Devo sbrigarmi a scrivere questo libro: ho poche ore di autonomia. Questo è un libro di viaggio del quale mi devo sbarazzare. Sono innamorata di un uomo e gli ho chiesto di accompagnarmi. Ho inventato il modo di fare un viaggio solo per stare con lui dall’altra parte dell’oceano e del mondo. Vedere l’acqua che gira nel lavandino dopo che lui si è fatto la barba, ma che gira al contrario di quando siamo a casa, ognuno nella sua casa, malati di tossico indipendenza, senza forza alcuna di mettere le nostre vite insieme.
È stato un errore, una pazzia, scegliere di scrivere un libro per amore, e adesso mi tocca mettercelo tutto questo amore dentro. Cosí quello che state per leggere, miei veri compagni di avventura, è un libro di viaggio e di amore. E perdonatemi se sembrano la stessa cosa.
Ho aspettato giorni e giorni di prendere l’aereo.
Quando siamo entrati nella fusoliera e ho visto che il pessimo aeromobile Iberia aveva solo due posti sui lati, e quattro nella fila di centro, ma solo due posticini intimi sui lati, ho invocato il dio degli aerei e delle combinazioni numeriche che si alleassero e ci facessero sedere lí.
Cosí è stato, cosí è cominciata che io ho potuto, senza che sembrasse strano, poggiargli la testa sulla spalla e sentire il suo odore. All’inizio l’ho respirato con gli occhi chiusi, perché mi rassicurava. Non ho paura che cadano gli aerei, ho paura di perdere Michele.
Ma finché è qui, su questo sediolino al mio fianco, intrappolato a quarantamila miglia dalla superficie della Terra, meno sessanta gradi fuori e otto ore all’arrivo, un orribile monitor che ci disegna in aria: «Siamo noi» gli dico con l’indice teso sul sedile anteriore. Lui sorride, ma io so riconoscere un sorriso innamorato da un sorriso che finge di essere innamorato.
Ma va bene cosí, inutile pensarci adesso.
Dietro di noi c’è questa coppia che parla, bevo un po’ di tinto, mi ringalluzzisco, divento allegra. Gli ormoni tornano a girarmi nelle vene, mi eccito, mi tiro la copertina addosso per toccargli i pantaloni. Lui lascia fare, ma io so distinguere un uomo che vuole fare da un uomo che lascia fare.
Ma va bene cosí, va bene, inutile pensarci ora: il viaggio deve ancora cominciare, in fondo.
Eppure li invidio, questi vecchi dietro di me, li invidio con tutte le mie forze, loro viaggiano veramente insieme. Se due vecchi viaggiano, e sono un maschio e una femmina, e hanno un anello al dito, allora viaggiano insieme.
Io e Michele non abbiamo un anello al dito, io vorrei avercelo ma non glielo dico. Mi sono appesa al collo un orecchino che ho comprato con lui ad Alassio: un paio, uno per il suo lobo destro, e io, che non ho buchi alle orecchie, ho appeso l’altro al collo. Non l’avevo mai fatto per nessuno, è un simbolo, lo so. Ho smesso di averne paura, ora vorrei solo simboli, e la fede all’anulare, che manco per il mio unico marito ho messa.
Questi due vecchi ce l’hanno. Sul finire del volo ci danno da parlare. Ci prendono in giro sul presidente del Consiglio e sul malcostume. Sono stati italiani anche loro, si sente, ma l’hanno dimenticato, e adesso, da un cielo che ha costellazioni diverse, possono ridere dell’Italia senza soffrirne neppure un po’.
«Si dice “piove: governo ladro. Non piove: governo ladro”. Questo si dice dell’Italia».
E poi: «Di dove siete?»
«Di Napoli».
«Ah, Maradona» fanno.
E poi si fermano e ci additano nella notte la coperta di luci sulla quale stiamo, leggeri, planando: lí sotto, siamo arrivati, amore mio, ce l’ho fatta, con la compiacenza di un Editore, a portarti a Buenos Aires.
C’è poco tempo per scrivere, devo sbrigarmi a bruciare queste fotografie, che mi riportano solo a un tempo disperato e mio. Perché se ti tenevo lí, nel taxi che ci portava all’albergo, e attraversavamo una periferia tutta uguale che degradava senza darsene importanza verso la pampa: era quello il tempo che mi interessava, quello intrappolato sul sedile di dietro dell’autista, un autista biondo ossigenato che già ci parlava in italiano, ma un italiano che non esiste piú. Gli doveva essere nato in bocca da piccolo, da un dialetto del Nord, forse Milano, ma poi s’era perduto, per le strade impossibili che aveva attraversato, testimonianza della sua corsa continua e folle, quei ricci ossigenati, e una madonna di Pompei sul cruscotto, a testa in giú.
«A testa in giú sta adesso la madonna di Pompei» dico a Michele, dico all’autista, penso a questi emisferi che non hanno molto senso, se ti rassegni a camminare sulla crosta terrestre. E il nostro autista aspetta ligio che i semafori si facciano verdi, in quest’autunno di Buenos Aires che ha l’aria della nostra stessa primavera, un’aria calda, dopo quella condizionata e fredda dell’aereo e degli aeroporti, ma comunque mia e tua, comunque mia.
«Di dove siete?» ci fa l’autista.
«Di Napoli».
«Ah, Maradona».
E noi, un po’ scettici ad aderire a quest’immagine riccioluta e ipertrofica, ma felici di essere in qualche modo riconosciuti, attraversiamo Palermo vecchia, le sue strade sconnesse dalle radici dei pioppi enormi che prevaricano su tutto.
«Guarda» gli faccio, a Michele.
«Guarda» fa lui.
E siamo entusiasti e stanchi e io penso che per giorni e giorni davanti non ci lasceremo mai, che ho scelto bene l’albergo su internet, per come scintilla nel cuore del quartiere d’infanzia di Borges, poco illuminata la strada, ma il nostro albergo no, è un ex convento e dentro quell’ex convento c’è un letto per noi, e fuori tutta quanta Buenos Aires.
Prendiamo i formulari da compilare per il check-in, e con avidità un bicchiere d’acqua, assaggiamo delle noci strane messe in un piatto sul tavolo dell’hotel.
L’albergo è coloniale, ha tre patii interni, e io dei patii sono alla ricerca, ché mi danno un senso di pulito e ombra, un senso di caldo avvolgente con mosche pigre nel quale non si ha mai nulla da fare.
Il patio potrebbe essere la salvezza.
Per Michele, uscirei su un patio immerso nella penombra e guarderei il bordo della cisterna ovale, porterei del mate, resterei tutto il pomeriggio a fare qualcosa in casa. Vederlo fumare di tanto in tanto da una finestra. Invece per Michele ho chiesto a un Editore di darmi dei soldi, molti soldi, e farmi partire, per Michele devo scrivere questo libro e onorare il mio contratto. Ma farlo presto, in queste ore, pochi giorni di tempo incessanti che mi separano dalla forza riconquistata con la quale lo lascerò. Perché non serve trascinare per il mondo un uomo a cui è bastato un letto, pochi isolati da casa tua, per ridere e farti ridere.
Non serve a molto attraversare il mondo per vederlo di nuovo ridere. Anche qui, lo sento, mi sta facendo un favore.
È cosí: io devo scrivere questo libro e piano piano strappare le fotografie. Oggi piove abbastanza per iniziare a stare male davvero, aprire questa busta verde del museo Malba, con l’ossario di quei giorni, le reliquie e le immaginette sante.
Ho un gatto, a cui piace starmi intorno mentre scrivo al computer questo libro. Adora la ventola del mio computer. E le gelatine che ricoprono le fotografie.
Gatto, lecca queste gelatine, se sono tossiche non so: le immagini che rivelano lo sono. Sono Buenos Aires e Palermo vecchia, e una donna innamorata aggrappata al braccio di un uomo che sta andando via.
Viviamo in un ex convento composto da quindici stanze. Ci sono anche tre giardini, due quadrati e uno esagonale, che costituiscono dei pozzi di luce. Le stanze vi girano intorno in modo che dal primo e dal secondo piano si vedano le stesse disposizioni, le stesse verticali. Dal fondo di ciascuno, guardando in alto, si vede un pezzo di cielo. Da questo capisco che non sono pretestuosi gli universi che ha immaginato Borges.
Ci congediamo dalla receptionist e io mi consolo: ché non è tanto carina. Ci trasciniamo verso una delle stanze con tutto il jet lag addosso, ma Michele si ferma alla sala internet, che è accogliente, ma che fretta ha di guardare le mail? Gli sto qualche passo indietro, come quando qualcuno fa un bancomat e tu ostenti di non vedere le sue operazioni. Sta aprendo facebook, sta per dire a un’altra donna, non dico un’altra come me né, tanto meno, una meglio di me. Solo a un’altra donna, che è arrivato a Buenos Aires.
Ma ce l’ho portato io qui, e il mio Editore. E io ora sono stanca. Abbozzo, vado in camera, e quando sento i suoi passi so che ci aspetta una notte insieme, che sarà una notte di sonno profondo come tutte le notti che seguono i viaggi intercontinentali, ma comunque notte insieme, nel letto matrimoniale. E nessuno potrà dire, di noi due, che ciò è «strano», o «si poteva evitare», o che è «scomodo», come ci ripetiamo ossessivamente a Napoli quelle rare volte del mese che una bevuta piú profonda o una mezz’ora di sesso ci portano ad addormentarci uno nella casa dell’altro.
È buio, è autunno che sa di primavera e ci sono un grillo o una cicala da qualche parte.
Le strade, che sono sempre maleodoranti di nafta durante il giorno, la sera, a Palermo vecchia, profumano di fiori. C’è un parcheggiatore che lascia fermare le macchine un po’ dove capita lungo i marciapiedi, e noi subito lo additiamo come un parcheggiatore abusivo: non ci stupisce, e manco ci rammarica, come quando invece dobbiamo trovare da parcheggiare quella dannata macchina verde foglia di Michele, che cosí poche ce ne sono nel mondo, e con quella lui mi ha scarrozzato parecchio quando ci si amava.
Non aveva paura di nulla, allora, lo ricordo: era il prestigiatore piú forte del mondo. Non saremmo rimasti senza benzina, né ci sarebbero esplose gomme, perché mi amava, e non c’era da dire altro. Ma una macchina cosí strana di foggia e di vernice, che in queste ore forsennate in cui devo – presto! – finire di scrivere questo libro, se scendo a prendere aria, o mi affaccio solo alla mia finestra, quando intercetto quel colore sbando tutta, il cuore mi va a pezzi. È un secondo, non di piú. Lo so che non è lui. So riconoscere una macchina che arriva da una che non verrà piú. La macchina di Michele cominciava a sorridermi dall’inizio della strada, e ora invece singhiozza controvoglia nella mia direzione: ha fretta della meta, mica del passeggero.
A Napoli i parcheggiatori abusivi ci mettono tristezza, a Buenos Aires invece no, e piano piano ci accorgiamo di quello che è questa parte vecchia della città: che non sono affatto «abusivi», ma una piccola fascia sul braccio, come se fossero i capitani di una squadra di calcio, li rende «legittimi», quasi ufficiali.
In effetti qui nulla è ufficiale, manco il presidente della Repubblica, e non perché sia invischiato, come potremmo pensar noi – quando pensiamo all’America Latina, cosí sotto gli Usa – in chissà quale traffico di armi con chissà chi. Niente colonnelli, l’Argentina ha una presidentessa che altri non è che la moglie dell’ex presidente. Una first lady eletta con i voti del marito che non convince nessuno. A chieder loro di che «colore» ella sia, ridono.
«Di una cosa siamo sicuri – ci dice un signore con i baffi, – l’Argentina è enorme, è piú forte di loro, di chiunque».
Non so dire in che lingua parliamo con gli autoctoni, ma non abbiamo mai necessità di ricorrere a qualcos’altro dall’italiano. Lo stesso quando ascoltiamo: la lingua passiva ci arriva direttamente nel senso.
«Lo capisco, io parlo lo spagnolo, sono portato per le lingue» fa Michele, e io gli dico sí, che è vero, ma con quell’inerzia che si impara dalle nonne per non sfasciare i matrimoni.
La mia vecchia nonna mi diceva che tre sono le cose che bisogna mettere a ...