Se l'acqua ride
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Se l'acqua ride

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Se l'acqua ride

Informazioni su questo libro

«Poche cose restavano chiare, nella sua mente: che Pellestrina è un'isola magnifica. Che il mare ti entra dentro piú dei fiumi. Che, soprattutto, non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l'arte per la quale sentiva di essere nato».

Sulla corrente dei fiumi nulla cambia mai davvero. Al timone degli affusolati burchi dal fondo piatto, da sempre i barcari trasportano merci lungo la rete di acque che si snoda da Cremona a Trieste, da Ferrara a Treviso. Quando Ganbeto sale come mozzo sulla Teresina del nonno Caronte, l'estate si fa epica e avventurosa. Sono i ruggenti anni '60, nelle case entrano il bagno e la televisione in bianco e nero, Carosello e il maestro Manzi. I trasporti viaggiano sempre piú via terra, e i pochi burchi che ancora resistono, per ostinazione oltre che per profitto, preferiscono la sicurezza del motore ai ritmi lenti delle correnti e delle maree. Quello del barcaro è un mestiere antico, ma l'acqua non dà certezze, e molti uomini sono costretti a impiegarsi come operai nelle grandi fabbriche. A bordo della Teresina, Ganbeto si sente invincibile. Gli attracchi, le osterie, le burrasche, il mare e la laguna, le campane di piazza San Marco, i coloriti modi di dire di Caronte e i suoi cappelli estrosi, le ragazze che s'incontrano lungo le rotte. Presto, però, non potrà piú far finta di niente, lui che ha un piede nel vecchio e uno nel nuovo dovrà imparare la lezione piú dolorosa di tutte: per crescere bisogna sempre lasciare indietro qualcosa.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806244088
Capitolo sesto

Esami

fine giugno 1966
– Dio scalso, el caligà! – grida Caronte.
Ganbeto fiuta il vento con paura, la fatica gli taglia il fiato in gola, può solo voltarsi il tanto che basta per vedere il cielo farsi viola, e poi quel viola, quasi da quaresima, stendersi in avanti a coprire il mondo, proprio come una vela si dispiega, togliendoti veloce l’orizzonte.
Il caligà corre veloce, e tira il vento a sé, cosí il rombo della pioggia e il fragore della tempesta e i crepitii e gli schianti dei tuoni nemmeno li senti.
Solo i fulmini si vedono: freddi bagliori ferrigni, lame bianche che fendono un istante la tenebra, che subito cancella la luce come un’onda di densa pece.
– Dài, ostia! Forza con la ciaparina!
Per la prima volta nella memoria di Ganbeto, il grido di Caronte è allarmato.
La Teresina è sovraccarica di grano. Dopo San Giovanni inizia la corsa ai molini, e sono corse pericolose, perché il grano riempie la stiva piú e meglio della trachite e delle barbabietole, quindi i burci scivolano cosí bassi sui canali che a volte basta il guizzo di un bisatto per far entrare acqua.
Caronte, come tutti i barcari con piú di trent’anni sulle spalle, ricorda i bei tempi della Società Veneta di Macinazione a Battaglia, quando i burci li caricavi a Monselice e dovevi solo fare il percorso dietro-culo, che anche un bocia ci riusciva.
O anche le corse al gigantesco Molino Stucky a Venezia, quella fabbrica fantastica che pare un castello inglese spuntato per miracolo dalle acque della laguna: lí si arrivava in favore di marea, e si attraccava nel rio di fianco al Molino. C’erano decine di burci da tutto il Veneto, e anche se si scaricava presto poi bisognava attendere il momento giusto per ripartire. E si poteva pure aspettare l’alba.
Ganbeto si è sentito dire questa storia tante di quelle volte che a momenti si illude di esserci stato, lí, al sorgere del sole, quando, dopo l’umidore stagnante della notte sul canale, tutti i barcari salivano sul ponte, perché alle prime luci arrivava la brezza da oriente, e le campane di tutta Venezia salutavano il mattino pulito con l’Ave Maria.
Un attimo perfetto, prima della sporcizia e della calura, prima della fatica e delle bestemmie, in cui il giorno già inizia ma ancora non è, come il primo, lento giro della macina del molino.
In pochi anni sia lo Stucky che il molino di Battaglia hanno chiuso, per cui adesso i giri del grano bisogna farli sempre diversi, con tempi piú stretti, rischi maggiori, e con i grossi camion che volano sulle strade portando sí meno grano, ma piú in pressa.
Quel pomeriggio si trovano in prossimità di Cavanella, sono già in ritardo di mezza giornata, e l’errore nasce cosí, in maniera stupida, perché cascare in un ligàsso è proprio da mona.
Ganbeto sa di cosa si tratta: quando, nelle chiuse tra fiumi e laguna, si apre la paratoia e l’acqua dolce si riversa nell’acqua salata, se non c’è vento né corrente può nascere il ligàsso, cioè il burcio non riesce a uscire dall’acqua dolce, che è come una bolla, una macchia d’olio su quella salata, e si muove lenta ma ti porta dove vuole lei, anche a sbattere, o in secca.
Caronte pensava di sfruttare la brezza di levante in uscita dalla chiusa, e invece, proprio quando c’era bisogno della spinta, il vento si è fiaccato all’improvviso, e la Teresina si è imbambolata.
Ad avere braccia buone e una barca vuota, bastava una pertica ben puntata e si sarebbero levati d’impiccio, ma con Caronte impegnato al timone Ganbeto può fare poco, a parte prendersi le parole che suo nonno gli tira dietro, sudare e spellarsi le mani con un remo e una cima passata in fretta e furia attorno a una briccola.
Il ligàsso su cui si sono infognati scivola pigramente verso un angolo morto della conca in cui si trovano, verde di alghe e basso di fondale: se non riescono a sfangarla in fretta la Teresina va di certo a incagliarsi. Caronte, fiutando l’aria, capisce che il cielo sta preparando qualcosa di grosso, e infatti quella che sulle prime sembra soltanto una foschia all’orizzonte, umidità estiva, all’improvviso si addensa in nubi cosí nere e cosí compatte che paiono bersi la luce stessa del sole.
Ganbeto ha paura. Anche se il canale in cui navigano appare innocuo, ha sentito troppe volte storie di burci ribaltati, marinèri e morè inesperti rimasti schiacciati dal carico sul fondo limaccioso, o impigliati in una cima, annegati in poche dita d’acqua.
Caronte molla il timone e si avventa sulla vela, la ammaina con gesti rapidi e precisi, sfila l’albero come fosse un ramo secco, e proprio in quell’istante una folata improvvisa, tesa e fredda e odorosa di salsedine li investe di tre quarti. Questo è un bene e un male, perché da un lato l’acqua, rimescolatasi per il fortunale incombente, scioglie il ligàsso in cui sono avvinghiati, togliendoli dal pericolo del ribaltamento, ma dall’altro la buriana li coglie di sorpresa, subito iniziano a cadere chicchi di grandine grossi come noci, che stampano chiazze rosse e doloranti sulle braccia e sul collo.
Ganbeto si ripara come può, e intanto cerca di aiutare il nonno a stendere una cerata sul grano, perché non prenda piú acqua del dovuto, e perché la Teresina non si appesantisca ulteriormente, ma ogni raffica pare piú imbestialita della precedente.
Se non si stesse rischiando il carico, la barca e forse la vita, sarebbe da ridere quando l’ennesima bordata del vento strappa dalla testa di Caronte il cappello, che quel giorno è una semplice paglietta recuperata in un rio veneziano, forse persa da un turista inglese o tedesco. Non appena il vento ha compiuto il suo furto, Ganbeto vede il nonno inveire contro la tempesta, sputare contro l’aria e prodursi in gesti minacciosi all’indirizzo degli ignari e disinteressati nembi che si accavallano sulla sua testa, ora scoperta e spettinata di radi capelli bianchi.
A conti fatti il tutto non dura piú di cinque minuti, perché presto il caligà si scioglie in un normale temporale estivo, e finalmente arrivano anche lampi e tuoni, che corrono oltre il canale, verso la campagna polesana, in fondo alla quale brilla ancora una fascia di cielo azzurro.
Però quei cinque minuti a Ganbeto sembrano durare piú dei quaranta giorni di digiuno di Cristo nel deserto, e il primo pensiero che gli emerge nella zucca, quando il panico se ne va, è che è stato proprio un pandòlo ad avere paura degli esami, lí mica corri il rischio di morire, e in fin dei conti anche Bepi Tanaia, che ha settant’anni e si vanta di aver sparato ai libri di testo con la doppietta dopo aver ripetuto la prima elementare quattro volte, ha avuto il suo onesto lavoro, è riuscito a mettere insieme il pranzo con la cena per una vita intera, e si è pure fatto una famiglia.
Non capisce, Ganbeto, come mai lui e i suoi compagni abbiano avuto tutto quello spasimo per l’Esame con la E maiuscola. Dopo averlo passato, si è trovato all’improvviso come al di là di una grande macchina, impressionante negli ingranaggi e nelle addentellature finché ci sei dentro, ma tutto sommato insulsa vista da fuori, cosí che ti viene da dire: «Tutto qua?» per poi voltarti verso cose piú importanti.
Di certo c’entrava il fatto che lui, come tutti gli altri della classe, era il primo della famiglia a compiere quel passo, e quindi non aveva nessuno alle spalle che potesse dirgli come muoversi. Sua madre probabilmente aveva piú paura di lui, anche perché aveva rinunciato a capire cosa studiasse il figlio, soprattutto quando, nel corso dell’ultimo anno, il professor Oio, piú per puntiglio sadico che per effettiva utilità, aveva instillato nelle loro teste qualche ombra di latino.
Ganbeto se la cavicchiava pure bene col rosarose, non perché ne capisse il senso, soltanto gli pareva di mandare a memoria formule magiche in grado di aprirgli mondi ancora piú lontani, nello spazio o nel tempo, della misteriosa Trieste di cui sempre favoleggiava Caronte. Solo due nella sua classe avrebbero continuato con il liceo, però ogni tanto si perdeva a fantasticare su come sarebbe stata la vita, a studiare a Padova, o a Monselice, con la giacca e la cravatta. Poi pensava che il liceo dura cinque anni, e quelle fantasie subito svanivano.
Un paio di mesi prima, a fine aprile, la mama aveva iniziato a criare a lui e a Luciano per come tenevano la stanza: che erano due slandroni, due grandi per niente, che come li aveva messi al mondo cosí ce li levava… Nulla di strano, e infatti Ganbeto sulle prime nemmeno si curò delle litanie con cui sua madre andava avanti e indietro per la casa. Poi però gli venne addosso una sorta di sorda irritazione, forse perché in quel momento stava studiando, e la voce della mama lo infastidiva. Senza quasi pensarci brontolò: – Basta mamma, sto studiando!
La frase gli si affievolí tra le labbra a mano a mano che la pronunciava, si rendeva conto che si trattava di qualcosa di sbagliato. Ma proprio come su un burcio lungo la corrente, se decidi di fermarti devi calcolarlo almeno trenta metri prima, cosí Ganbeto sentí che ormai la stava dicendo, e la lasciò andare. Era seduto al tavolo in cucina, e si limitò a incassare la testa tra le spalle, certo che la mama non avrebbe tardato a fargli calare addosso una dose meritata di manrovesci. Invece niente.
Per un attimo pensò che non avesse sentito, o non avesse capito. E invece le cose, purtroppo, non stavano cosí: si voltò appena e vide che lei lo fissava in silenzio, con la bocca semiaperta, con un’espressione di diffidenza dispiaciuta in viso, che gli fece piú male di tutte le pappine ricevute nell’ultimo anno. Avrebbe voluto dirle qualcosa, riparare, tornare indietro, ma non ne fu capace.
Il peccato imperdonabile era stato che lui, volutamente, aveva sterzato sulla lingua della scuola, per metterla a tacere con un’arma mai usata prima: basta mamma, sto studiando. Aveva pure calcato a dovere la doppia, che rendeva diversa pure lei, che da sempre e per sempre era la mama.
Ad ogni modo Ganbeto, sudando freddo e consumando il rosario a forza di preghiere, è stato promosso. La composizione di italiano gli è andata particolarmente bene. Al colloquio finale gli hanno fatto i complimenti, ma questo a casa non l’ha detto. La faccenda del libro invece non ha potuto nasconderla, quella si è rivelata una sorpresa troppo grossa.
Già ai primi di maggio il vaso degli errori piazzato sulla cattedra era ormai pieno. Nessuno si perse a fare i conti, ma tutti furono d’accordo sul fatto che Oio, da quella cifra, avrebbe ricavato una vacanza un po’ piú larga di quella concessa dal suo stipendio.
Scaia progettò pure un furto, ma la cosa sarebbe stata troppo grave, senza contare che sottrarre quel recipiente colmo di monete senza farsi beccare non doveva essere una passeggiata.
Comunque, prima che qualche coraggioso o incosciente tentasse il colpaccio, uno degli ultimi giorni di scuola, al loro ingresso in aula, non trovarono piú il vaso.
– Amen, – concluse Scaia con amara rassegnazione. – Chissà che almeno gli vada in aceto, quel vino che si compra coi nostri schei, boia lui e chi lo ha mandato!
E invece no. Non appena Lorenza Bacchin uscí dall’aula in cui si tenevano i colloqui d’esame, non fece nemmeno in tempo a tirare un sospiro di sollievo che si sentí chiamare e, girandosi, si trovò faccia a faccia con Oio. Alla Bacchin venne un colpo, ma il professore non voleva riportarla in aula per riprendere l’esame, né azzannarla alla gola: senza sprecare parole, le mise tra le mani un libretto, Piccole donne.
Bordin, che era il secondo a sostenere l’orale quella mattina, e che era sempre pronto a piangere il morto, vide tutto, e già aveva pronto il discorso da fare ai suoi genitori, su quel professore che fa i regali agli studenti preferiti e a lui no. E invece, finita anche lui la via crucis, si ritrovò tra le mani Davide Copperfield.
La notizia fece il giro in poche ore: Oio aveva speso i soldi del vaso per dei libri. Ci fu chi si rallegrò della novità e chi si scrollò nelle spalle, dicendo che di libri già ne avevano d’avanzo con quelli della scuola.
Quando venne il suo turno, Ganbeto attese carico di nervosa curiosità. Uscito dall’aula fece finta di andare via, per non mostrare al professore che sapeva già della cosa. Oio lo raggiunse e gli mise in mano il libro. Sulla copertina, disegnata a colori vivaci, un sommozzatore nel suo scafandro lottava, armato di un pugnale, contro una piovra gigante, mentre attorno dei pesci variopinti nuotavano indifferenti.
– Ventimila leghe sotto i mari, – lesse Ganbeto, e sorrise, perché evidentemente quel romanzo, che a occhio e croce doveva essere di avventura, pareva scelto apposta per lui.
A parte quelli di scuola, di libri a casa non ne avevano. Di portarlo sul burcio non se ne parlava, si sarebbe rovinato, e poi non andava mica in vacanza. Ma non voleva che Luciano ci mettesse le mani, e magari lo leggesse prima di lui. Lo avrebbe dato in consegna alla mama.
Rientrato a casa, seppe di dover partire subito la mattina dopo: il nonno, quando suo padre era entrato nella Fabrica, e in attesa che il nipote si liberasse dei traffici scolastici, aveva dovuto assumere un marinèr di Pontelongo. Doverlo pagare però complicava le cose non poco, cosí Ganbeto partí in fretta e furia, e fu un bene, perché la sera dopo l’esame la cena, che in teoria doveva essere di festeggiamenti (pastasciutta col sugo e mezzo pollastro arrosto), si consumò in un silenzio imbarazzato. Ogni tanto a Ganbeto pareva che il padre andasse con gli occhi alla tuta da operaio appesa vicino alla porta, ma vai a capire se fosse vero, o solo immaginazione.
Finalmente la Teresina risponde ai comandi e bisogna instradarla al piú presto, perché vicino al mare e alle foci non sai mai come si mettono i temporali, visto che i fiumi, simili a cappe di camini, tirano aria fresca sulla terra rovente.
– Boia il vento ladro! – esclama Caronte, e la sua voce allegra, dopo il lungo silenzio di entrambi, è il sigillo del rischio scampato. – L’era un capelo de lusso, me l’ha dato una signorina foresta, forse l’era russa, quando che ero un semplice marinèr, a Venessia! Forse l’ha rubata a suo popà, forse era un pegno d’amore, eh! Non sono mica male neanca adesso, ma una volta ero proprio un bel’omo!
Ganbeto annuisce sorridendo, inutile chiedere ragione al nonno di quelle contraddizioni. Tutto sommato, non è cosí importante.
La Teresina raggiunge senza altri problemi il Molino Buozzi, e i cariolanti che bivaccano lí nei pressi iniziano subito a menar badilate nel mucchio di grano della stiva.
– Col nastro si fa presto, – osserva Caronte guardando con una certa diffidenza lo scivolo elettrico che dalla stiva sale dritto nella pancia del mulino.
Un vecchio cariolante ferma un attimo la pala, nemmeno si volta verso Caronte, sputa solo fuoribordo. È da piú di dieci ore che Ganbeto non mette...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Se l’acqua ride
  4. Ganbeto
  5. Primi giorni
  6. Il cavalante
  7. Residuati
  8. Primavera
  9. Esami
  10. La salama di Bondeno
  11. La Tona di Paposse
  12. L’ultima pioggia
  13. Il quasi apprendista
  14. L’aqua granda
  15. Glossario minimo dei barcari di fiume e bibliografia
  16. Ringraziamenti
  17. Il libro
  18. L’autore
  19. Copyright