Li vedi al ristorante, al cinema, nei negozi di arredamento mentre discutono di un tavolino da divano, ai compleanni in famiglia, nei supermercati e in aeroporto quando partono e si sorridono con i passaporti in mano. Ci sono quelli a cui viene naturale, stare insieme. E vorrei tanto essere una di loro. Invece io mi sento una spaiata anche quando certe volte di notte Luca mi dice «Ti amo».
Spaiata è quando ti chiedono «Stai con qualcuno?» e la prima risposta che ti viene è sempre «No». Anche se stai con qualcuno. Essere spaiati è avere un istinto speciale per le sciagure sentimentali, prevederle o procurarsele. Ecco, io quell’istinto ce l’ho.
Forse i grandi amori arrivano per sfinimento. Io ho sprecato quindici anni della mia vita a struggermi per qualcuno che non telefonava. Sí, nel frattempo mi sono laureata, ho fatto pratica, ho preso l’abilitazione, trovato un buon lavoro e comprato una casa (piccola). Ma non ci possono volere quindici anni per capire che «piú è difficile, piú è bello» è la fesseria suprema.
Quindici anni buttati alle ortiche. Mi sono serviti per stancarmi, tutto qui.
Basta innamorarsi di chi non ti vuole, mi sono detta a un certo punto. Basta innamorarsi di disfunzionali, egoisti, anaffettivi. Anche se in realtà mi sembrava di essere piú adatta a stare male anziché bene.
È stato allora che è arrivato Luca, e tutto il resto. O meglio, Luca c’era già, ma non in quel senso. Era il mio capo da qualche anno ormai. Comunque, tutto il resto è quel lungo sentiero delle Relazioni Adulte e Funzionanti su cui trovi la stabilità. E la stabilità è quel minuto che passa tra la felicità e la domanda «Tutto qui?»
Cos’è in fondo quest’esclusivo mondo a due – il regno delle coppie felici – a cui tutti vogliono appartenere? La verità? Posso fare un elenco delle cose che non sopporto da quando sono felice insieme a un uomo.
1. Parlare. Siamo due, quindi bisogna confrontarsi, quindi bisogna parlare, sempre. Nei lunghi viaggi in macchina durante il week-end, all’uscita del cinema o al Salone del mobile. Parlare.
2. Gli sguardi. Pure un nuovo paio di scarpe sarà sottoposto al giudizio, spesso con un solo sguardo fulminante. Luca non ha piú messo certe cravatte solo per la faccia che facevo ogni volta che le vedevo. È un inferno di condivisioni, la coppia.
3. Il silenzio. Nella mia vecchia vita, quella nel mio monolocale di proprietà vista mare, potevo stare un’intera serata in silenzio, da sola. Non per forza era una serata triste. Se invece stai per conto tuo una sera, in silenzio, nella stessa casa che dividi con un altro essere umano che dici di amare, hai già quello che chiamano «un problema di comunicazione». Il silenzio in coppia è fatto di sostanza pesante, il silenzio da soli invece può essere anche un silenzio leggero. Non puoi chiuderti in una stanza con un libro o una serie tv e dire «Lasciami in pace un paio d’ore». Voler stare per conto tuo è premessa d’incompatibilità. Parlarsi (vedi punto 1) diventa cosí il lavoro straordinario delle coppie.
4. L’ordine. Vivere con un ordinato è l’inferno del disordinato (io). Luca lascia le scarpe allineate quando di sera se le toglie. All’ingresso, cosí non si rovina il parquet.
5. La mancanza di tempo. Piú è sana e funzionante la storia d’amore, piú non avrai tempo. Non esistono piú i giorni solo tuoi. A meno di non doverli chiedere, come le ferie. E in quel caso, quando dichiari che ti servono due giorni di svago, nella Borsa delle Relazioni le tue azioni cominciano a non valere granché. Il tempo del singolo diventa tempo collettivo. Ma uno dei due sarà piú bravo a decidere cosa fare di quel tempo. Il piú bravo, qui, è Luca. Viviamo a Milano, adesso. Lasciare Napoli, casa mia e tutto… non mi ricordo neppure com’è stato, dove, perché gli ho detto sí. Ecco, in una relazione funzionante c’è sempre uno che dice molti «sí» senza accorgersene e lo fa anche volentieri. Essere innamorati è quello, no?
6. L’embargo ai problemi personali. Ora devo fare i salti mortali per farmi passare il malumore prima di cena. Al prezzo di un malumore piú grosso. Parlarne (vedi punto 1), a parte stancare di piú, non sempre serve: essere due non è garanzia del fatto che almeno uno troverà una soluzione. Tanto piú se l’altro della coppia è il tuo capo. E poi alla lunga tende a stufare perfino chi è sempre allegro, figurarsi chi pretende di parlare di lavoro fuori dall’ufficio.
7. Il termometro. Stare in una coppia è come avere una specie di febbre. Devi sempre prenderti la temperatura – ovvero sei costretto a chiederti spessissimo «Come stiamo andando?» La felicità di coppia va bene se si assesta su un trentasette stabile, se sale un po’ ogni tanto è meglio. Invece se si abbassa devi preoccuparti. Il guaio è che se la temperatura della coppia scende troppo, non ci sono penicilline.
8. Me stessa. Quella di prima non sei piú tu, all’improvviso. Anzi, è grande amore proprio se prendi le distanze da chi eri prima. Se ripensi alla tristezza che sei stata capace di accumulare nel passato, e ti sembra che sia capitata a un’altra. Non «Quant’ero cretina a stare cosí male», ma «In quel periodo non ero in me». È vero che non eri in te: eri meglio! In chi soffre c’è qualcosa di piú vivo. Gli amori infelici ti fanno sentire intelligente, stimolano l’arguzia, l’autoironia. «Eri piú divertente prima»: è questo che pensano gli amici di te. E in fondo pure tu. Non è escluso che Viola non risponda ai miei messaggi solo perché sono diventata monotona, e non perché mi odia.
9. Estetiste e parrucchieri. Le due maledizioni della felicità. Nessun centimetro della superficie umana viene risparmiato: il corpo è senza tregua, nella vita di coppia, non puoi concederti distrazioni o sciatteria. I capelli, per esempio: niente li rovina quanto la convivenza. Perché devi accorciare i tempi tra uno shampoo e l’altro. Ma in generale le incombenze di manutenzione sono quasi quotidiane. Pelle perennemente liscia, depilata, smalto sulle unghie di mani e piedi. Dalla testa alla punta delle scarpe non ho piú un solo centimetro di libertà.
10. La paura. Quando vai a vivere con lui, come tutti gli spaiati, come tutti gli autosabotatori, come tutti quelli, insomma, non troppo abituati a sentirsi bene in due, devi prepararti a sopportare la presenza del terzo inquilino: la paura. Paura di perderlo, paura che non funzioni, paura di rovinare tutto, paura di una relazione stabile, paura che diventi meno stabile, paura del futuro con lui, paura di non riuscire a riabituarsi alla vita di prima se la vita del futuro con lui non va in porto, paura che si capisca che ho paura, paura che a forza di avere paura finirò per rovinare tutto. Se sono innamorata, lo capisco dalla paura.
A Milano non fa poi cosí freddo
oggi 21:50
Tu piú soffri, piú sei capace di fingere che non è niente. Sarà la centoventesima e-mail che ti scrivo, alle centodiciannove precedenti non hai risposto. Il messaggio è chiaro, ho capito. Ma agli scocciatori si risponde, anche solo per farli smettere. Non sono buona nemmeno a sfinirti, vuoi dirmi questo?
Ti prego, Viola, troviamo una soluzione. Non posso aggiungere «Fallo per me» perché non me lo merito, lo so.
In ogni caso, continuando a non rispondere stai solo ottenendo il risultato di farmi pensare che ci tieni. Intendo a me. Oltre al fatto che mi odi.
Perciò rispondimi, anche solo per dirmi di non scriverti piú.
P.S. A Milano non fa poi cosí freddo, Brera è buffa, sembra Saint-Germain-des-Prés un po’ anemica.
Storia di come sono capitata a Milano.
Cose che puoi fare quando il tuo matrimonio va in pezzi:
1) vendicarti facendo soffrire piú persone possibili;
2) vendicarti cambiando vita.
Carla, la moglie di Luca, apparentemente ha scelto la soluzione numero 2. Il trasloco a Milano di tutti – ovvero lei, i due figli, e quindi Luca e poi io – è stata un’idea sua. Voleva andarsene. Scelta detestabile, ma legittima. Non sopportava piú Napoli, forse perché era lí che era stata piú felice.
Carla lavorava da Deloitte a Londra, quando lei e Luca si sono conosciuti. Innamorarsi di lui aveva significato quel tipo di cambiamento di vita che non ti aspetti, se sei una che a trent’anni ha un ufficio in Grosvenor Street e passa piú sere a settimana in aereo che a casa. Trasferimento a Napoli, nuova mansione: moglie e poi madre di due figli. Inutile cercare un lavoro che somigliasse a quello che aveva.
Allora era diventata la donna misteriosa e mezzo straniera che esce poco di casa. Era cosí che ne parlavano tutti. «State alla festa dalla forestiera, ma com’è quella?» mi chiese il barista sotto casa di Luca, un ragazzo con un braccio oscurato dai tatuaggi, la sera in cui ero stata invitata alla cena di compleanno con tutti i colleghi ed ero scesa a comprare le sigarette per Dario, il mio fidanzato all’epoca.
Quando, subito dopo la separazione, Carla ha chiesto a Luca «Che ne dici se vado a lavorare a Milano?», non era un «Che ne dici?» di negoziato, c’era già una risposta, nella domanda. Luca ha acconsentito senza fiatare, le ha chiesto solo qualche mese per organizzare il suo, di trasferimento. Certe persone sono brave a rimanere sposate anche durante i divorzi.
Per l’accusa: Carla non doveva farlo.
Per la difesa: Carla lo poteva fare.
Quanto ai figli, Marco è abbastanza grande da farsene una ragione e Michele abbastanza piccolo per non capire.
Se c’è una cosa di cui si preoccupa la legge, sono i bambini: durante un divorzio non possono essere trascinati in un’altra città a piacimento di un genitore. Ma esiste anche il diritto del genitore a rifarsi una vita, magari da un’altra parte. Il guaio è che quel diritto lo difende la Costituzione.
Sentenza n. 9633/2015. Vuoi andartene e portarti via i bambini a costo delle sofferenze di tutti? Se dimostri che è l’unica possibilità, puoi farlo.
Carla avrà spiegato a Luca – immagino con quella calma di cui è capace solo lei – che Milano è l’unica possibilità.
Quando Luca mi ha chiesto «Che ne diresti di andare a Milano?», anche quello era un «Che ne diresti?» a risposta non troppo multipla. Non ho mai avuto tanta voglia di chiamare qualcuno come quella sera. Quel qualcuno era Viola.
In conclusione, il motivo per cui sono a Milano è questo:
Cassazione, sent. n. 18087/2016.
Il trasferimento della residenza costituisce oggetto di libera e non coercibile opzione dell’individuo, espressione di diritti fondamentali di rango costituzionale. Il coniuge separato che intenda trasferire la sua residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde perciò l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori.
Lo sa pure la Costituzione, che per ricominciare serve cambiare aria.