L’autunno a New York. Era la combinazione spazio-temporale che Henry Weissman preferiva. La sua stagione, nella sua città, quando il cielo, spazzata via la foschia estiva, pareva creare una tonalità di azzurro completamente nuova. La luce autunnale a New York aveva qualcosa di limpido che Henry percepiva anche stando a letto, anche quando il sole cominciava a fare capolino all’orizzonte. Ripensò a un racconto di Čechov in cui lo stato mentale di un personaggio era paragonato a una casa dove venivano sostituiti i vetri a tutte le finestre vecchie, rotte, e sporche. In passato Henry aveva provato una sensazione simile, ma erano anni che il vetro non gli sembrava pulito e trasparente come in quest’autunno.
Tutto ciò spinse Henry ad alzarsi dal letto con uno slancio che non provava da settimane, ma in cuor suo sapeva in realtà che quel senso di attesa dipendeva solo dal fatto che quella sera avrebbe cenato con Costanza. L’avrebbe rivista per la prima volta dopo Firenze, per la prima volta da quando avevano fatto l’amore nella stanza di lei alla Pensione Ricci.
Negli ultimi tre mesi aveva rivissuto quella notte piú di una volta nella sua mente, rivisitandola per la sua intensità e per la sua stranezza e per convincersi che non l’aveva sognata. In vari momenti, negli ultimi tre mesi, aveva creduto che fosse stato solo un sogno, ma non questa mattina. Vedeva chiaramente lui e Costanza davanti alla porta della camera, che si baciavano. E poi sottovoce. «Henry, ho paura». «Non devi aver paura». «Forse stiamo correndo troppo. E mi è già capitato di correre troppo». «Ti è già capitato… con tuo marito?» «Non solo con lui». «Ma se c’è un sentimento, un sentimento ricambiato?» Lei teneva in mano la chiave della stanza. Si era messa a giocherellare con la rigida nappa azzurra, accarezzando e sistemando i fili della frangia. Poi aveva infilato la chiave nella toppa e aveva aperto. Erano entrati. Lei si era girata verso di lui e aveva cominciato a tremare. Ma non per il freddo, era impossibile avere freddo in quella calda e afosa serata fiorentina. «Tutto a posto?» le aveva chiesto lui, e lei aveva risposto: «Abbracciami» e lui l’aveva abbracciata. Lei tremava ancora. Avevano finito per sedersi cosí abbracciati, per poi distendersi l’uno accanto all’altra, sul letto. Lei continuava a tremare mentre lui le accarezzava i capelli e le passava una mano lungo la schiena. «Possiamo rimanere stesi cosí, – le aveva detto lui, – se è quello che preferisci». Lei aveva scosso la testa, poi si era tirata su a sedere, si era tolta la camicetta, e aveva slacciato il reggiseno. Dopo essersi rivelata a lui aveva smesso di tremare. Per qualche istante Henry l’aveva guardata e basta. Poi le aveva baciato il collo, le spalle, il petto. Lei gli aveva slacciato la cintura, gli aveva tirato giú la lampo e gli aveva infilato la mano tra le cosce. Gli aveva tirato fuori il pene e se l’era messo in bocca. L’audacia di questo gesto l’aveva turbato quanto il tremore di poco prima. Non avrebbe mai immaginato che lei si sarebbe soffermata sulla base del suo pene, leccandoglielo e inumidendoglielo con la lingua fino a farlo tremare di un piacere cosí intenso che aveva avuto paura di venirle in bocca. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe stata in grado di capire il momento giusto per fermarsi permettendo a lui di liberarsi dei pantaloni e delle mutande, mentre lei si sfilava la gonna rivelando un paio di slip sorprendentemente minuscoli. Non avrebbe mai immaginato che lei gli avrebbe preso la mano portandosela tra le gambe, ora per guidarla, ora per dargli il permesso di agire liberamente, o semplicemente per fargli vedere quanto era bagnata. Non avrebbe mai immaginato che lei avrebbe detto: «Ti voglio dentro di me» con tanta chiarezza, o che a questa dichiarazione sarebbe seguito un lungo bacio in cui lui aveva sentito… ardore. Tutta quella danza di parole che si erano scambiati bevendo e cenando insieme era come confluita in quel bacio.
In quel singolo bacio e nel sesso che avevano fatto dopo. E anche il sesso era stata lei a dirigerlo. Si era tirata Henry addosso, e quando lui era dove lei voleva che fosse, lei gli aveva passato le mani tra i peli del petto e poi giú, attorno al pene. Lo aveva preso tra le mani come per accoglierlo e addomesticarlo allo stesso tempo. Lo aveva guidato dentro il suo corpo, e solo allora aveva lasciato che fosse Henry a prendere il comando. Lui aveva cominciato lentamente, con cautela. Era entrato e uscito, facendola bagnare ancora di piú. Poi, quando aveva cominciato, con circospezione, ad andare piú a fondo, lei aveva ripreso a guidare l’azione. Gli aveva affondato le mani nella schiena, schiacciando forte, portandolo piú vicino, piú dentro fino a fargli dimenticare dov’era. Henry non sapeva piú se era lui a essere dentro di lei o lei dentro di lui. I loro sessi erano uniti, bagnati, elettrici.
Lei era venuta per prima. Aveva buttato la testa indietro e aveva chiuso gli occhi emettendo un verso lungo che diventava piano piano sempre piú acuto.
Anche lui aveva chiuso gli occhi. Si era accorto che lei aveva ripreso a tremare, stavolta però il tremore sembrava venirle da dentro. Quel suo tremore, l’orgasmo di Costanza, avevano portato anche lui a raggiungere l’orgasmo, con il cuore che gli batteva fortissimo e una vampata di sudore che gli ricopriva tutto il corpo.
Erano rimasti in silenzio per una decina di minuti. Poi lei aveva detto: – Non ho mai fatto l’amore cosí con mio marito. Non so che cos’è stato.
– Non credo di saperlo nemmeno io.
A entrambi dormire era sembrata la strada piú facile.
Costanza aveva dormito con i capelli sparsi sul cuscino, come i petali di un fiore esotico. Questa era stata l’associazione che Henry aveva fatto quando si era svegliato alle tre di notte, stordito e disorientato. Lentamente i suoi occhi si erano adattati alla flebile luce azzurrognola; si era soffermato a inalare l’odore di sudore e sperma secco mescolato a sapone e profumo, e finalmente aveva focalizzato: era a letto con Costanza. Erano andati a letto insieme alcune ore prima, e adesso l’intera città era placida e ferma; sicuramente tutti nella pensione (compreso Andrew, aveva pensato en passant) erano sprofondati nel sonno. Ma Henry no. Lui era sveglio. Sperava che non lo sarebbe rimasto fino alla mattina. Non sarebbe stato in grado di reggere una delle sue nottate insonni in stato di iperattività, proprio quella notte.
Aveva guardato il viso sul cuscino accanto al suo e aveva pensato: è davvero possibile? Era possibile. Henry aveva sentito nella pancia, nei testicoli, e nel cervello che correva all’impazzata, una sorta di speranza nei confronti della vita che non provava piú da quando Judith se n’era andata. Anzi, da prima. Da molto prima. Da quando lui e Judith si erano messi insieme.
Nel sonno, la faccia di Costanza era impenetrabile. E lui ne era grato. La sua irraggiungibilità era l’unica possibilità che Henry aveva per tornare lui stesso a dormire. Si era girato dall’altra parte, si era tirato le lenzuola sulle spalle e aveva cercato di smettere di pensare. Sorprendentemente, aveva funzionato.
Quando Henry si era svegliato, Costanza si era già alzata, ed era impegnata a trasferire i vestiti piegati dai cassetti nella valigia. Era in accappatoio e teneva i capelli raccolti e tirati indietro. Probabilmente si era fatta la doccia, ma Henry non l’aveva sentita.
– Buongiorno, – le aveva detto.
Dietro le persiane una forte luce gialla aspettava di essere liberata. Costanza le aprí.
– Buongiorno.
Henry aveva strizzato gli occhi e aveva fatto un gesto con la mano come a dire «Cosa sta succedendo?»
– Scusami, ma devo prepararmi per il viaggio. Tra due ore devo prendere un treno. Questa settimana arriva mia cugina Cristina da Monaco di Baviera. Da quando sono in Italia non sono ancora mai andata a casa. Avevo già organizzato le cose… prima.
Adesso le scarpe, in un angolo diverso del bagaglio.
– Questo è tutto?
Costanza aveva annuito.
Lui si era tirato su appoggiandosi su un gomito. – Ci baciamo come ci siamo baciati, ci tocchiamo come ci siamo toccati, e tu pensi a fare le valigie?
– Mi aspettano settimane difficili. Mia mad…
– E quindi non ci diciamo niente? Non decidiamo niente?
Lei gli aveva passato i pantaloni. – Ti scriverò, Henry, e tu scriverai a me. In questo momento non sono in grado di fare di piú.
Non gli aveva detto «Quella è la porta», ma era un po’ come se l’avesse fatto.
Henry, sbalordito, si era infilato i pantaloni, poi la camicia. Si era fermato sulla soglia. – Non posso andarmene senza dirti che ho bisogno di rivederti.
– Mi rivedrai.
Lo aveva salutato con un bacio, sulla guancia.
E questo era stato tutto. Lei comunque gli aveva scritto. Non e-mail: lettere. La prima, spedita da Recco, lo aspettava a New York quando era rientrato dalla Toscana. Gli suggeriva di rispondere al suo indirizzo della Fifth Avenue; gli diceva che, non sapendo nemmeno lei dove sarebbe stata nei mesi seguenti, «avrebbe provveduto» a farsi recapitare qualunque cosa lui le avesse spedito. Tutte le sue lettere arrivavano senza timbro o francobollo; Henry aveva dedotto che Costanza aveva «provveduto» a farle viaggiare tra l’Italia e New York tramite FedEx o qualcosa di simile, per farle poi consegnare da un fattorino, se non addirittura a mano, al suo appartamento. Non sapeva come interpretare tutto questo. Aveva detto che il segretario di suo marito aveva ancora delle questioni da sbrigare con l’eredità. Ma forse aveva anche qualcosa a che fare con il modo in cui quelle lettere gli venivano recapitate.
Costanza gli aveva scritto del periodo trascorso con sua madre, che, come previsto, non era stato facile, e delle sue capatine in altri posti in Italia, da amici e parenti. Lui le aveva parlato del resto del suo viaggio, del ritorno a New York, degli ultimi cicli di FIVET di fine estate che seguiva nella clinica dove esercitava. Dietro tutti questi racconti circostanziati, da parte di Henry, c’era una viva curiosità che doveva cercare di reprimere. Dimostrando un insolito autocontrollo, era riuscito a non rivelare esplicitamente i suoi pensieri. Era riuscito perfino a non chiederle quando sarebbe tornata a New York. Era chiaro perfino a uno come Henry che con Costanza era meglio trattenersi, fare meno, mentre la sua naturale tendenza l’avreb...