Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo. Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli. Le viscere, un pantano. Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola.
L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione. Noi abbiamo paura ma ci crediamo. Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa.
Sentendo Allāhu Akbar, Allāhu Akbar, capimmo al volo. Avevano rubato le divise dei nostri soldati per eludere la sorveglianza. Ci tempestarono di domande: Dov’è la scuola maschile, Dove tengono il cemento, Dove sono i magazzini. Quando rispondemmo che non lo sapevamo, persero la testa. Poi eccone arrivare altri di corsa dicendo che nei capannoni non avevano trovato pezzi di ricambio né benzina, e allora apriti cielo.
Non potevano tornare a mani vuote, altrimenti chi lo sentiva il comandante. Poi, in quel putiferio, uno disse con un ghigno: – Ci accontenteremo delle ragazze, – e partí l’ordine di far arrivare altri camion. Una ragazza tirò fuori il cellulare per chiamare la madre ma glielo requisirono all’istante. Lei si mise a piangere, si misero a piangere anche altre, implorando che le lasciassero andare a casa. Una s’inginocchiò dicendo: – Signore, signore, – e quello montò in bestia e cominciò a inveire e a prenderci in giro, a coprirci d’insulti, disse che eravamo zoccole, puttane, che per noi ci voleva un marito e presto l’avremmo avuto.
Ci divisero in gruppi da venti costringendoci ad aspettare mentre farfugliavamo strette l’una all’altra, finché non arrivò l’ordine di evacuare subito il dormitorio senza portarci dietro niente.
L’autista del primo camion che lasciò la scuola aveva un’arma puntata alla testa, perciò attraversò la cittadina a velocità folle. A quell’ora ingrata non c’era in giro nessuno che potesse dire di aver visto passare un camion pieno zeppo di ragazze.
Dopo un po’ ci ritrovammo in un villaggio di frontiera che sfociava in una fitta giungla. Intimarono all’autista di fermarsi e l’avevano fatto scendere da pochi minuti quando sentimmo una raffica di spari.
Sono arrivati altri autisti e tutti parlano e si consultano frenetici per decidere come distribuire le ragazze sui vari camion. Noi eravamo paralizzate dal terrore. La luna, che per un po’ avevamo perso, ricomparve alta nel cielo, rischiarando con i freddi raggi gli alberi bui che si estendevano a perdita d’occhio, guidandoci al cuore della nostra destinazione. Non somiglia alla luna che rischiarava il pavimento del dormitorio mentre raccoglievamo i vestiti ma lasciavamo i quaderni, le cartelle e gli effetti personali, come ci veniva ordinato. Io nascosi il diario, perché era l’ultimo mio legame con la vita.
Però non avevamo perso le speranze. Sapevamo che ormai le squadre di ricerca dovevano essere partite, i nostri genitori, gli anziani, gli insegnanti, tutti all’inseguimento. Dalle fiancate aperte del camion gettiamo cose per farli risalire fino a noi – un pettine, una cintura, un fazzoletto, pezzi di carta con i nomi scarabocchiati sopra. Trovateci, trovateci. Parliamo sottovoce e cerchiamo di infonderci coraggio.
Ci inoltriamo nel folto della giungla, alberi di ogni tipo, tutti mischiati, ci avviluppano nel loro turpe abbraccio. Lí la natura era fuori controllo. Il terreno è cosí accidentato che anche i motociclisti, venuti a scortarci per evitare che scappiamo, sbandano in continuazione finendo sugli alti terrapieni. – Saltiamo, – mi dice Rebeka, ma io esito. Dice: – Meglio morire che restare nelle loro grinfie –. Prega Dio da quando abbiamo lasciato la scuola e Dio le ha detto che sono uomini cattivi, questi, che dobbiamo scappare. I secondi passavano e a me quello spazio tra un camion e l’altro continua a sembrare un miraggio, mentre Rebeka afferra un ramo sporgente, si dondola, poi salta. Pensai: è lí a terra, morta, o forse non è morta. A me mancò il coraggio, per non dire che uno dei capi si mette a sbraitare: – Se qualcuna di voi salta, le spariamo –. Avranno pensato che fosse morta.
Il camion procede ondeggiando e ci sballotta da una parte all’altra. Aisha, che per un attimo si era appisolata, si sveglia urlando il nome di sua madre. Strappata a un sogno, si mette a piangere. Qualcuna le tappa la bocca con la mano, altrimenti ci picchiano tutte. Siamo terrorizzate. Non abbiamo piú niente da buttare giú dal camion. Ci eravamo allontanate troppo per far ritrovare le nostre tracce.
Adesso siamo soltanto io e Babby. Le urla le salgono dagli abissi dello stomaco vuoto, urla rauche, selvagge, e le dico: – Tu non hai nome e non hai padre –. Lo abbaio. Certe volte avrei voglia di ucciderla. Ho i seni non piú grandi di due portauovo e mi sta tirando i capezzoli, come se anche lei volesse uccidermi. Cerchiamo un pozzo, perché l’acqua nei fossati è marrone e fangosa. Ha un sapore cattivo. Beviamo l’acqua limpida negli alvei delle grandi rocce. La raccolgo nell’incavo delle mani e lei la lecca avidamente, la ingoia, col rischio di strozzarsi. Sono questi i nostri momenti di grazia, l’acqua fresca, una piccola tregua dalla sete e dalla disperazione. Non ho idea di che giorno sia, che mese, che anno. So soltanto che l’aria è sferzata dalla sabbia, sabbia che soffia dal Sahel, che ci graffia gli occhi e quasi ci acceca.
Dove non ci sono alberi la terra è giallo ocra, solcata da profondi zig-zag, sembra un quadro, e le giovani foglie arricciate cominciano a germogliare sulla punta dei rami. La notte rimango sveglia a guardare il cielo. Un’enorme distesa di cielo viola, una terra meravigliosa che è diventata luogo di dolore. Tante di quelle ragazze morte. Il mesto mormorio degli alberi.
La faccio stendere, una zolla d’erba come cuscino. Solo allora dorme. Io dormo a singhiozzo, per paura di quello che può succederci. Certe volte mi sveglio in un sogno e ho le palpebre bagnate, il sogno di una persona che devo aver conosciuto o perfino amato. Ma non è il momento di abbandonarsi ai ricordi o ai sentimentalismi. Ogni tanto sento abbaiare dei cani in lontananza. Sono giorni che non vedo anima viva e ho paura che, quando succederà, finirà tutto in un bagno di sangue.
Sono incapace di pregare nella mia vecchia lingua, ci hanno bombardato con le loro preghiere, i loro proclami, la loro ideologia, il loro odio, la loro santità.
Era un grande cortile infangato, pieno di ciarpame. Secchi, pale, casse, carriole, pietre per lastricare, cemento e biciclette. La pioggia ha reso la sabbia giallo sporco. Si sentiva il ronzio costante dei gruppi elettrogeni.
Al di là delle alte fortificazioni di argilla, sormontate da spirali di filo spinato, la foresta sconfinata. Era buia e sinistra, una moltitudine di alberi che generava altri alberi, altro buio, un confino a vita. La piccola moschea aveva uno scintillante minareto d’alluminio e da un palo lí vicino sventolava una bandiera nera. Akra, una ragazza che a scuola era una classe avanti rispetto a me, arrivò dal dormitorio dove ci tenevano in custodia e restò in assoluto silenzio a contemplare lo sfacelo che ci circondava. Eravamo rimaste in quindici della nostra scuola. Il resto era finito in altri campi sparsi per la foresta. Ci avevano scaraventato dentro un dormitorio di ragazze addormentate, e noi ci eravamo strette l’una all’altra.
Un grande albero dominava il centro del recinto con un’unica, robusta diramazione. Era di un marrone bagnato con una sfumatura verdognola e mi domandai se l’albero di casa nostra avesse la stessa acquosa tonalità verdognola. Ancora non lo sapevo ma quell’albero era la nostra futura scuola. Cinque volte al giorno avremmo pregato lí sotto in piedi, sedute, in ginocchio. Ci avrebbero costrette a imparare e stamparci nella memoria le sure in una lingua che ci era estranea e a adorare un Dio che non era il nostro. Ogni tanto ci avrebbero fatto qualche foto da mandare ai nostri genitori, con i vestiti incolori e le espressioni inebetite, tutte in gruppo, per metterli in agitazione e costringerli a consumarsi gli occhi cercando la figlia fra le tante facce ormai identiche e pietose.
Dalle svariate capanne circolari spuntarono uomini che andavano di corsa alla moschea. Erano vestiti nei modi piú disparati, chi in jeans e maglietta, chi in tenute comode e chi con la giubba militare. Qualcuno sfrecciandoci accanto ci squadrò per valutare se eravamo appetibili.
Col ronzio delle preghiere che arrivava fino a noi, vedemmo una ragazza attraversare il cortile barcollando e pararsi davanti a noi. Tremava in modo incontrollabile. Aveva una grossa garza attaccata al labbro inferiore che grondava sangue. Cercò di parlare ma non ci riusciva. Continuava a indicarsi la bocca e alla fine trovò il modo di aprirla. Non aveva piú la lingua. Chissà quale crimine aveva commesso.
Mentre eravamo lí, una donna con gli stivali di gomma verdi ci venne incontro stringendo una mazza chiodata. I chiodi erano rossi come bacche mature e affilati. Ci ordina di tornare nel dormitorio. Cosí cominciò la nostra iniziazione.
Ognuna di noi ricevette un’uniforme identica a quella delle ragazze che erano lí da molto prima. La donna ci disse di indossarla. Era di un blu cupo, con lo hijab ancora piú scuro, e anche se non mi vedevo perché non c’erano specchi, vedevo le mie amiche, trasformate, improvvisamente vecchie, sembravano suore a lutto. Vidi Teresa, e Fatim, e Regina, e Aida, e Kiki, tutte ammutolite, ricacciare in gola le lacrime. La donna ci disse di raccogliere i vecchi indumenti senza lasciare niente in giro. Nella confusione riuscii a nascondere il mio quadernetto. Era un quadernetto minuscolo, piú adatto ai conti che alle lettere, ma io strizzavo le parole dentro ogni quadratino. Ne facevo incetta. Ormai erano le mie uniche amiche. Era un quadernetto che, insieme a un foglio di carta profumato, avevo vinto con il mio saggio sulla natura. Lungo i bordi del foglio c’era scritto «Woods of Windsor». Non sapevo dove fosse Windsor.
I nostri vestiti formavano una pila e a lei bastò accendere un fiammifero e buttarci sopra un po’ di gasolio perché le fiamme schizzassero verso un’alba lattiginosa. Subito le nostre camicie bianche, le uniformi della scuola e i foulard si dissolsero in incorporei fiocchi di cenere grigia che restavano sospesi un istante prima di essere risucchiati in alto, alla ricerca di un varco tra le spire di filo spinato. Io li seguii con l’immaginazione, pensando stupidamente che i fiocchi di cenere ci avrebbero fatto da messaggeri. Sarebbero arrivati alla nostra scuola, dove dai roghi appiccati dai miliziani prima della partenza dei camion si levavano ancora i pennacchi di fumo. Immaginai un sacco di cose stupide. Non avevo dormito. La puzza delle scarpe stagnava, perché ci misero di piú a bruciare. Ricordava la puzza che avevano le pelli dei vari animali stese per la concia nei mattatoi vicino ai mercati: maiali, puledri, capre e pecore.
Poi, a passo di marcia, attraversammo il cortile e la donna ci fece sedere sotto il grande albero. L’acqua scendeva a goccioloni dalle foglie e in terra era bagnato. Le ragazze che erano lí da piú tempo di noi aspettavano, alcune a mani giunte, estatiche.
Tre uomini scendono da una jeep color crema. Due sono mascherati e seguono il terzo, che è il capo emiro. Ha in mano un testo sacro. Tutti e tre sono armati. L’emiro si avvicina a noi, tende la mano spalancata ed è come se avesse agguantato nella sua morsa il mondo intero.
Le ragazze che l’hanno già visto lo guardano soggiogate con rinnovata meraviglia. Alcune allungano le mani anche solo per immaginare di sfiorargli la stoffa della giacca. Lo adorano. Lui si aggira fra noi, individua le facce nuove, gli occhi vigili, quasi che ci leggesse nel pensiero, nei cuori straziati.
– La malattia è l’ignoranza –. L’avrebbe ripetuto tre volte. Io non lo guardavo, era troppa la sua veemenza. Poi ci diede il benvenuto come le emergenti figlie di Allah e disse che dovevamo ringraziare Allah per il miracolo di averci salvate. Certo, disse, potevamo sentirci spaesate, ma presto avremmo aperto gli occhi.
Poi se la prese con coloro ai quali ci avevano sottratte. Infedeli. Ladri. Il nostro presidente, il nostro vicepresidente, i nostri governanti, la nostra polizia: tutti marci. Sultani delle banche, ecco cos’erano, accaparravano ricchezze accomodati nelle loro villone, sui loro troni dorati, guardando film occidentali sui grandi schermi televisivi. Quelle ciccione delle mogli avevano accumulato tanti di quei soldi, tanto di quell’oro, tante di quelle perle da dover costruire altre dimore per ospitare simili tesori. Perfino i musulmani fra loro erano contaminati, invischiati nel miasma della corruzione. Presto ci saremmo rese conto che l’istruzione che avevamo ricevuto era tutta sbagliata, come del resto l’istruzione universitaria a cui aspiravamo. Inqualificabile.
Ci chiese poi di ripensare alle ultime quarantott’ore e di meravigliarci della trasformazione che si era prodotta. Sembrava che ci leggesse nel pensiero sfidandoci a contraddirlo. – Quando la nostra colonna è entrata nella vostra scuola due notti fa, i vostri militari si sono dileguati perché sapevano del nostro arrivo. Ti puoi fidare di certa gente? Ti puoi fidare di gente pagata per farti la guardia? Se siete oneste fino in fondo, la risposta sarà no. Avrebbero potuto sferrare una controffensiva, e invece non l’hanno fatto. Hanno troppa paura di noi. Sanno che nella foresta Sambisa non metteranno mai piede. Non vi troveranno mai. Sanno che Allah ha voluto che vi portassimo qui. Mentre radunavate libri e cartelle prima di salire sul mezzo con cui sareste andate a scuola per sostenere gli esami, Allah vi guardava, era tutto predestinato. Dov’erano i vostri pastori, dove i vostri guardiani, dove i vostri insegnanti? È sempre stato cosí. Quando il profeta Maometto fu cacciato da Medina, quelli che fino ad allora erano stati i suoi seguaci distolsero lo sguardo. Vigliacchi. Infedeli. I vostri genitori penseranno di amarvi e di trattarvi bene, invece sono ciechi, accecati. La malattia è l’ignoranza. Non esiste altro Dio all’infuori di Allah. Chiedete perdono per i peccati dei vostri genitori e Allah saprà se i vostri intenti sono sinceri o meno. Ricordate che siete risuscitate a nuova vita. Anche se pensate di amare la vostra famiglia e in cuor vostro avete fatto una promessa, dovete rinunciarci, dovete estirparla subito. Per un po’ verserete lacrime da ragazzine, ma cesseranno e allora volerete come uccellini verso i campi del paradiso. Gli angeli vi aspettano, l’angelo Gabriele, l’angelo Azrael, l’angelo Michele. Certo, la tecnologia e le comunicazioni terrestri ci hanno dato una mano, ma è stato Allah a informarci di tutto, fino all’ultimo pettegolezzo del vostro dormitorio. Parlo direttamente a ciascuna di voi. Rivolgetevi al Corano, rivolgetevi agli 'aḥādīth del Profeta, ovunque voi siate, rivolgetevi ad Allah. Altrimenti dovremo costringervi e non lesineremo punizioni. Nel frattempo, assolvete ai compiti quotidiani con gioia, imparate le sure a memoria, mantenete una gradevole fragranza nella consapevolezza che siete reclutate nell’enorme, invincibile esercito di Allah. Siete guerriere. Questa terra che si chiama Nigeria dev’essere liberata dagli infedeli e dai miscredenti. Voi avrete i...