La prigione di Ryland adesso era la mia casa. Sophia era stata separata da me il giorno dopo, ed era stata mandata non sapevo dove – in un postribolo? da Nathaniel? a Natchez? – e a me restò solo l’immagine, che ho ancora adesso negli occhi, di lei che lottava contro le catene per quel momento di contatto, rivolgendo il suo sguardo carico d’odio non verso l’interno, non su di me, non su se stessa, ma sul vile tradimento di Georgie Parks. Ancora non sapevo quanto in profondità si spingesse quel tradimento. Ma ne sapevo abbastanza da ribollire di un odio denso come uno stufato invernale. In seguito, molti anni dopo, avrei capito quanto la sua posizione fosse insostenibile, come la Qualità non gli avesse dato scelta finché viveva in quella fragilissima condizione chiamata Freetown. Ma in quel momento lo odiavo e cercavo di consolarmi con l’idea che sarebbe successo un miracolo e Georgie si sarebbe trovato alla mercé della mia collera.
Fui gettato in una cella umida, con una coperta sozza e un pagliericcio su cui stendermi, e un bugliolo in cui fare i miei bisogni. Ogni mattina presto mi portavano fuori, mi facevano fare un po’ di esercizio fisico e mi lavavano. Mi annerivano i capelli e mi oliavano il corpo. Poi mi facevano stare tutto nudo insieme agli altri nell’atrio della prigione. I trafficanti di carne umana, gli avvoltoi di Natchez, entravano e mi mettevano le mani addosso. Erano uno spettacolo atroce, la feccia della feccia, perché, a differenza dei loro consimili, quegli uomini, sebbene venissero dagli strati piú infimi della società, si erano arricchiti col traffico di carne umana, eppure sembravano compiacersi nello sbandierare le loro origini abiette, gli abiti trasandati, i denti mancanti, gli odori mefitici, l’abitudine di sputare tabacco. La Qualità li teneva alla larga, perché la tratta degli schiavi era considerata un’attività riprovevole. La gente perbene non faceva entrare i trafficanti a casa propria e non li invitava la domenica a sedere al proprio banco in chiesa. Sarebbe venuto un tempo in cui l’oro avrebbe contato piú del sangue. Ma quella era ancora la vecchia Virginia, dove un Dio equivoco decretava che coloro che mettevano in vendita un uomo fossero in qualche modo piú stimabili di coloro che effettuavano materialmente quella vendita.
Quell’essere tenuti alla larga causava grande risentimento nei trafficanti, un risentimento che sfogavano su di noi. Traevano un gran godimento dal proprio lavoro, cosí che in quell’atrio era a passo di danza che si avvicinavano a noi, e quando mi abbrancavano le natiche per controllarne la sodezza, lo facevano con vigore ed energia; e quando mi torcevano la mascella alla luce per valutare il mio cranio in base alle loro teorie frenologiche, non mancavano mai di sorridere; e quando mi ficcavano le dita in bocca per sentire se avevo i denti marci, oppure mi palpavano braccia e gambe in cerca di vecchie lesioni, canticchiavano fra sé e sé.
Durante quegli «esami», sprofondavo in me stesso, perché avevo scoperto in fretta che l’unico modo di sopravvivere a una tale invasione era sognare, lasciare che la mia anima volasse via dal mio corpo, volasse a Lockless e a un altro tempo, un tempo in cui cantavo i canti di lavoro – Be back, Gina, with my heart and my song – oppure me ne stavo davanti a una Alice Caulley gongolante e le ripetevo per filo e per segno la sua storia, oppure sedevo sotto il gazebo, passando una brocca di birra e covando i miei aneliti e i miei desideri. Ma era solo un sogno. Mentre la realtà era che mi trovavo in balia di uomini che si beavano del proprio potere di ridurre un uomo a carne animale.
Dunque ero finito nel sepolcro della schiavitú, perché qualunque cosa avessi patito a Lockless, dovevo ammetterlo, non era paragonabile a questo e non somigliava a quel che sicuramente mi aspettava. E non ero da solo. Nella mia cella c’erano altre due persone. La prima era un ragazzino coi capelli castani che dimostrava meno di dodici anni. Non sorrideva e non parlava mai, e aveva l’aspetto coriaceo di un uomo asservito da molto tempo, ma era pur sempre un ragazzino, cosa che si palesava di notte nei suoi gemiti spaventati mentre dormiva, e la mattina nel suo sbadiglio trattenuto. Ogni sera, dopo la nostra cena di avanzi, la madre passava a trovarlo. E dai suoi vestiti, che non erano i soliti panni di cotone grezzo della Servitú, immaginavo fosse una donna libera che però avesse perso in qualche modo la potestà sul figlio. Si sedeva sul pavimento davanti alla cella tenendogli la mano attraverso le sbarre di ferro, e i due trascorrevano quei momenti in silenzio, mano nella mano, finché Ryland non la mandava via. C’era qualcosa di dolorosamente familiare in quel rituale, qualcosa che una parte di me vecchia e dimenticata riconosceva, una scena di un’altra vita che non ricordavo piú.
L’altro mio compagno di cella era un uomo anziano. Il suo viso era segnato dall’età, e l’oceano della sua schiena serbava la traccia dei molti viaggi della frusta di Ryland. Per quante angherie io subissi nella prigione di Ryland, non erano niente rispetto a quel che veniva fatto a quell’uomo. La prospettiva di un possibile profitto salvaguardava me e il ragazzino. Ma quel vecchio, la cui utilità era ormai nulla, non valeva che pochi centesimi, ed era solo carne da macello. In qualunque momento della giornata, ogni volta che gliene veniva il ghiribizzo, quegli uomini lo tiravano fuori dalla cella e lo costringevano a cantare, ballare, camminare a quattro zampe, abbaiare, fare coccodè o esibirsi in qualche altra azione umiliante. E se la sua esibizione non li soddisfaceva gli si avventavano contro con pugni e calci, lo percuotevano con delle redini o con uno scudiscio, gli scagliavano addosso fermacarte o sedie o qualunque altra cosa gli capitasse sottomano. Assistendo a quelle scene io provavo una vergogna terribile, anche se non la riconoscevo come tale, la vergogna di non poter fare niente per lui.
Erano tempi bui per l’anima. La mia solidarietà con quei due fu presto soffocata dalla consapevolezza che era stata proprio una simile avventata solidarietà a farmi precipitare in quella situazione. La mia mente era sconvolta dai sospetti. Forse era tutto un complotto. Forse anche Sophia era coinvolta. Forse era stata Thena ad avvisarli. Forse adesso erano tutti insieme da qualche parte a farsi una risata con Corrine Quinn e con mio padre, a farsi beffe dei miei assurdi sogni di libertà. E cosí la vergogna e la solidarietà lasciarono il posto a una durezza che non mi ha piú abbandonato.
Era notte. Ero sdraiato sull’umido pavimento di pietra. La madre del ragazzino se n’era andata. Sentivo i Segugi di Ryland che, ubriachi, giocavano a poker nell’atrio.
Quella notte, per qualche motivo, il vecchio sentiva il bisogno di parlare. La sua voce giungeva fino a me nell’oscurità. Prima mi disse in un rauco sussurro che gli ricordavo suo figlio. Io lo ignorai cercando di rannicchiarmi fra il pagliericcio e la coperta divorata dalle tarme, nel tentativo di raggranellare tutto il calore possibile. E allora lui lo ripeté, in un tono da cui trapelavano i privilegi conferitigli dall’età.
– Non credo, – risposi.
– Non credi di essere lui, certo. Ma io ti ho osservato bene, e so che hai all’incirca la sua età e hai subíto un’offesa che ha subíto anche lui. Io e mio figlio siamo lontani, ma di notte, quando lo sogno, sogno un uomo tradito. E quell’uomo ha un’aria molto simile alla tua.
Non replicai.
– Come ci sei finito, qui? – mi chiese.
– Cercando di scappare, – dissi. – Sono fuggito dal Servizio portando con me la favorita di un altro uomo.
– Però non ti hanno ammazzato, – disse lui, impassibile. – Si vede che da te possono ricavare ancora qualche servizio. Magari in un posto remoto dove nessuno conosce il tuo nome e dove i tuoi peccati di vanagloria possano apparire come le bugie di un uomo imprigionato e umiliato.
– Perché si accaniscono tanto su di te? – chiesi.
– Per divertirsi, presumo.
E ridacchiò nel buio.
– Ormai sono quasi pronto per la fossa. Non lo vedi?
– Non piú di tutti noi.
– No, tu no. Non ancora. E neanche quello lí, – disse, indicando il ragazzino. – Sí, sto per tornare a casa, dalla mia gente. So di essere destinato a morire qui, fra i tormenti, perché mi sono macchiato del peggiore fra i peccati.
Ormai era partito e, anche se era notte, lo vidi che si tirava su a sedere e guardava verso l’atrio, dove la luce di una lanterna gettava ombre e si sentivano i Segugi di Ryland che ogni tanto scoppiavano a ridere. A tratti, il respiro lieve del ragazzino si increspava in un tenue russare.
– Ho vissuto come dovevo, – continuò il vecchio. – E non ho vissuto da solo. E quando sono rimasto l’ultimo, senza piú una società che facesse rispettare la vera legge, ho capito che era venuto il mio momento.
Il mondo sta cambiando, sta lasciando indietro questa terra. C’è stato un tempo in cui la Elm County era come il figlio primogenito, il prediletto del Signore. C’è stato un tempo in cui questa terra era il vertice della società, e i bianchi erano tutti sfarzo e abbondanza, grandi balli e pettegolezzi. Io c’ero. Navigavo sul fiume col mio padrone. Vedevo come facevano baldoria. Tu sei nato in questi anni di decadenza, ma io ricordo quando la loro vita era tutta un banchetto, e le loro tavole erano ingombre di pane bianco, tortini di quaglia e uva passa, chiaretto, sidro e mille altre prelibatezze.
Nulla di tutto questo andava a noi, te lo assicuro, però qualche vantaggio c’era. Il vantaggio era avere un terreno saldo sotto i piedi. Quello era un tempo in cui un brav’uomo poteva farsi una famiglia, e anche i suoi figli, e i figli dei suoi figli. Mio nonno ha visto tutto questo, sí, l’ha visto. Portato qui dall’Africa, ha trovato il Signore. Ha trovato una moglie, e generazioni sono cresciute sotto la sua guida. Non era la nostra stagione, ma era una stagione cosí sicura che anche un uomo di servizio poteva fare dei progetti nella vita. Te ne potrei raccontare di storie, ragazzo. Potrei raccontarti delle corse, e del giorno in cui Planet schizzò via come un fulmine. Ma sono cose senza importanza. Tu mi hai chiesto perché si accaniscono su di me, e io te lo spiegherò.
Le avevo già sentite, quelle storie. Era diventato abituale rievocare quell’epoca, il relativo conforto che derivava dal conoscere la propria madre, dall’avere dei cugini nella piantagione accanto, da Feste di cui ancora adesso si serba il ricordo. Ma quel conforto non è la libertà, e anche se c’erano delle certezze non si era mai al sicuro. Quelle erano le certezze che avevano consegnato Sophia a Nathaniel, e avevano prodotto me. Nella schiavitú non c’era pace, perché ogni giorno sotto il dominio di un altro è un giorno di guerra.
– Come ti chiami? – chiesi al vecchio.
– Che importanza ha? – disse lui. – Quel che importa è che amavo una donna, e che in quell’amore ho dimenticato il mio nome. È stato questo il mio peccato, il motivo per cui adesso mi trovo qui, con te, con questo ragazzino, alla mercé di questa feccia bianca.
Ora stava cercando di alzarsi, aggrappandosi alle sbarre di ferro per tirarsi su. Mi mossi per aiutarlo, ma lui mi fece segno di lasciar stare. Riuscí ad appoggiarsi alle sbarre, reggendosi col braccio sinistro avvinghiato alla grata.
– Mi sposai da giovane, e per moltissimi anni fummo felici quanto un uomo e una donna possono sperare di essere. Vivevamo nel Servizio, certo, ma il Servizio non viveva in noi. Ci nacque un figlio. Crebbe onesto e cristiano. Era tenuto in gran considerazione da tutti: dalla Qualità, dalla Servitú e dalla Feccia. Lavorava la terra come fosse sua, e pensava che i nostri padroni potessero essergli tanto riconoscenti da concedergli la libertà, magari alla loro morte.
Era un ragazzo con un gran cervello. Tutti lo sapevano. Le ragazze facevano a gara per assicurarselo. Lui non voleva sposarsi. Si conservava per una davvero degna di lui, e non era disposto ad accettare nessuna donna che valesse meno di sua madre. Ma lei morí, mia moglie, il mio intero cuore, sí, morí. La febbre me la portò via. L’ultima richiesta che mi rivolse fu semplice: «Tieni al sicuro quel ragazzo. Non permettere che si dia via per niente».
Cercai di farlo. Cercai di mantenerlo fedele alla vera legge. E quando prese moglie, una ragazza che lavorava in cucina, fu come se lo spirito di sua madre fosse tornato, perché era una ragazza davvero perbene, e svolgeva il suo servizio con lo stesso spirito di mio figlio.
Gli anni passarono. Ricostruimmo qualcosa di nuovo, un’altra famiglia. Ebbi la benedizione di tre nipotini, ma solo uno, un maschio, sopravvisse. Quando morivano, li piangevamo insieme, perché l’amore fluiva forte tra noi, come il fiume James, e tutto quell’amore si riversò sull’unico rimasto.
Ma la terra non era piú quella di una volta, e la Qualità trovò una nuova merce da vendere, cioè noi, e ogni settimana quando ci contavamo mancava qualcuno.
Poi una sera, dopo la conta, il caposquadra viene a parlare con me. Dice: «Tutti noi qui ti conosciamo da tempo come un brav’uomo. Tu e la tua gente siete come figli per noi, siete vicini al nostro cuore. Ma hai sentito che adesso il suolo canta un canto di morte. Mi strazia dirtelo, ma dobbiamo separarti da tuo figlio. Mi dispiace. È per il bene di tutti. Sono venuto prima a dirlo a te, perché sono una persona corretta. Abbiamo fatto il possibile per assicurargli una buona sistemazione. L’unica cosa che posso fare è mandare con lui anche sua moglie e suo figlio. Non posso fare altro».
A quel punto mi ero alzato in piedi anch’io. Lo stavo tenendo d’occhio, temendo che cadesse. La luce nell’atrio brillava ancora, ma le risate erano meno fragorose e si sentivano meno voci.
– Quando mi dissero questa cosa, crollai, – continuò lui. – Tornai nella mia baracca. Tutto tremante. Non ci vedevo piú. Andai nel bosco per parlare col Signore. Ma non ci riuscivo, non ci riuscivo per niente. Dormii lí fuori e la mattina non andai nei campi. Dovevano aver capito che ero in lutto, perché il caposquadr...