kilkenny. Si sono tenuti la mano mentre tagliavano la torta e sporcati il viso a vicenda di cioccolata, come ci si aspetta che facciano gli sposi. Hanno passato la luna di miele sulla costa occidentale, dove hanno dormito per qualche notte in un faro a Clare Island, svegliandosi con le onde che si schiantavano contro gli scogli.
Hanno messo su casa nel quartiere di Chelsea a Manhattan. Lena è una pittrice e Michael lavora nella sicurezza informatica. Parlano di mettere su famiglia.
Facciamo un figlio.
Come se le loro vite, la loro felicità, il loro senso di appartenenza al mondo, fossero incompleti senza un contesto famigliare durevole che vada incontro al futuro. Un bambino darebbe uno scopo alle loro emozioni. Trasformerebbe l’intensità della gioia in una prova tangibile.
Hanno avuto un gran numero di confronti su quanto fosse etico o no avere un figlio in un’epoca come questa. Che tipo di mondo troverà il loro bambino? Come saranno le cose tra cinquant’anni? Li sento confabulare della capacità di sopportazione della Terra. Sanno benissimo – anche se lui non vuole ripeterlo nemmeno per scherzo – che l’impronta di carbonio lasciata da un piccolo essere umano equivale a quella di ventiquattro automobili nuove. Hanno letto il libro di Margaret Atwood e visto la serie tv sulle ancelle confinate come macchine sfornabambini. Amano moltissimo Matrix. Adorano qualsiasi cosa abbia a che fare con i viaggi nello spazio. Il loro film preferito si chiama Annientamento ed è su una coppia che deve litigare dietro un muro trasparente per trovare un modo di riappacificarsi. Parlano di avere un figlio che potrebbe vivere per duecento anni, magari di piú, un bimbo eterno che non diventerebbe mai vecchio.
Un grido dal futuro.
In luna di miele sono andati per musei a Londra e a Madrid. Lena voleva tanto piazzarsi davanti al capolavoro di Picasso: Guernica. Al Museo del Prado si sono imbattuti in un dipinto disturbante con Adamo ed Eva, appeso in bella vista nella sala principale. Raffigura il paradiso terrestre con il serpente nell’albero di mele che si trasforma in un bambino sorridente. Che idea! Un bambino-serpente che distrugge il paradiso. Di norma nessuno dei due perderebbe tempo dietro a narrazioni basate sulla fede. Per Lena questi racconti biblici non sono altro che una verità minima trasformata in arte. Ma in quel dipinto al Prado ha visto una specie di premonizione, come se qualcuno li avesse stanati. Il bambino-serpente indicava che l’ora era arrivata. È un aspetto crudele della vita che l’estasi esista solo nel momento esatto in cui si spegne. Lí in piedi l’uno accanto all’altra, a contemplare il serpente con il viso da bambino che sorrideva, hanno provato quelle acute paure di venire cacciati dal paradiso che tutti gli amanti provano. Non c’era niente che potessero fare se non parlare di avere un bambino loro. L’avrebbero amato con tutto il cuore e sarebbero diventati genitori devotissimi.
Ogni volta che queste conversazioni avvengono, lei dice a Mike che sarà un padre fantastico. Lei vorrebbe che fosse un maschietto, proprio come lui. Ma prima deve essere sé stessa. Il suo istinto di artista è di convertire ogni cosa in una storia visiva. La presenza di un figlio in questo dato momento potrebbe distoglierla dall’obiettivo.
Lui teme che quell’ambizione possa soffocare gli istinti materni di Lena. Di solito gira intorno all’argomento dicendo in tono ironico: se vuoi salvare il pianeta, Lena, se è questa la tua grande preoccupazione, dare un contributo a questo pianeta, allora è meglio se resti incinta subito, non sprecare altro tempo, perché il nostro bambino sarà il prossimo Einstein, o la prossima Rosalind Franklin, sarà cosí sveglio e intelligente da sistemare tutto.
Al che Lena reagisce con una risata e si accarezza la pancia: aspettiamo ancora un po’. Ti sta bene, piccolo Einstein?
Una sera, sdraiati nudi a letto, lei si è resa conto della mia presenza sul comodino.
Il libro, ha detto ad alta voce, come se ci fosse qualcun altro nella stanza. La metteva in imbarazzo vedermi lí accanto a lei, come se fossi una presenza umana all’ascolto. Un intruso. Un guardone. Il bambino-serpente.
Mi ha preso in mano e ha guardato l’immagine in copertina, l’uomo che brandiva la stampella e la sua ombra. Raccogliendo il piumino intorno alle gambe, si è tirata a sedere e ha passato il palmo della mano sulla copertina. Ha letto ad alta voce il titolo stampato a caratteri gotici, un po’ come se fosse scritto a mano. Die Rebellion, Joseph Roth. I bordi consumati e usurati. Evanescenti impronte digitali lasciate da lettori ormai spariti da tempo. Non era in grado di leggere il testo in tedesco, ma aveva già trovato una traduzione in biblioteca e letto la storia del suonatore di organetto in inglese. Mentre cominciava a sfogliare le pagine, s’è imbattuta nel puntino di una zanzara schiacciata come una lettera maiuscola nell’angolo in alto a destra. Una giornata estiva che implorava di venire ricordata. Le note lungo i margini per lei non avevano granché senso. Era piú intrigata dalla mappa disegnata a mano nelle ultime pagine e ha lasciato correre un dito sul paesaggio come se fosse appena entrata in una fiaba.
Guarda, ha detto, questa dev’essere una pineta. Ha indicato uno scrigno di legno con un tetto spiovente per proteggere l’icona dal maltempo. Ha trovato una quercia e una panchina. E questo, s’è chiesta, è un monumento di qualche tipo. Una meridiana, forse?
Mike era leggermente irritato dal fatto che lei avesse la testa altrove, come se un libro avesse il potere di intromettersi tra loro due.
Questo libro ha qualcosa di intrigante, ha detto lei.
Mentre continuava a studiare la mappa, si è resa conto del compito che le aveva assegnato il padre. In quel momento ha deciso su due piedi di andare a Berlino. Aveva uno zio che viveva in Germania, a Magdeburgo. Il fratello di suo padre. Forse avrebbe potuto fare un po’ di chiarezza riguardo a quella mappa.
A Mike l’idea che lei partisse non piaceva. Ha mascherato l’obiezione da elogio: le ha ricordato quanto stava andando bene la sua carriera. New York era il posto giusto per una giovane artista come lei. Era un errore uscire dal giro. Lei gli ha risposto che aveva bisogno di nuove energie, nuovo materiale. Questo le avrebbe dato uno spunto da seguire: la storia di quel libro.
Mi mancherai, ha detto Mike.
In termini artistici, Lena Knecht si definirebbe una ladra. Il suo lavoro fa uso di immagini prese a casaccio da altri media. S’è ispirata al celebre ultimo fotogramma di un film di Truffaut in cui un ragazzino scappa da un riformatorio. Quando arriva al mare e si gira, il volto immobile di quella lunga inquadratura finale ingloba una vita intera, tutto il suo ottimismo e tutto il suo dolore. Lei cerca espressioni cosí, di vita vissuta, nel mare della rete. La svolta ce l’ha avuta con una serie chiamat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tra le pagine
  4. 1.
  5. 2.
  6. 3.
  7. 4.
  8. 5.
  9. 6.
  10. 7.
  11. 8.
  12. 9.
  13. 10.
  14. 11.
  15. 12.
  16. 13.
  17. 14.
  18. 15.
  19. 16.
  20. 17.
  21. 18.
  22. 19.
  23. 20.
  24. 21.
  25. 22.
  26. 23.
  27. 24.
  28. 25.
  29. 26.
  30. 27.
  31. 28.
  32. 29.
  33. 30.
  34. 31.
  35. 32.
  36. 33.
  37. 34.
  38. 35.
  39. 36.
  40. 37.
  41. 38.
  42. 39.
  43. 40.
  44. 41.
  45. 42.
  46. 43.
  47. 44.
  48. 45.
  49. 46.
  50. 47.
  51. 48.
  52. Il libro
  53. L’autore
  54. Copyright