Le false resurrezioni
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Le false resurrezioni

  1. 464 pagine
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Le false resurrezioni

Informazioni su questo libro

Alle prese con ambizioni frustrate e desideri infranti, tre quarantenni tentano goffamente di resuscitare dalle ceneri di fallimenti piccoli e meno piccoli, rincorrendo una maturità che quasi sempre ha il volto di una donna. È il caso del protagonista di Segni d'oro, che pensava di insegnare all'università e si ritrova bibliotecario infelice in un paesino di provincia. In crisi con la moglie, dopo una fuga passionale sui Colli Euganei scopre di trovare verità e bellezza solo nell'esaltante lessico degli antichi poeti. In Eccesso di zelo, un dattilografo si perde nella stessa inconcludenza. Sullo sfondo di una Roma disfatta dal caldo, si lascia coinvolgere in un conflitto di coppia altrui dapprima per pura cortesia, poi con un fervore sempre crescente, lanciandosi in un'impresa cavalleresca alla rovescia che metterà a rischio tutte le sue conquiste dell'età adulta. Altrettanto ansioso e nel pieno di una crisi è infine il protagonista di Denti, un racconto che si dischiude come una bocca aperta sulla vita di un insegnante divorato dai ricordi e ossessionato dalla gelosia, nonché dai propri incisivi enormi. Le false resurrezioni si legge d'un fiato, complice l'irresistibile filtro dell'ironia e del paradosso con il quale Starnone passa al setaccio la follia dei sentimenti e l'ingiustizia del dolore.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
Print ISBN
9788806233358
eBook ISBN
9788858428139

Denti

Ad Anita

1.

Nel primo pomeriggio del 6 marzo di tre anni fa persi in un sol colpo due incisivi. Erano quelli che mi servivano per pronunciare il mio nome. Avevo detto a Mara: «Basta, non ti voglio vedere piú». Lei aveva risposto non con le parole ma con il posacenere. L’aveva afferrato per il bordo all’improvviso e me l’aveva sbattuto sui denti insieme ai mozziconi; poi se n’era andata a piangere in camera da letto.
Restai in cucina sgomento, ero certo che non mi amasse piú. Le avevo appena finito di elencare le prove dei suoi tradimenti: bugie, scuse che non reggevano, nome e cognome dell’ultimo suo amante. «È vero sí o no?» l’avevo incalzata. Perché non rispondeva? Avevo abbandonato moglie e figli per lei, possibile che mi ricambiasse cosí?
Mara tratteneva un sorriso tra dispetto e paura, non trovava le parole, ascoltava incredula. Io invece credevo a tutto quello che dicevo e anche quell’ultima domanda – possibile che mi ricambi cosí? – era stata ben altro che il frutto di un dubbio. Gliel’avevo ripetuta prima a distanza, poi sempre piú da vicino, con la bocca su di lei come per morderla, il fiato che l’uncinava, le labbra a O.
Accadeva spessissimo che pescassi indizi delle sue tresche, facessi due piú due ed elaborassi visioni di suggestiva verità. Tutto cominciava con un dolore crescente in mezzo al petto; poi seguiva un vuoto insopportabile, come se mi avessero aspirato gli organi interni e li avessero sostituiti con immagini su immagini di volgarità eccitante. Allora dicevo: «Siediti, ti devo parlare». E attaccavo.
Anche in quell’occasione ero partito in sordina e solo quando lei era diventata rossa avevo alzato la voce per dimostrarle: visto? ingenuo sí, cretino no. Adesso stavo provando a pronunciare Didone, tradimento, Dante, zizzania, ninna-nanna, Domenico, dado, Domodossola. Già ridevo: incredibile, che pazzo, che pazzo. Mara me l’aveva promesso, l’ultima volta che era successo: «Trattami ancora cosí e ti spacco i denti». Ecco fatto, spaccati alla radice. Saggiai con la lingua il vuoto, le schegge estranee e taglienti ben fisse negli alveoli. Avevo le labbra e le narici piene di cenere.
Da bambino speravo che mi cadessero tutti i denti. Non i denti da latte, pieni di discrezione. Quelli erano caduti dopo un dondolio gentile, a volte con allegria a volte no, lasciando fori interessanti per la lingua, memorie di magie strepitose nelle pareti dove li avevo sepolti, miracoli di topi trafugatori che se li erano portati via per farne nonsoché. Invece volevo che mi cadessero i nuovi, tre volte piú grandi dei precedenti. Mi sembravano ingombranti a tal punto che pensavo: non si può continuare cosí, devo sputarli. Sputavo ma loro restavano a mangiarmi la faccia con una superbia ingiustificata.
Erano comparsi all’improvviso, come pietre scagliate dal fondo della gola. Mi avevano trasformato le labbra in lembi di una lacerazione che appariva orribile a me e agli altri. Adesso la chiostra era cosí protesa verso l’esterno da assomigliare al becco di un rapace. Fremevo, non vedevo l’ora di cambiare nuovamente i denti. Altre magie, speravo, altri miracoli: questo non è riuscito bene, topolino topolino.
Ma sapevo poco o niente del destino dei corpi. Che i denti si cambiassero mi era sembrato un segno felice, un indicatore di potenza: se una cosa non va, si sostituisce; ciò che è fatto non è mai definitivamente fatto. C’era una selva di denti possibili dietro quelli appena usciti; una foresta di capelli dietro quelli già fioriti; un’acqua marina occhiuta e multicolore pronta a gorgogliare dalle polle degli occhi; e la statura: ci si allungava e ci si accorciava a piacimento marcando con tacche lo stipite della porta.
Passò un po’ di tempo prima che scoprissi: non li cambierò mai piú. Dovevo restare per sempre a bocca socchiusa, attento a non ridere, annichilito dalla scoperta che i denti si cambiano una volta sola e il cambio non sempre è vantaggioso, peggio per me. A meno che non me li aggiustassi. Con la lingua. Con i denti di sotto che tentavano inutilmente di congiungersi a quelli di sopra e respingerli nel fondo della gola. Raddrizzare i torti, ortodonzia cocciuta e rozza indotta dal timore che i denti storti mi avrebbero fatto perdere anche i diritti piú elementari.
Provai e riprovai. Forse bastava tirare giú il labbro superiore come una saracinesca. Ma le zanne premevano con ferocia, la saracinesca non reggeva, l’intera faccia non riusciva a contenere quella macchina trituratrice in espansione continua, sempre piú nuda, terminale di moltissimi desideri. Per esempio il desiderio di ridere. Buffone angosciato dalle buffonerie mie e altrui, ridevo e mi nascondevo la bocca con la mano, subito inorridendo per il contatto dei denti contro il palmo. Gioia di zanne, pensavo, e intanto mi dicevano zannuto, zannato, zannoso, ero un mascherone con ganasce sganassate. Cosa ridevo? Non c’era niente da ridere. Sprizzavo allegria e sofferenza, felicità e disagio.
Cosí mi decisi. A nove anni compiuti mi sdraiai sul pavimento, chiusi gli occhi e colpii coi denti la mattonella. Non feci gran danno. Si scheggiò solo un incisivo, uno di quelli che adesso Mara mi aveva cancellato dalla bocca con un colpo solo.
Presi quella decisione il giorno in cui andai con i miei genitori a visitare le rovine di Pompei. La città distrutta dalla lava non mi fece né caldo né freddo. Avevo i fatti miei a cui pensare e non riuscivo a immedesimarmi in quelli dei pompeiani su cui mio padre, per istruirmi, aveva insistito il giorno prima. Mi aggirai senza energie cercando di non perdere tra quelle case antiche i miei genitori, che si curavano poco di me e molto di loro: vedi qui, guarda là, oh com’è bello.
Io non ci trovavo niente di bello. All’ombra di un portico avevo divorato la frittata di maccheroni preparata da mia madre, mentre lei mi diceva: «Piano! Guarda che morsi! Attento alla carta oleata!» Faceva caldo, doveva essere un giorno di giugno, provavo un fastidio dell’esistere che mi rendeva pesante ogni passo. Quand’ecco che, tra tutti quei ruderi, mi colpí il profilo di certe colonne spezzate. Avevo (e ho) una vita piena di cose stupefacenti: quelle colonne all’improvviso me le sentii in bocca, e subito dopo mi sembrò che la terra giacesse in quel luogo a chiostra spalancata, i denti confitti nelle ossa di pietra. La città – pensai – era stata né piú né meno che una bocca dentuta di fastidiosa voracità che dava morsi al cielo e il vulcano le aveva soffiato addosso il fuoco per cancellare quel proliferare di zanne. Cosí, senza pensare alla curiosità che avrei suscitato, mi sdraiai a terra per sentirmi il cielo sopra i denti e vedere se resistevano a quel peso. Quattro turisti si fermarono accanto a quel corpo di ragazzino all’apparenza esanime e uno di loro – un signore anziano di colore paonazzo – si inginocchiò e mi poggiò l’orecchio sul cuore, tunf, tunf. Mio padre arrivò di corsa gridando: «Che fai? Sei scemo?» Quando tornammo a casa, barcollai lungo tutto il corridoio per dare a intendere che ero molto stanco. «Ohi, ohi, non ce la faccio piú», annunciai con un grido di falsa allegria. Quindi mi gettai pancia a terra e diedi quel colpo terribile alla mattonella.
Mia madre mi portò per la prima volta dal dentista.

2.

L’orologio elettrico, sistemato sopra il frigo, ronzava come se il tempo fosse un insetto prigioniero. Avvertii una specie di sfrigolio del dolore nella gengiva contusa e mi persi per un secondo tra me e me, clonazione pronominale malriuscita: ero quello che i denti se li era fatti rompere o quello a cui i denti stavano appena spuntando?
Andai ad affacciarmi cautamente in camera da letto. Mara si era buttata sulle coperte trasversalmente ma senza sciatteria, con la precisione della diagonale, e singhiozzava ancora. Mi sedetti sulla sponda, le accarezzai la schiena, si irrigidí. Mentre lottava per contenere i singhiozzi, fece un gesto per mandarmi via, poi affondò la faccia nella coperta per smettere di piangere, infine si girò sulla schiena fissandomi col trucco disfatto, le labbra ancora tremanti. Le mostrai la bocca per impietosirla e farmi consolare, ma non si pentí di quello che aveva fatto nemmeno quando gettò uno sguardo mezzo affilato, mezzo spuntato, al labbro superiore gonfio e alle gengive che mi sentivo di fuoco. Unico risarcimento: mi offrí la metà delle ottocentomila lire che custodiva nel secondo cassetto a destra, in una busta sotto i maglioni. Per pagare il dentista, disse, vacci di corsa, ce n’è uno in fondo alla strada. Subito dopo mi fece una carezza e mi perdonò per tutte le cose orribili che le avevo detto. Ma precisò: «È l’ultima volta». E mi ricordò, tirando su col naso: non puoi negare che ti ho sempre concesso un’ultima volta, un’ultima volta per questo, un’ultima volta per quello. Ora basta. Questa era l’ultima volta che soprassedeva e restava con me: alla prossima non mi avrebbe semplicemente rotto due incisivi ma tutti i denti, e se ne sarebbe andata via per sempre. «Intesi?» Quindi concluse piú amorevolmente:
«Mi dispiace. Erano gli unici denti buoni che avevi».
Falso ma glielo lasciai credere. Quanto ai suoi soldi, dissi no, poi dissi sí e le poggiai grato una guancia sul seno. Mara col pollice mi tirò su piano piano il labbro gonfio per esaminare meglio il danno, cosa di cui c’era scarso bisogno, ho sempre la bocca aperta. Se prima aveva fatto finta di niente, adesso rabbrividí per l’impressione che le feci e, inspirando aria, produsse tra lingua e palato un suono di raccapriccio.
«Di’ tenda», mi chiese.
«- e - - a», mi venne mentre la punta della lingua si perdeva nel vuoto di t - n - d.
«Riprova», disse lei in apprensione.
Riprovai esagerando ad arte le difficoltà per intenerirla ulteriormente. Alla fine scandii: «Tenda» e sospirai. In mancanza degli incisivi, avevo appoggiato la lingua contro gli alveoli. Nel farlo, avevo avvertito come un guizzo doloroso dei nervi insieme a un arroncigliarsi di immagini confuse: impacchi grigioverdi di lattuga, per esempio, un rimedio dell’infanzia contro gli ascessi. «Memoria stomatologica», mi inventai. O, piú probabilmente, un intreccio irriflesso tra competenze fonatorie e desiderio di regresso. Quando mi era accaduto di pronunciare a quel modo, lingua contro gengiva, senza lo scudo dentario? «Prima della dentizione», dissi a Mara. Ora la lingua, all’improvviso, era tornata ad articolare dentali in un posto che a quello scopo non frequentavo piú da decenni.
«T, d, n», compitai ridendo.
«Bravo, – mormorò Mara, – però tieni la bocca chiusa».
Rideva a sua volta, adesso. Io intanto articolavo contro gli alveoli: zanna, azzanna, zanni.
Uscii in fretta e furia inseguito dalle raccomandazioni di Mara:
«Digli che per lavorare hai bisogno dei denti. Digli che hai un colloquio importante dopodomani. Digli che è urgente. Non startene zitto come al solito. È gente che, per guadagnare di piú, tende a moltiplicare inutilmente le sedute».
Il dentista era a pochi passi, si chiamava Gullo. Attraversai la strada ed eccomi in via Colfiorito, quieta, senza uscita, una spolverata di giovani aghi di pino verdesmeraldo sul selciato, il mormorio del traffico. Non mi facevo mettere ferri in bocca da anni e, a pochi passi dallo studio dell’odontoiatra, mi fermai incerto, con una lieve apprensione. «Fai sentire», disse mia madre all’improvviso inserendomi un dito tra i denti, ed esclamò ahi come se glielo avessi staccato. La vidi per un attimo dentro una vestaglia larga e spiegazzata di colore verde; ma non tutta: una parte del corpo – la spalla, la gamba sinistra fino all’inguine – era sgusciata via in sottoveste azzurra e oscillava, appesa al cancello di Gullo, come se stesse sul balcone ad asciugare.
Mi sedetti su un muretto dove batteva un po’ di sole scialbo e appoggiai la schiena a un reticolo rugginoso. Di mia madre mi era sempre piaciuto che non stava nei panni, non c’era veste che la contenesse, lei presto o tardi debordava. La spiavo, da piccolo, e pensavo: «Ecco, ora fa blush e si trasforma». Credevo che le metamorfosi si accompagnassero a un suono, mi resi conto che ne ero ancora convinto. Come aveva fatto il posacenere, poco meno di un’ora prima, urtando contro i denti? Dong. E mia madre, quando si accingeva a uscire dai panni, che suono emetteva? Blush. Mi ricordai il rumore delle sue forbici quando tagliava camicette sul tavolo da cucina, una cosa che faceva con naturalezza. Aveva i piedi in ciabatte sformate, le caviglie in calze slargate, il corpo in vestaglie bozzute, i capelli in un arruffo neroblu, i denti in un sorriso domestico di disponibilità, la voce dentro un dialetto che per i figli insopportabili disponeva di raffiche tipo: ciunkllòche-mmommò. Io seguivo con lo sguardo le lame che, aprendosi e chiudendosi come la bocca di un pesce, avanzavano lungo la stoffa e intanto urtavano contro la superficie del tavolo impastando risonanze di metallo e di legno: trock trock. Era il segnale. «Da questa mamma ora spunterà un’altra mamma», pensavo. Infatti era capace di mutarsi all’improvviso, blush. Sgusciava via dalla cucina, si gettava in lavori e denari buoni per darsi altri panni, altra voce, altro sorriso, si legava d’amicizia a signore piú disinvolte, meno castigate di lei.
Una signora slava, per esempio: profuga irrequieta, che sedeva non sulla sedia ma a gambe larghe sopra il tavolo di cucina. Aveva begli occhi obliqui e parlava senza il dialetto di mia madre. Lei e un uomo olivastro – baffuto – non il legittimo consorte ma uno, mi immaginavo, che l’amava a piacimento ficcandosi sotto le sue gonne come un capo indiano sotto la tenda – portavano quel lavoro delle camicette nel nostro domicilio tutte le settimane. La signora si chiamava Tiptòp, almeno cosí era scritto sul negozio dove le camicette poi le rivendeva: nome da cavalla lievemente claudicante, suono dotato piú di magia che di senno. Era rumorosa e scomposta. Canticchiava canzoni in lingua straniera e faceva oscillare le gambe avanti e indietro sicché, mentre le forbici facevano trock trock, il tavolo a quel dondolio reagiva con ze-è ze-è. Quanti suoni ho nella testa che non sono parole e tuttavia segnalano un pulviscolo senza cifra: blush, tip-top, trock-trock, ze-è ze-è. Anche il dente contro la mattonella dove me l’ero scheggiato di proposito aveva dato un suono, ne ero certo. Ce l’avevo ben custodito da qualche parte, dong, e subito mia madre si era mutata in una dama stupefacente, ben pettinata, ben vestita, ben calzata.
«Andiamo dal dentista», aveva detto.
C’eravamo andati una mattina, per necessità. Lei aveva mal di denti, anch’io. Dopo che mi ero rotto l’incisivo, avevo cominciato a sentire certe fitte che partivano da quel dente, mi attraversavano la faccia, trafiggevano l’occhio e urtavano con forza contro la tempia. Sentiv...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le false resurrezioni
  4. Segni d’oro
  5. Eccesso di zelo
  6. Denti
  7. Postfazione 
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright