
- 140 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Confidenza
Informazioni su questo libro
Pietro vive con Teresa un amore tempestoso. Dopo l'ennesimo litigio, a lei viene un'idea: raccontami qualcosa che non hai mai detto a nessuno - gli propone -, raccontami la cosa di cui ti vergogni di piú, e io farò altrettanto. Cosí rimarremo uniti per sempre. Si lasceranno, naturalmente, poco dopo. Ma una relazione finita è spesso la miccia per quella successiva, soprattutto per chi ha bisogno di conferme. Cosí, quando Pietro incontra Nadia, s'innamora all'istante della sua ritrosia, della sua morbidezza dopo tanti spigoli. Pochi giorni prima delle nozze, però, Teresa magicamente ricompare. E con lei l'ombra di quello che si sono confessati a vicenda, quasi un avvertimento: «Attento a te». Da quel momento in poi la confidenza che si sono scambiati lo seguirà minacciosa: la buona volontà poggia sulla cattiva coscienza, e Pietro non potrà mai piú dimenticarlo. Anche perché Teresa si riaffaccia sempre, puntualmente, davanti a ogni bivio esistenziale. O è lui che continua a cercarla? Dopo il successo internazionale di Lacci e Scherzetto, Domenico Starnone aggiunge una pagina potente al suo lavoro di scavo sull'ambivalenza delle persone e delle relazioni. Con uno sguardo insieme complice e distaccato, e la leggerezza lancinante che possiedono soltanto le grandi narrazioni, ci racconta di un uomo inadeguato a se stesso e alle proprie ambizioni. Ma in realtà ci racconta di noi, di quanto sismico sia il terreno su cui si regge la costruzione della nostra identità.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Confidenza di Domenico Starnone in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788806243562eBook ISBN
9788858432563Primo racconto
1.
L’amore, che dire, se ne parla tanto, ma non credo di aver usato spesso la parola, ho l’impressione, anzi, di non essermene servito mai, anche se ho amato, certo che ho amato, ho amato fino a perdere la testa e i sentimenti. L’amore come l’ho conosciuto io, infatti, è una lava di vita grezza che brucia vita fine, un’eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l’eccezione e la regola. Resta solo una smania che torce e distorce, un’ossessione senza rimedio: lei dov’è, dove non è, cosa pensa, cosa fa, cosa ha detto, qual era il significato vero di quella frase, cosa mi sta tacendo, e se è stata bene come sono stato bene io, e se seguita a stare bene ora che sono lontano, o se invece la mia assenza la debilita come la sua fa con me, annichilendomi, togliendomi tutta l’energia che invece genera la sua presenza, cosa sono senza di lei, un orologio fermo all’angolo di una strada trafficata, ah la sua voce invece, ah starle accanto, accorciare le distanze, azzerarle, cancellare chilometri, metri, centimetri, millimetri, e fondermi, confondermi, smettere di essere io, anzi già mi sembra di non esserlo mai stato se non in lei, nel piacere di lei, e questo mi rende orgoglioso, mi fa allegro, e mi deprime, mi intristisce, e di nuovo mi riaccende, mi elettrizza, quanto le voglio bene, sí, ciò che voglio è soltanto il suo bene, sempre, qualunque cosa accada, anche se si sottrae, anche se ama altri, anche se mi umilia, anche se mi svuota di tutto, persino della capacità di volerle bene. Che cose assurde possono accadere nella testa, volere il bene senza riuscire piú a voler bene, volere il male pur seguitando a voler bene. A me è successo, perciò ho scansato la parola il piú possibile, non so che farci con l’amor serafico, l’amore confortevole, l’amore che scampanella, l’amore che purifica, l’amor patetico: è per estraneità che l’ho usata cosí poco nel corso della mia lunga vita. Ne ho usate invece molte altre – smania, furia, languore, smarrimento, necessità, urgenza, desiderio –, troppe temo, pesco in cinquemila anni di scrittura e potrei tirare avanti chissà per quanto. Ma adesso mi preme passare a Teresa, è lei che s’è sempre rifiutata di stare dentro quella combinazione di cinque lettere e tuttavia ne ha pretese, e ne pretende ancora, mille e mille altre.
Di Teresa ero invaghito già quando sedeva in un banco accanto alla finestra ed era una delle mie allieve piú vivaci. Ma me ne resi conto solo quando, diplomata ormai da un anno, mi telefonò, venne ad aspettarmi sotto scuola, mi raccontò la sua turbolenta vita universitaria passeggiando in una bella giornata d’autunno e all’improvviso mi baciò. Fu quel bacio a dare formalmente inizio al nostro rapporto, che durò in complesso circa tre anni tra esigenze mai davvero soddisfatte di reciproco assoluto possesso e tensioni che finivano in insulti, pianti e morsi. Mi ricordo una sera in casa di conoscenti, eravamo sette o otto persone. Sedevo accanto a una ragazza originaria di Arles che era a Roma da qualche mese e aveva un modo cosí seducente di scombinare l’italiano, che avrei voluto ascoltare soltanto la sua voce. Invece chiacchieravano tutti e soprattutto Teresa, che diceva al suo solito modo generoso cose molto intelligenti con estrema precisione. Io, devo ammettere, da qualche mese avevo cominciato a provare fastidio per quel suo voler essere sempre al centro alzando il livello anche della chiacchiera piú frivola, perciò tendevo spesso a interromperla con qualche ironia, ma lei mi fulminava con lo sguardo e diceva: scusa, sto parlando io. In quella occasione forse lo feci una volta piú del sopportabile, mi piaceva la ragazza di Arles e volevo piacerle. Teresa allora mi si rivolse furibonda, afferrò il coltello del pane e gridò: provati a tagliarmi di nuovo le parole in bocca e ti taglio la lingua e qualcos’altro. Ci affrontammo in pubblico come se fossimo soli, e oggi penso che lo fossimo davvero, tanto eravamo assorbiti l’uno dall’altra nel bene e nel male. C’erano sí i nostri conoscenti, c’era la ragazza di Arles, ma si trattava di figure inessenziali, contava il nostro continuo volerci e respingerci. Era come se ci piacessimo senza misura solo per poter appurare che ci detestavamo. O viceversa.
Non mancavano naturalmente i periodi felici e ragionavamo di tutto, scherzavamo, io le facevo il solletico fino a che, per farmi smettere, lei non mi dava lunghissimi baci. Ma non durava, eravamo noi stessi i perturbatori della nostra convivenza. Sembravamo convinti che la violenza con cui mettevamo continuamente disordine tra noi ci avrebbe trasformati alla fine nella coppia giusta, ma quella meta, invece che avvicinarsi, si allontanava. La volta che scoprii, proprio grazie a un pettegolezzo della ragazza di Arles, che Teresa s’era mostrata in atteggiamenti fin troppo intimi con un noto macilento accademico scartellato, i denti guasti, gli occhi malati, le dita a zampa di ragno con cui strimpellava il piano per studentesse adoranti, mi prese una tale ripugnanza di lei che tornai a casa e senza spiegazioni l’afferrai per i capelli, la trascinai in bagno, volevo lavarla io stesso in ogni millimetro del corpo con il sapone di Marsiglia. Non gridavo, le parlavo con la solita ironia, dicevo: io sono di ampie vedute, fa’ quello che ti pare, ma non con uno cosí disgustoso. E lei si divincolava, scalciava, mi tirava schiaffi, mi graffiava, gridava ecco cosa sei veramente, vergogna, vergogna.
Litigammo, quella volta, in un modo che pareva finita, non si poteva tornare indietro dopo le cose che ci eravamo rinfacciati. Tuttavia anche in quell’occasione riuscimmo a riconciliarci. Ce ne stemmo abbracciati fino all’alba, ridendo della ragazza di Arles, del pianista e docente di citologia. Ma adesso eravamo spaventati per come avevamo rischiato di perderci. E fu quello spavento, credo, a spingerci subito dopo a cercare un modo che fissasse per sempre la nostra reciproca dipendenza.
Teresa avanzò con cautela una proposta, disse: facciamo che io ti racconto un mio segreto cosí orribile che nemmeno tra me e me ho mai provato a raccontarmelo, e tu però me ne devi confidare uno equivalente, qualcosa che se si sapesse ti distruggerebbe per sempre. Mi sorrise come se mi stesse invitando a un gioco, ma mi sembrò sotto sotto in gran tensione. L’ansia prese subito anche me, mi stupí, mi preoccupò che lei, a ventitre anni, potesse avere davvero un segreto cosí indicibile. Io, che ne avevo trentatre, ce l’avevo, e si trattava di una storia tanto imbarazzante che soltanto a pensarci arrossivo, mi fissavo la punta delle scarpe, aspettavo che il turbamento passasse. Ci girammo un po’ intorno, questionando su chi si confidava per primo.
– Prima tu, – disse lei, e il tono era quello ironicamente imperioso che usava quando traboccava d’affetto.
– No, prima tu, devo valutare se il tuo segreto è orribile quanto il mio.
– E perché io mi devo fidare e tu no?
– Perché conosco il mio segreto e mi pare impossibile che tu ne abbia uno cosí inconfessabile.
Alla fine, tira e molla, cedette, indispettita soprattutto – ritengo – dal fatto che non la considerassi capace di azioni innominabili. La lasciai parlare senza mai interrompere e alla fine non riuscii a trovare una parola adeguata di commento.
– Be’?
– È brutto.
– Te l’avevo detto, ora tocca a te. E se mi racconti una sciocchezza, me ne vado e non mi vedi piú.
Mi confidai, prima in modo frammentario, poi in modo sempre piú articolato, non volevo smettere di parlare, fu lei che disse basta. Tirai un lungo sospiro, dissi:
– Ora sai di me ciò che non ha mai saputo nessuno.
– Anche tu di me.
– Non possiamo lasciarci piú, siamo davvero l’uno nelle mani dell’altra.
– Sí.
– Non sei contenta?
– Sí.
– È stata un’idea tua.
– Certo.
– Ti voglio bene.
– Anch’io.
– Ma io tanto.
– Io tantissimo.
Pochi giorni dopo, senza litigare, anzi con un formulario cortese che non avevamo mai usato tra noi, ci dicemmo che la nostra relazione era ormai esaurita e di comune accordo ci lasciammo.
2.
In principio mi sentii sollevato. Teresa, a conti fatti, era una ragazza insubordinata e rissosa, ogni mia frase generava un’obiezione, ogni mia debolezza una battuta sarcastica. Senza contare che si accapigliava non solo con me ma con tutti, bottegai, impiegati delle poste, vigili urbani, poliziotti, vicini di casa, amici a cui tenevo. A ogni occasione di scontro intensificava una risatella che sembrava di allegria e invece era di rabbia, un suono di gola che scandiva frasi zeppe di insulti come una cesura. Almeno un paio di volte ero venuto alle mani con gentaglia che si era dimenticata di avere a che fare con una ragazza. Ma poi passarono i giorni, passarono le settimane, si accumularono mesi di vagabondaggio inconcludente, e il sollievo si attenuò, cominciai a sentire la sua mancanza. O meglio avvertii che lo spazio disegnato da lei nella monocamera in cui avevamo abitato, o quello accanto a me per strada, al cinema, dovunque, era vuoto, era grigio. Che guaio, mi disse una volta un mio amico, innamorarsi di una donna che sotto tutti gli aspetti è piú viva di noi. Il mio amico aveva ragione: sebbene io non fossi smorto, in Teresa c’era forza vitale in eccesso e quando traboccava nessun argine la poteva trattenere. Questo era bello e mi dava nostalgia, ogni tanto desideravo rivederla. Ma proprio quando mi stavo convincendo che a farle una telefonata non c’era niente di male, mi imbattei in Nadia.
Con Nadia non voglio tirarla troppo per le lunghe: era schiva, molto contenuta persino quando diceva buongiorno, gentilissima, il contrario di Teresa. La conobbi a scuola, era laureata in matematica, coltivava ambizioni accademiche ed era al suo primo incarico. In principio non le feci caso, era lontanissima dal tipo di donna che mi attraeva, non sembrava affatto inserita nei tempi di audacie politiche, letterarie, erotiche in cui mi ero sentito immerso prima, durante e dopo la relazione con Teresa. Tuttavia qualcosa in lei – difficile dire cosa, il rossore forse che non sapeva ricacciare indietro – settimana dietro settimana mi piacque sempre piú e presi a girarle intorno. Pensai probabilmente che avrei potuto corazzarla contro quella tendenza ad arrossire insegnandole a varcare il limite in ogni ambito della sua vita, a parole e forse persino nei fatti. A Teresa non avevo mai insegnato niente, pur avendo lei dieci anni meno di me, pur essendo stata mia alunna in quello stesso liceo dove ancora insegnavo. E questo mi aveva a volte amareggiato, pareva nata imparata, mentre Nadia era chiusa in un cerchio di piccolissimo diametro oltre il quale non si era mai azzardata.
Cominciai prima con frasi di cortesia, poi assunsi un tono scherzoso, infine durante la ricreazione la invitai a prendere un caffè. A caffè seguí caffè, diventò un’abitudine, mi accorsi che lei ci teneva piú di me. Cosí un giorno aspettai per un paio d’ore che finisse col suo lavoro e le proposi di pranzare insieme in una trattoria a pochi metri dalla scuola. Non accettò, aveva un impegno, scoprii in quell’occasione che era fidanzata e che si sarebbe sposata l’autunno seguente. Le raccontai, dal canto mio, di quanto avevo amato una donna con cui mi sarebbe piaciuto passare tutta la vita, ma le cose si erano messe male, era finita, e tuttavia ancora soffrivo. Poiché si interessò molto alla mia sofferenza, lasciai passare una settimana, tornai a invitarla e questa volta accettò. Ricordo che durante il pranzo rise per qualsiasi cosa dicessi, era nervosamente allegra. Mentre aspettavamo il secondo, poggiai la mano sul tavolo a pochi millimetri dalla sua.
– Posso baciarti il palmo? – le chiesi sfiorandole col mignolo il mignolo lí sulla tovaglia bianca, accanto al bicchiere colmo di vino.
– Che dici, perché, – esclamò sottraendo la mano cosí bruscamente che il bicchiere si sarebbe rovesciato se non l’avessi afferrato con una prontezza di riflessi che non mi sospettavo. Risposi:
– Perché m’è venuto questo desiderio.
– Te lo dovevi tenere per te, è una sciocchezza, non si dicono tutti i desideri.
– Ci sono sciocchezze che sono bellissime sia a dirle che a farle.
– Le sciocchezze sono e restano sempre sciocchezze.
Una frase definitiva, ma pronunciata con dolcezza: sapeva essere gentile anche nei rimproveri. Dopo voleva andarsene a casa in autobus, ma io mi offrii di accompagnarla con la mia R4 assai malconcia. Accettò, e appena fummo seduti l’uno accanto all’altra tornai a cercarle la mano con decisione. Lei questa volta non si sottrasse, forse soprattutto per lo stupore, e io le feci ruotare delicatamente il polso, mi portai il palmo alle labbra, ma invece di baciarglielo glielo leccai. La guardai, poi, mi aspettavo che protestasse disgustata e invece le trovai sul viso un sorriso appena accennato.
– L’ho fatto per gioco, – mi giustificai, all’improvviso a disagio.
– Certo.
– Ti è piaciuto?
– Sí.
– Però ti pare una sciocchezza.
– Sí.
– E allora?
– Fammelo ancora.
Le leccai il palmo di nuovo, poi provai a baciarla, ma mi respinse. Disse a voce bassa che non poteva, si sentiva in colpa col fidanzato, erano sei anni che stavano felicemente insieme. Quindi passò a parlarmi diffusamente di lui, era stato da ragazzo una promessa della pallacanestro, poi aveva preferito lo studio allo sport e adesso era un giovane chimico che già lavorava in un’industria importante con uno stipendio molto buono. Quell’ultima informazione non la gradii, mi sembrò sottolineare per contrasto che io ero solo un insegnante di lettere di scuola superiore e non avevo il diritto di riempirle la testa di chiacchiere che rischiavano di trascinarla per una via di smarrimento. Insistetti a baciarla e poiché mi girò ancora la faccia esclamai:
– È solo un bacio, che ti costa?
– Un bacio è un bacio.
– Ti passo solo la punta della lingua sugli incisivi.
– No.
– Allora facciamo che ti sfioro appena appena le labbra.
– Lasciami stare.
– Che c’è di male in uno scambio affettuoso?
– C’è di male che non voglio ferire Carlo.
Carlo era il chimico brillante che amava da anni. Disse che gli era sempre stata fedele e non aveva intenzione di buttare via per me un rapporto solido. Protestai:
– Basta un bacio a ferirlo? Crede di essere il proprietario della tua bocca e della tua lingua?
– Non è questione di proprietà ma di umiliazione. Se tu avessi una fidanzata, quella non si sentirebbe umiliata?
– Se ce l’avessi e si sentisse umiliata, la lascerei subito. Dov’è l’umiliazione?
Ci pensò su, sussurrò:
– Un bacio è il riassunto del coito.
– Cioè se ci baciamo, scopiamo?
– Simbolicamente sí.
– Mi pare eccessivo. E comunque un coito simbolico non fa male a nessuno. Se Carlo è cosí vulnerabile, basta non dirglielo.
– Mi stai suggerendo di mentirgli?
– La menzogna è la salvezza dell’umanità.
– Non mento mai.
– Allora gli devi dire che ti ho leccato il palmo.
– Perché?
– Perché in principio no, ma dopo ci ho messo un’intenzione simbolica.
Avvampò, mi fissò disorientata e io ne approfittai per baciarla leggermente sulla bocca. Poiché non si sottrasse, le presi il labbro inferiore tra le labbra, glielo tenni qualche secondo e poi lo lasciai per scivolare in lei con la punta della lingua. Stavo per ritrarmi e verificare l’effetto di quel brevissimo sondaggio, quando fu Nadia ad affondare decisamente nella mia bocca la lingua, che era viva e levigata e calda. Adesso già mi passava le braccia intorno al collo, le labbra aderivano premendo con forza, le lingue frugavano in ogni angolo del cavo orale cercandosi. Quando si staccò da me – lo fece gettando indietro la testa come per schivare un pugno –, le vidi un altro viso, i lineamenti si erano ammorbiditi, lo sguardo era di sfida e, insieme, come se si fosse svegliata in quel momento e cercasse di uscire da un torpore che l’aveva vinta. Cercai di tirarla di nuovo contro di me ma resistette. Dissi: ancora, per favore, e non volle. Misi in moto...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Confidenza
- Primo racconto
- Secondo racconto
- Terzo racconto
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright