Ad agosto fa caldo anche a Livorno, che è ventosa quando pare a lei.
Alle tre del pomeriggio in via Cecconi, con trentadue gradi e il cielo coperto, c’era una cappa d’afa. In giro, solo qualche motorino vecchio e senza marmitta: ragazzini con il casco sganciato e in canottiera che vanno a fare i tuffi dagli scogli, sempre che non finiscano prima la benzina o quello che ficcano nel serbatoio.
Io al mare non ci andavo, ero davanti al cancello delle Acli, in anticipo come al solito, ad aspettare la Bianchetti per i colloqui.
La Bianchetti era una specie di balia abbastanza agghindata che era riuscita a piazzare un bel po’ di gente grazie alla sua passione per il volontariato. Una santa donna, un tantino carica di fronzoli, ma santa comunque.
Via via arrivavano un po’ di moldave, rumene, ucraine, domenicane o giú di lí. Si guardavano intorno perplesse e poi se ne andavano.
Cosí, quando la Bianchetti arrivò e aprí il portone di sinistra, eravamo rimaste in poche. Forse le piú tenaci, oppure quelle messe peggio.
All’interno del cortile, accanto a una palma polverosa, c’era un doppio ingresso, libero a destra, ma con una bella fila a sinistra.
A destra c’era scritto CERCASI, a sinistra OFFRESI.
Io stavo a sinistra, a sorbirmi la solita fila, quando dall’altra porta uscí di corsa una giovane donna in jeans e maglietta sdrucita. Ci guardò senza vederci e andò a infilarsi nell’unica macchina parcheggiata storta, e per di piú sul passo carrabile.
– Baroncini! – si mise a gracchiare qualcuno.
Mi avvicinai, ma la Bianchetti non dava cenni di voler tirare fuori la testa dai raccoglitori.
– Baroncini, ci sarebbe qualcosa per te se vai di là dalla Tania, – si decise a chiarire da dentro il cassetto.
La Tania era una peggio della Bianchetti perché voleva fare la simpatica a tutti i costi, ma quando si cerca lavoro è meglio non sentirsi fare troppi discorsi.
– Baroncini, bella, come va in famiglia?
A Livorno si usa dire «bella» a chiunque abbia meno di sessant’anni, una forma di ottimismo causata dall’abbondanza di iodio.
E come vuoi che vada, pensavo, se sono qui bene non va. Tanto per cominciare ho perso il lavoro. Poi ho quasi quarant’anni e un marito che mi parla col contagocce. Ma non lo dissi e mi limitai ad alzare le spalle, tanto la Tania aveva già capito.
– Non mi ricordo, te hai bambini? – chiese. – La scheda tua non la trovo.
Non doveva essere molto fisionomista.
– No –. Però mi sono pentita subito della risposta. Magari s’inteneriva di piú con le ragazze madri.
– Comunque ho lo sfratto, – ho aggiunto, come si fosse trattato di un familiare a carico. Mentivo, ma non del tutto.
Annuí. – Forse ho qualcosina per te che sei italiana… un caso un po’ particolare che mi è entrato proprio ora fresco fresco. Con questi bollori ci vorrebbe, eh?
Eh, ti pareva che non facesse le battute.
– Guarda, è appena andata via una signora, – continuò, e a me venne subito in mente quella specie di furia appena uscita, – che ha il padre anziano da solo, un tipo esigente da quanto ho capito, un po’ difficile.
Tanto, peggio di quello che ho sposato sarà impossibile, pensai.
– Questo signore abita da solo, ma da settembre ha bisogno di una persona che vada tutti i giorni…
– Per me va bene. E ha anche bisogno la notte? – Sarebbe stata una fortuna.
– No, di notte si organizza benissimo.
Peccato.
– Il signore, a quanto mi dice la figlia, è… – si capiva che cercava le parole. – Dice la figlia che non ci vede…
– Non vedente, quindi.
– Già, e gradirebbe qualcuno che sapesse leggere, per questo credo che tu sia adatta.
Non pareva a proprio agio, si sventolava con il disco orario cavato fuori dal borsone, e le scivolavano dal naso gli occhiali a mezzaluna del supermercato.
– Leggere so leggere, ma cosa vuole che si legga?
– Mah, non so, la figlia ha detto… qui ho proprio segnato in stampatello… che la lettura è una cosa importante per lui –. Era evidente che la faccenda si discostava dal protocollo, o comunque dal protocollo della Tania.
– Ma… – balbettai, – e tutto il resto? Intendo la casa, le faccende, la spesa e cucinare?
– Non è la cosa principale, cosí mi ha ribadito la figlia. Ad ogni modo dovete fare un periodo di prova: se cominci da subito magari fai un rodaggio e capisci anche cosa vogliono. D’altra parte, se non c’era questo particolare della lettura non avrei saputo cosa proporti, prima di te ho una sfilza di ucraine che non finisce piú.
Mi guardò per vedere come reagivo.
– Per me va bene, – risposi senza pensarci un secondo.
– Allora avviso la figlia e le do il tuo numero di cellulare, cosí vi mettete d’accordo. Non c’è tempo da perdere, questa signora ha fretta, deve partire…
Sí, doveva essere proprio quella di prima.
La Tania tirò un sospiro di sollievo. Se andava bene poteva aggiungere un fiocchetto alla bacheca di «preghiere esaudite», dove di fiocchetti ce n’erano pochi.
Erano almeno quattro mesi che aspettavo una proposta migliore del volantinaggio, mi stava venendo l’ansia.
Quando richiusi la portiera della mia vecchia Panda rimasta sotto la canicola afosa (ma parcheggiata bene), ebbi la sensazione netta che quell’alito estivo pesante facesse parte della congiura del momento. O che comunque la rappresentasse a meraviglia.
Non riuscivo a capire come avessi fatto ad arrivare a quel punto. Quando avevo perso il mio lavoro nello studio medico non mi ero preoccupata piú di tanto. Mio marito guadagnava abbastanza per entrambi, potevo stare tranquilla, e aspettare che le cose girassero meglio. O comunque cosí credevo. La verità era che il mio matrimonio stava in piedi come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti già da prima, ma io non mi ero accorta della velocità con cui perdeva i pezzi, nemmeno quando lui tornava la sera a cena e accendeva la tv a tutto volume, pur di non dover chiacchierare con me.
D’un tratto m’ero ritrovata a chiedergli i soldi per la schiacciata o per la ricarica del telefono, e da lí a fare la fila per un posto di badante il passo è breve.
Adesso però si trattava di accudire qualcuno e chissà se era stata la scelta giusta. Quell’uomo avrebbe avuto bisogno di me e la cosa, sinceramente, mi terrorizzava.
Sarei stata capace di essere i suoi occhi, di non farlo sentire un ingombro?
Intanto avevo tirato giú i finestrini a manovella della vecchia Panda, e senza pensarci andavo verso il mare. Magari sulla terrazza Mascagni si respirava un po’ meglio che in via Cecconi. Non che via Cecconi sia brutta, però non mi conciliava l’ottimismo. Almeno su viale Italia le palme sono contente di fare le palme. Belle alte, dritte e strapazzate dai venti. Poi davanti al mare le cose s’illuminano, prendono vita, hanno dei bei colori, e succede anche ai pensieri.
Ero molto preoccupata, sí, e anche poco convinta, ma una punta di vago entusiasmo si affacciava là sotto i dubbi. Era pur sempre un lavoro. L’aria di mare aveva smosso un po’ di natura morta già entrando dal finestrino, e lasciava intravedere qualcosa di luccicante.
Mollai la macchina in un buco trovato per miracolo in piazzetta Modigliani e sbirciai le sagome dei bagnanti che saltavano come ranocchie nell’acqua dei bagni Pancaldi, in controluce. Il muretto di marmo scottava. E intanto le congetture facevano groppo: chissà se mi avrebbe telefonato la figlia, chissà perché lasciava il padre da solo. Chissà se questo signore sarebbe stato insopportabile o incontentabile, o noiosissimo. Chissà dove abitava. Forse a casa sua non c’era posto per parcheggiare.
Di lí a un’ora mi suonò il cellulare.
– È lei Maria Vittoria Baroncini? Ho avuto il suo numero dalla Tania delle Acli. Viene domani pomeriggio?
Detto fatto, pensai. Questa andava per le corte in tutti i sensi.
– Domani alle 16.30 le va bene? Via degli Ebrei 39.
Dissi di sí, e lei riagganciò, ancora prima di aver finito la frase «Allora l’aspetto».
Pensai che è come quando stai sulla battigia col mare mosso e arriva l’ondata lunga. Ti tira giú quel tanto che basta per riempirti di sabbia. Comunque è sabbia. Solo sabbia.
Il giorno dopo era venuto il libeccio, quello che porta via la cappa d’umido, e dài dài sposta le nuvole. Io mi ero svegliata all’alba dopo quattro ore di sonno, frastornata dal vento che sibilava forte e inchiodata ai miei crucci.
Erano mesi che capitava. Appena aprivo gli occhi la mente andava lí, a una ferita. Non era solo delusione e incertezza sul da farsi, era amor proprio. Quella mattina però, anche se mi ritrovai da sola nel letto come succedeva da tempo, decisi di non ricamarci.
Col libeccio che soffiava, e il cane della suocera da portar fuori, non avevo tempo per il risentimento.
Arrivai al numero 39 di via degli Ebrei in anticipo, per avere il tempo di parcheggiare. Non era per niente facile trovare un buco, e feci un bel numero di giri dell’isolato, abbastanza per rendermi conto che il Fabbricotti era un quartiere tranquillo e molto residenziale, con due o tre bar, qualche tabaccaio e alcune botteghe fornite poco di tutto.
Non lo bazzicavo spesso, pe...