– Stanotte è stato bellissimo, l’ho ucciso
– Bene Iris. Posso chiudere la porta?
– No. Io non ho segreti, venga, si sieda qui di fronte a me, ho spostato le sedie vicino alla finestra, almeno vedo il cielo
– È per le grida nel corridoio, Iris…
– Mi sento piú sicura se è aperta
– La riapro appena tornerà la calma, va bene? Dunque, diceva, è stato bellissimo
– Sí, stavolta niente versamenti, macchie sul lenzuolo, o sulla tovaglia, niente lama gocciolante. Cosa fa, guarda il cellulare?
– No, lo stavo spegnendo
– Né quell’odore acido del sangue, o quei versi osceni, da animale, del soffocamento, niente di tutto ciò. Niente fischio alle orecchie, per ore, dopo lo sparo. Stanotte il suo corpo gonfiava, levitava e poi
– Prosegua
– Planando è uscito dalla finestra, all’alba, in una luce rosa. Come dite voi? Un sogno iniziatico
– Poi si è sentita… diciamo: liberata?
– Senta, io riapro la porta, c’è troppo caldo. Questo fa parte della sperimentazione, per capire la nostra soglia? E comunque le voci…
– D’accordo, ma la apra solo a metà
– … mi piacciono, e il cigolio dei carrelli, la tv, i campanelli, rendono tutto piú umano. Quasi. Ma guardi le macchie sul muro, alle sue spalle, io ho proposto di colorarlo, con la tempera, lo so fare. Ma qui ogni cosa va giustificata, autorizzata, controllata. Lui prima era tenero, nel sogno, e poi: sei ripugnante
– È cosí che le ha detto?
– Sei ripugnante, con la tua ossessione, questo romanticismo da bigotta, dovresti vergognarti! E hai studiato! Cosa insegni a scuola, a trasformare la vita in paranoia? Con quella spocchia da manager da suburra, lui, nemmeno laureato, con quei polsini enormi sulle mani, quelle mani tozze a spingermi sul muro… ma stanotte non c’è stato bisogno di nulla, si è soppresso da solo. Lei sta sudando, lo sento
– Apro la finestra
– E si tolga la giacca, che è anche brutta. Respiri. Lo sente l’odore dei pini?
– Io non ho caldo
– Resina, muschio umido, ma non faccia sí con la testa, lo sento solo io, ho un odorato finissimo, una fortuna, se no come lo avrei riconosciuto quel tanfo estraneo sulla sua cravatta. È l’ultima volta che sogno di ucciderlo, mio marito, cosa ne dice?
– Forse per questo oggi si è vestita cosí
– Cioè sono ridicola, inattendibile?
– Al contrario. Non ha la solita tuta, ma un vestito a fiori. Augurale
– Che sorpresa, allora lei non è cosí indifferente e distratto! Ma stia attento, io sento nell’aria odore di piombo, gli alberi stanno tremando. Stanotte ci sarà un diluvio, si metta al sicuro se può. Glielo hanno detto che ho spesso premonizioni? Segnali
– La ascolto
– Sogni premonitori, avvisaglie. Io comunque non uscirò da qui finché la strada non sarà ferma e asciutta. E poi dove andrei con questo tempo, già prima sprofondavo, il manto era viscido e molle, inclinato, i palazzi obliqui, perdevo l’equilibrio. Fra poco il cielo si spaccherà, sento il fiato ferroso che sale, l’ossigeno scatenato in aria, sei un cane molecolare mi diceva lui, e ansimava soffiando col naso, facendomi il verso
– Però stanotte si è librato in aria, intero. Ascolti, Iris, è un congedo rassicurante, l’ha liberata da se stesso
– No, non è giusto che vada via cosí, senza soffrire e senza resistenza, non c’è soddisfazione, né consolazione. Chiudo la tenda, è tremendo questo buio fuori
– Come ha passato l’ultima settimana?
– Invece la tenda va bene, coi fiori in mezzo alle righe. Guardi, sono le sei e un quarto e già la notte ti si butta addosso. Una volta ho sognato che sfilavo la pelle a mio marito, e poi la tagliavo in piccole strisce, che diventavano nastri. Ho tagliato e cucito tre donne, mi piace il laboratorio, volevo dire tre gonne. Se si toglie la camicia, io le rinforzo il bottone, penzola come un impiccato, tra poco lo perderà. Guardi qui, sa cos’ho in questa tasca segreta? La treccia dei fili e un ago
– Lasci stare, cosa le piace del laboratorio?
– Misuri, fai i punti piccoli e uguali, in fila, blocchi il tessuto piegandolo in quel modo, e lui si accorda. Mi piace l’odore della stoffa, le dirò un segreto. Se chiudo gli occhi
– Perché ride?
– Riapra gli occhi, che fa? Parlavo di me, io indovino il tessuto dall’odore. La seta profuma di cose liquide, un liquido dove hai immerso un fiore, solo un istante prima di sfiorire, quando è al massimo della disperazione, per questo trema, esala di piú, come i gatti che hanno paura. Invece il panno odora di pane, crosta di pane, abbrustolita e tiepida. Il lino devo capirlo
– E poi, cosa ha fatto, d’altro?
– Le cose di sempre, pulizie, pilates, laboratorio. Non riesco a leggere, mi ricorda troppo la scuola e i miei ragazzi, però scrivo il diario, lo facevo già col primo psicologo. Lei è il terzo o il quarto?
– Il quinto
– Mi dispiace, dev’essere frustrante per voi non produrre alcun risultato. Perché ha scelto di fare proprio questo mestiere?
– Cosa vuol dire?
– Si vede benissimo che si annoia. Non prende appunti, a differenza dei suoi colleghi, e non parla mai. Mi vede sempre al punto di partenza, lo so. E ha ragione. Ogni notte uccido mio marito. Non sempre al mattino so ricostruire tutto, a volte è un lampo senza dettagli, solo una fitta qui, nella tempia, la testa che rimbomba, quel bisogno ossessivo di lavarmi, scrollarmi i residui di dosso
– Perché sposta indietro la sedia?
– Mi allontano dal tappeto, il vento che striscia dalla finestra smuove l’odore di polvere e resti, non lo sbattono mai
– Prende le gocce regolarmente?
– Sí, ma lui infesta tutte le mie notti, ho paura ad andare a letto. Che sadismo appendere un orologio deforme, in plastica bruciata, sulle pareti vuote. Lo guardi, segna le sette meno un quarto, manca ancora…
– Aggiungiamone tre, prenda tredici gocce
– … un quarto d’ora. No, non c’è bisogno, non sono depressa. Ho piú impegni e amiche di lei, qui in residenza. Solo la sera si aprono i crepacci. È il 9 febbraio giusto?
– Sí
– Febbraio è il mese piú osceno, e porta un buio traditore che ti mastica e ingoia, e poi ti vomita sulle pareti, in forma di ombre, sul muro bianco, e le tue braccia sembrano bottiglie, la gamba è uguale alla sciarpa appesa. Allora accendo la lampada, e non basta, e non puoi disturbare le altre che dormono, se no ti gridano addosso, scrivo al buio. Poi al mattino me lo ritrovo davanti, con quella faccia triangolare, la barbetta da capra, gli occhi umidi verde-marcio, vivo lui e viva anch’io, che vergogna. Come faccio a rientrare a casa? Alla vita di prima? Rimando ogni giorno, almeno qui sono al sicuro. Ho paura di lui, di come riesce a trasformarmi
– Ascolti Iris, quest’ultimo sogno con lui che sparisce dalla sua vita senza un graffio ci parla di integrità. C’è una restituzione simbolica, depurativa. Provi a guardarla cosí, è una soluzione. Anzi lui, scorporandosi, la sgrava persino dal senso di colpa. Mi capisce?
– No
– Il suo inconscio le ha fatto un dono, ha espresso un sogno di liberazione e assoluzione
– Lei non ha capito, questo sogno mi tormenterà sin quando non farò quello che devo, perché non è il tradimento la questione, la letteratura è piena di inganni e sorprese, conosco la materia, insegno Lettere al classico! È la degradazione che non perdono, l’umiliazione, capisce? No… l’ha distratta l’odore delle patate, qui le condiscono con la menta. Lei ha fame
– Non è cosí
– Mi scusi, lo so che non può sentirlo. Sono io che ho un fiuto straordinario
– Perché non apriamo un bel quaderno nuovo, Iris, e ricominciamo a scrivere la sua storia personale, riordinata e firmata solo da lei? Esca dalla sua narrazione apocrifa, se la riscriva lei, adesso, la sua vita, ha il coraggio?
– Mi fa ridere, lei parla come l’analista di Anne Sexton, ma non ha certo il suo carisma, e del resto io non sono Anne Sexton. Non è facile, io non so quanti anni ha lei, forse piú o meno come me, io quarantasei, ma dovrebbe cambiare montatura, gli occhiali tondi accentuano la curva del suo viso. E nemmeno indossare giacche a quadri, visto che ha il bacino piú largo delle spalle, scusi l’ingerenza…
– Dove va, Iris?
– Mi si sono addormentate le gambe, resto in piedi. Sfoltisca almeno i capelli, cosí le spalle avranno piú spazio. Capisce? Lui sogghignava, spegneva sul piatto la sigaretta e la schiacciava cosí, sulle bucce di mela, con forza, e la girava su se stessa, premendo per sfarinarla, e intanto mi guardava fisso. Quel moncone storto ero io
– Lei non è piú quel mozzicone, Iris, la smetta di crogiolarsi nelle sue ceneri, il vittimismo non aiuta. Si sieda, mi guardi
– Sí, ma lei non m’interrompa. Se quel giorno, all’uscita di scuola, mentre cercavo in borsa le chiavi dell’auto, quella squilibrata non fosse venuta a raccontarmi tutto per vendicarsi del suo abbandono, io non avrei avuto modo di inchiodarlo, mio marito. Avevo quarantadue anni, senza quel crollo nervoso non mi sarei mai messa in aspettativa, perché amavo la scuola. E adesso non sarei qui ad allargare gonne o stringere giacche per donne che ridono di me, mentre lui si gode la vita
– Sono passati quattro anni. Si guarisce solo accettando la verità dei fatti
– I fatti! Io ho avuto sempre una visione etica dei fatti, credo nella responsabilità individuale, nella libertà. È lui che deve pagare. Ma lei lo sa, su chi ho fatto la mia tesi? Su Simone de Beauvoir, ma lei deve andarsene, la sala va liberata, e io ho sete
– Ascolti, lei ha ucciso suo marito quattro anni fa. E questa non è una residenza, è un carcere
– Li sente? Sembrano topi in fuga…
– Lo ha prima intontito coi sonniferi sciolti nella grappa…
– … ma non sono topi, sono gli aghi dei pini, si sfregano e squittiscono cosí, nel vento
– … e poi soffocato col cuscino
– Stia zitto, ascolti: questo è un tuono
– Posi quell’ago e mi guardi: questa non è una variante del suo sogno, è accaduto realmente
– Lei è fortunato, ho il filo dello stesso azzurro
– Ma cosa fa, la prego, mi lasci!
– Stia fermo, farò in un attimo
– Si calmi, mi strappa la camicia!
– Solo il bottone. Stava...