I giorni seguenti furono interminabili. Seguendo i consigli di Mrs Ashton, prima di lasciare il palazzo, avevo chiesto ad Annelien di poterla rivedere.
– Verreste con me a visitare Venezia?
Mi ero persino stupito di averlo fatto con tanta spontaneità. E alla mia richiesta cosí franca e sincera, Annelien aveva risposto con altrettanta franchezza.
– Oh, certamente, non chiederei niente di meglio.
– Allora potremmo incontrarci domenica mattina.
– Dove?
– In piazza San Marco, sotto la Torre dei Mori. Alle dieci.
E cosí, ora che il tempo sembrava gettare sabbia nei propri ingranaggi, mi pentivo di non aver anticipato la data del nostro incontro. Mi rimproveravo di aver procurato a entrambi un’inutile attesa. Avrei potuto dire «domani», e invece chissà perché avevo rimandato l’appuntamento a domenica. Ed era solo venerdí.
In quei giorni mi presi particolarmente cura del mio aspetto. Andai dal barbiere per farmi regolare i capelli e accorciare gli ispidi baffi rossicci. Acquistai delle camicie, un cappello di paglia, una canna da passeggio e anche alcune cravatte, passando poi delle ore davanti allo specchio per scegliere quella che meglio si intonava all’abito che avrei indossato all’appuntamento. Per il resto trascorsi gran parte del tempo chiuso nella mia stanza a leggere, o meglio, a seguire i miei pensieri tra le righe di un libro. Continuavo a chiedermi se il mio aspetto fosse del tutto consono a quello di un giovane scrittore americano. Solo la mattina – per dare modo alle cameriere di riordinare la stanza –, e qualche volta la sera dopo cena, mi concedevo una breve passeggiata. Di solito percorrevo il perimetro di piazza San Marco, e una volta entrai anche nella basilica, a un’ora del tardo pomeriggio in cui era insolitamente vuota. Sedetti accanto all’uscita e cominciai a pianificare il percorso che avrei fatto fare ad Annelien, esulando dai soliti itinerari suggeriti dalla guida Murray. Nel compito di cicerone affidatomi da Mrs Ashton, avrei voluto mostrare ad Annelien solo le cose piú belle, tenendola lontana dalla miseria di certi quartieri e distraendola dai loschi figuri che, nonostante le ordinanze municipali, sostavano in prossimità dei luoghi di culto. E la domenica sarebbe stato il momento ideale, poiché nelle giornate di festa, le famiglie piú abbienti scendevano in piazza in tutta la loro opulenza, respingendo nei loro tetri recessi gli appartenenti alla corte dei miracoli.
Il silenzio e la solennità di quel luogo mi indussero a riflettere sulla mia vita. Di certo la mia età anagrafica non coincideva con quella artistica. Avevo da poco superato la trentina, ma ero ben lontano dal poter vivere dei proventi della mia arte, atteggiandomi a professionista della penna quando in realtà ciò che avevo guadagnato in quei dieci anni – il tempo che mi ero prefissato per dimostrare la validità della mia scelta – equivaleva allo stipendio dell’ultimo scrivano di Mr Scrooge. Del resto, il mio difetto era quello di mirare piú alla gloria che al denaro, due elementi che, come l’acqua e l’olio, mal si combinano; per quanto neppure dal versante della critica spirasse aria favorevole, e a questo proposito, a causa della mia inveterata fissazione di volermi ingraziare il plauso dei salotti borghesi, una mia commedia, andata in scena a New York qualche mese prima, era stata non solo fischiata dal pubblico, ma anche stroncata impietosamente dai critici. A teatro, si sa, il polso del gradimento è piú che palpabile, e i prodromi di un insuccesso si possono leggere sul volto degli spettatori fin dalle prime battute. Ormai il tempo stava per scadere e la pubblicazione di quest’ultimo romanzo rappresentava il banco di prova dal quale dipendeva il mio futuro. Perciò ero partito per l’Italia ancor prima di averlo dato alle stampe. Avevo scelto questa splendida terra per sentirmi in intima comunanza con la sua arte. Era un atto di mimetismo, come l’indossare la cravatta con lo stemma di un prestigioso circolo esclusivo – cosí infatti immaginavo dovesse essere il mondo letterario – prima ancora di aver avuto riscontro alla domanda di ammissione. Ma sotto sotto si nascondeva dell’altro: la mia era stata anche una fuga per non dover assistere, laddove si fosse verificato, all’insuccesso del mio romanzo. Era l’ultima carta da giocare. Se avessi fallito, sarei dovuto rientrare nella ditta di mio padre, a ragionare non di sogni, ma di conteggi e bilanci.
Intanto le luci si erano spente e il sagrestano stava smorzando ad uno ad uno i ceri dell’altare maggiore. Avevo la sensazione di essere del tutto solo. Ma dopo che la mia vista si fu abituata alla penombra, cominciai a intravedere delle persone dimesse aggirarsi tra gli altari laterali. Quella era l’ora in cui, in un generoso gesto di accoglienza della curia, il portone della basilica veniva lasciato aperto ai reietti: tagliaborse, ruffiani e furfanti di ogni sorta. Erano quei fedeli che entrano nelle chiese quando sono vuote, che non partecipano alle funzioni religiose, che evitano la navata centrale e camminano a testa bassa rasenti il muro – non per devozione o umiltà, ma si direbbe per paura di essere riconosciuti. Essi si recano presso qualche nicchia nascosta a portare un breve saluto o per chiedere una grazia a un santo cui sono devoti. Vi restano per pochi minuti, raccolti in preghiera, e poi escono furtivamente cosí come sono entrati. Sono gli emarginati della fede, forse neppure credenti – o non del tutto credenti –, forse scomunicati dal Santo Uffizio, ma non dal santo patrono di Venezia, che rivolge anche a loro l’invito a partecipare, seppure a festa finita, alla mensa divina. Mi chiesi a quel punto se non fossi anch’io a perorare una grazia. Ma qual era il santo patrono degli scrittori? Se mai ce ne fosse uno disposto ad accollarsi il compito di proteggere questa terribile razza.
Quando finalmente arrivò il momento tanto atteso, mi ritrovai a far la ronda sotto la Torre dei Mori, emozionato come un adolescente al primo appuntamento. Ero giunto sul luogo con tanto anticipo che, nel vederla arrivare al rintocco delle dieci, la sua puntualità mi parve quasi un imperdonabile ritardo.
Indossava un abito di seta azzurra, dal taglio semplice, con le maniche a sbuffo; e sui capelli raccolti portava una paglietta ornata di fiori di campo. Notando il mio nervosismo, si preoccupò.
– È da molto che aspettate? Non avevamo detto alle dieci?
Le rivolsi un sorriso rassicurante: – Non temete. Siete la puntualità fatta persona.
C’incamminammo fianco a fianco, senza piú parlare. Il nostro prolungato silenzio suonava naturale, assomigliava in qualche modo a un bisbiglio interiore, a un intrecciarsi di pensieri, di domande e risposte inespresse, una condizione simile a un dialogo segreto, fatto piú di sguardi e di sorrisi d’intesa che di parole. Sicuramente Mrs Ashton le aveva parlato di me come di un conoscitore d’arte, e non volendo deludere la giovane, mi ero preparato al mio compito mandando a memoria date e avvenimenti storici da sciorinare all’occorrenza. Ma a stare con lei anche solo per pochi minuti, già mi sentivo liberato da ogni timore, sollevato da ogni responsabilità; cominciavo a vedere le cose con occhi diversi, come se grazie alla sua presenza la vista mi si fosse schiarita, e cosí anche i sensi e l’intelletto. La sua vicinanza mi riportava indietro nel tempo, a quand’ero bambino, al vibrare dell’aria in certi afosi pomeriggi d’estate, a quell’indescrivibile empito di gioia che provavo nel sentire la vita scorrermi nelle vene. Di sicuro non avrei dovuto farle né da guida né da maestro; semmai sarei stato io stesso a dover scoprire qualcosa che ancora non conoscevo.
Fui io a rompere il silenzio, non appena giunti al centro di piazza San Marco.
– Avete già trovato una sistemazione?
– Sí. Mrs Ashton è stata molto gentile con me. Credo che non avrei potuto trovare un’abitazione migliore, qui a Venezia.
– Mrs Ashton mi ha detto che amate l’arte.
– Oh, vi ha detto questo? È vero, amo l’arte. Moltissimo.
– E che siete un’artista.
A queste parole Annelien fu sfiorata da una tenue vampata al viso.
– Sono solo agli inizi, o meglio, sono solo attratta dall’arte, ma non credo che riuscirò mai a diventare un’artista. Mi diletto a scrivere, e faccio qualche disegno. Ecco, guardate voi stesso…
Cosí dicendo trasse dalla borsetta un taccuino e me lo consegnò perché lo sfogliassi. Tra i vari schizzi e disegni a matita, eseguiti nei dettagli con ammirevole precisione, faceva spicco anche il campanile di San Marco, ripreso però da una visuale insolita.
– Da dove l’avete ritratto? – chiesi.
– Dalla finestra della mia abitazione.
– A quanto pare, dal vostro alloggio godete di uno splendido affaccio.
– Non posso negarlo. È un luogo incantevole. Un palazzetto del Cinquecento. Vi sono degli affreschi nella mia camera da letto, e c’è un soffitto a cassettoni tutti dipinti a fiorami. La mattina, quando mi sveglio, mi chiedo piú volte se mi trovo nel diciannovesimo secolo o se, per qualche sortilegio, non sia tornata nel Rinascimento.
– Venezia è il luogo ideale per una persona sensibile alla bellezza, come lo siete voi.
Lei annuí, visibilmente lusingata, ma subito dopo sembrò tornare sui suoi passi: – Credo, però, che vivere in mezzo a una tale profusione di bellezza renda quasi del tutto inutili i nostri sforzi, che li vanifichi.
– Che cosa intendete dire?
– Che non possiamo reggere il paragone. È come se ci rendessimo conto che ogni cosa è già stata fatto, ogni forma di bellezza già espressa.
– Forse avete ragione, – convenni, – e tuttavia dovremmo ugualmente sforzarci di trovarla. La ricerca della bellezza è già di per sé una grande impresa.
– Ho sentito quello che avete detto l’altro giorno a tavola. Quindi, voi siete convinto che il compito dell’artista sia quello di ricercare la bellezza?
– Sí, lo credo fermamente, ma credo anche che la bellezza, nella sua essenza, sia qualcosa di insostenibile dalla mente umana, che può percepirla solo di riflesso.
Annelien si era fatta subito attenta. – Continuate, mi interessa molto il vostro pensiero.
Dovetti raccogliere le idee. La mia era un’intuizione, e come tutte le vaghe intuizioni non si prestava a essere spiegata in poche parole.
– Nelle Sacre Scritture si parla spesso del volto divino la cui vista è insostenibile. Anche la bellezza può mostrarci il suo aspetto terribile.
– Questo è dunque il pericolo che corrono gli artisti? Quello di venire folgorati e di smarrire il lume della ragione? È questo che intendete dire?
Annuii. La sua espressione mi inteneriva, sembrava una bambina tutta intenta nell’ascolto di una favola paurosa.
Prendemmo posto a uno dei tavoli all’aperto. Dopo che tutti gli artisti di passaggio a Venezia avevano reso omaggio al Quadri, per me era impensabile sedere altrove.
Intanto riprendevo in esame il mio romanzo appena dato alle stampe: aveva forse qualcosa a che vedere con l’arte e la bellezza? Ero io tra i rari eletti, o appartenevo alla moltitudine di coloro che peccano di presunzione?
Probabilmente questo cruccio me lo si leggeva in faccia, perché Annelien sembrò volermi distrarre:
– Non struggetevi per nulla, – disse. – Forse il mondo dell’arte non è poi cosí terribile come lo immaginate voi. Forse è piú terribile il mondo reale.
Questa frase, espressa da una donna tanto giovane e piena di vita, era carica di significato.
– Di certo, – continuò Annelien, – io non mi innamorerei mai di un artista –. Ma poi, notando il mio sconcerto, subito si corresse: – Almeno non di un artista simile a quelli che mi avete appena descritto. Forse voi sorriderete a quanto sto per dirvi, ma la mia concezione dell’arte, rispetto alla vostra, è piú provinciale, addirittura casalinga, se volete. Non schernitemi, vi prego, ma la bellezza per me è quella che si riscontra nella natura, nel volto di un bambino, o in un bel tramonto: qualcosa di cui poter gioire. E nell’arte non ci trovo nulla di terrificante, l’arte per me è solo consolazione, un rifugio dalle intemperie della vita. Voi intessete meravigliosi arazzi, io mi accontento di eseguire un bel ricamo.
Avevo ancora in mano il taccuino con i suoi bozzetti.
– Non direi, a giudicare da come disegnate –. E nel mentre sfogliavo le pagine del suo album, mi soffermai su uno schizzo, tratteggiato a matita, in cui riconobbi me stesso mentre camminavo al suo fianco lungo la spiaggia del Lido. Eravamo tutti e due di spalle, ma ben distinguibili: lei con il vestito bianco e l’ombrellino di seta, io con il mio blazer e la paglietta. Nella pagina a fronte c’erano alcuni versi, a quanto pare ...