Tempi duri
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Tempi duri

  1. 320 pagine
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Informazioni su questo libro

Può una fake news segnare il destino di un continente? È quello di cui sono convinti un industriale ricco di denaro e appoggi politici e un pubblicitario senza scrupoli. Insieme daranno il via agli avvenimenti che nel 1954 porteranno a un colpo di stato in Guatemala appoggiato dalla Cia. Ma se sul palcoscenico della Storia sale lei, Marta, eccentrica e bellissima appassionata di politici in generale e di dittatori in particolare, capiamo che tutto può succedere, anche quando pensiamo di sapere già come andrà a finire.Nel 1954 la United Fruit Company - la futura Chiquita - è un'azienda fiorente: è riuscita a introdurre le banane nella dieta di tutto il mondo sfruttando per anni le terre e i contadini dell'America Centrale grazie alla complicità di dittatori corrotti. Ma da quando il governo guatemalteco cerca di mettere in atto una riforma agraria, il magnate delle banane Zemurray si sente minacciato. Che fare? Basta rivolgersi a un esperto di relazioni pubbliche per far sí che i fatti vengano travisati da qualche stimato giornalista. In breve tempo si diffonde la notizia - una fake news ante litteram - che in America Latina la minaccia del comunismo è dietro l'angolo e che va stroncata sul nascere. E allora, per scongiurare il pericolo rosso, la Cia si affretta a organizzare un colpo di stato per deporre Jacobo Árbenz, forse un po' ingenuo, ma sinceramente democratico, lontano anni luce dall'Unione Sovietica e dalla sua influenza... E al centro della storia, una donna, Marta, a cui l'autore attribuisce il ruolo piú importante: quello della testimone. Con questo romanzo Vargas Llosa torna alle atmosfere e ai personaggi che l'hanno reso grande. In Tempi duri (che non a caso ha piú di un punto di contatto e nome in comune con il suo classico La festa del Caprone ), Vargas Llosa mescola la realtà storica con due finzioni: quella del romanziere, che qui crea alcuni dei personaggi piú memorabili dell'autore peruviano, e quella del potere e della propaganda. Accompagnando il lettore a perdersi in atmosfere e «favole» che non sembrano poi cosí lontane dal clima politico di oggi, in cui l'opinione pubblica è piú interessata a una «bella storia» che alla verità.«Sono "tempi duri", è vero: ma per Vargas Llosa sembrano tornati i tempi migliori».
«ABC Cultural» «Un romanzo storico che non potrebbe essere piú attuale».
«La Vanguardia» «Vargas Llosa allo stato puro: con una miscela esplosiva, trasforma la realtà storica in finzione e la finzione in realtà apparente. Questo è quello che fa un vero romanzo».
«El Cultural»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806246082

Capitolo venticinquesimo

Quando, il 18 giugno 1954, le truppe dell’Esercito di liberazione di Castillo Armas attraversarono in tre punti la frontiera dell’Honduras, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti nominato dall’amministrazione di Eisenhower, John Emil Peurifoy, era in Guatemala ormai da sette mesi. Senza esagerare, si poteva affermare che non aveva smesso neanche per un giorno di lavorare sempre con energia effervescente a quella che il segretario di Stato John Foster Dulles, il suo capo, gli aveva affidato come missione: distruggere il regime di Jacobo Árbenz.
John Emil Peurifoy aveva quarantasei anni, un fisico da orango, e molte privazioni e sforzi sulle spalle per raggiungere quell’incarico. Era nato nel 1907 a Walterboro, un paesino della Carolina del Sud, e siccome i suoi genitori erano morti quando era molto giovane, era vissuto in varie case famiglia, e durante l’adolescenza era stato costretto a procurarsi lavori modestissimi per sopravvivere. Sognava di diventare un militare ed era stato accettato a West Point, ma a breve aveva dovuto abbandonare la scuola per ragioni di salute. A Washington si era guadagnato da vivere come ascensorista. Nel 1936 aveva sposato Betty Jane Cox e poco dopo era entrato a lavorare con un incarico infimo al Dipartimento di Stato. Grazie alla tenacia e all’ambizione aveva fatto carriera partendo dal basso finché, finalmente, era diventato ambasciatore in Grecia, quando le guerriglie comuniste avevano ridotto il paese a ferro e fuoco e stavano per rovesciare la monarchia e salire al potere. Vi era rimasto per tre anni.
Era stato il suo momento di gloria. Mescolando le minacce con una capacità inaudita per l’intrigo e con un fiuto spesso azzeccato, uno spirito pratico e un coraggio temerario, si era ingegnato per formare una giunta militare, appoggiata dalla corona e dotata di armi e di denaro forniti da Stati Uniti e Gran Bretagna, che aveva sconfitto le guerriglie e instaurato un regime autoritario e repressivo nel paese. Si era guadagnato allora l’appellativo di Macellaio di Grecia. John Foster Dulles e suo fratello Allen, il capo della Cia, pensavano che un diplomatico del genere fosse l’uomo giusto per rappresentare il paese che aveva deciso di eliminare con le buone o con le cattive il governo di Jacobo Árbenz. E, in effetti, appena arrivato in Guatemala con il suo immancabile cappello borsalino decorato da una piuma, senza preoccuparsi di verificare sul campo se le accuse che il governo di Árbenz fosse un regime soggiogato dal comunismo fossero esagerate o irreali – come aveva osato suggerirgli il suo vice all’Ambasciata –, si era tuffato a capofitto nel lavoro per demolire quel governo.
Sin dal giorno della presentazione delle sue lettere credenziali nel solido ed enorme Palazzo del Governo di Città del Guatemala, il nuovo ambasciatore aveva fatto sapere al presidente Árbenz che con lui non avrebbe avuto vita facile. Non appena terminata la cerimonia, il capo del Governo aveva fatto accomodare l’ambasciatore in una saletta privata. E, prima di brindare con la coppa di champagne servita da un cameriere, si era ritrovato davanti Peurifoy che gli allungava un foglio con una lista numerata di cinquanta persone.
– E questa cos’è? – il presidente Árbenz era un uomo alto e ben piantato, dai modi eleganti, che non se la cavava bene con l’inglese; per questo aveva sempre un interprete a portata di mano. Peurifoy ne aveva un altro con sé.
– Quaranta comunisti membri del suo governo, – gli aveva detto l’ambasciatore con una rudezza per nulla diplomatica. – Le chiedo, in nome degli Stati Uniti, di allontanarli immediatamente dai loro incarichi in quanto infiltrati che lavorano per una potenza straniera contro gli interessi del Guatemala.
Prima di rispondere Árbenz aveva dato un’occhiata alla lista di persone. Accanto agli uomini dichiaratamente di sinistra, comparivano alcuni suoi amici e collaboratori. E molti altri che erano comunisti tanto quanto lui. Che stupidaggine! Sorridendo gentilmente, si era rivolto al visitatore: – Cominciamo male, ambasciatore. Lei è davvero mal informato. Nella lista ci sono solo quattro deputati del Partito guatemalteco del lavoro, che si dichiara comunista, benché la maggior parte dei suoi dirigenti e dei suoi quattro militanti in croce non sappia neppure cosa sia il comunismo. Gli altri sono anticomunisti tanto quanto lei, – aveva fatto una pausa e, altrettanto affabilmente, aveva aggiunto: – Ha dimenticato che il Guatemala è un paese sovrano e lei soltanto un ambasciatore, non un viceré o un proconsole?
Peurifoy si era fatto una risata, spalancando la bocca ed espellendo una piccola nuvola di saliva. Parlava piano, per semplificare il lavoro dei due interpreti. L’ambasciatore era grande e forte, con la pelle molto chiara e due occhi scuri e aggressivi; le sopracciglia folte e le basette mostravano zone imbiancate anzitempo; la sua fronte brillava di sudore. Da allora in poi, ogni volta che il presidente Árbenz avrebbe visto l’ambasciatore gli sarebbe apparso accalorato e quasi sul punto di esplodere.
– Ho pensato di dover giocare pulito sin dal primo giorno, signor presidente. Secondo lei sarebbe una fantasia yanqui che il suo governo è pieno di comunisti? Ecco la prova che non lo è.
– Si può sapere chi è la persona fantasiosa che ha compilato la lista?
– La Cia, – aveva risposto l’ambasciatore, con un’altra risatina di sfida. E aveva spiegato: – È un’istituzione molto efficiente, come hanno avuto modo di verificare i nazisti durante la guerra. E adesso, grazie al senatore McCarthy, sta ripulendo l’amministrazione statunitense, dove si era infiltrato un buon numero di rossi, come nel suo governo. Non li allontanerà, quindi?
– Confermerò i loro incarichi, piuttosto, – aveva scherzato il presidente, prendendo l’episodio sul ridere. – Che la Cia li consideri suoi nemici significa che posso fidarmi di loro. La ringrazio per la sua impertinenza, ambasciatore.
– Vedo che ci intendiamo a meraviglia, signor presidente, – gli aveva sorriso l’altro.
Quella sera, nella sua casa di Pomona, il presidente Árbenz aveva detto a María Vilanova, sua moglie: – Gli Stati Uniti ci hanno mandato uno scimpanzé come ambasciatore.
– E perché non avrebbero dovuto? – aveva ribattuto lei. – Per i gringos non siamo forse una specie di zoo?
Le prime azioni militari dell’Esercito di liberazione il 18 e il 19 giugno 1954 furono molto poco incoraggianti per il colonnello Carlos Castillo Armas. La truppa che partí dalla località onduregna di Florida, composta da centoventidue uomini, verso Zacapa, trovò il piccolo comando della Guardia Civil a Gulán rinforzato da trenta soldati agli ordini del sottotenente César Augusto Silva Girón, un giovane ufficiale piano di impeto e molto ben preparato all’azione. Manteneva i suoi soldati sul piede di guerra, nascosti sulle colline circostanti. Da lí attaccarono di sorpresa i liberatori, costringendoli, dopo una lotta tenace, a retrocedere, lasciando sul campo decine di morti, tra cui il colonnello Juan Chajón Chúa, che comandava la truppa, e molti feriti. Non piú di una trentina di ribelli si salvò dall’essere abbattuta o catturata.
Il contingente di liberazione guidato dal colonnello Miguel Ángel Mendoza, nel quale procedeva Faccia d’Ascia, partito da Nueva Ocotepeque, attraversò all’alba la frontiera verso Esquipulas. Lí si imbatté in una guarnigione meglio equipaggiata di quanto si aspettasse, e soprattutto, come quella di Gualán, intrepida e pronta a lottare contro gli invasori. L’Esercito di liberazione evitò una sconfitta umiliante grazie agli aerei inviati urgentemente dal Nicaragua per ordine del colonnello Brodfrost e, in particolare, grazie alle prodezze di Jerry Fred DeLarm, che lanciò due bombe a frammentazione sulla caserma di Esquipulas, con grande mira o fortuna, al punto che una delle due scoppiò e ridusse in macerie i due cannoni che stavano facendo strage tra gli assalitori.
La colonna partita dalla località onduregna di Macuelizo, la piú nutrita, di centonovantotto soldati, si avvicinò a Puerto Barrios da due fronti, uno anfibio, sulla goletta Siesta, mandata dal Generalissimo Trujillo e guidata da Alberto Artiga, e un altro terrestre. Il piano prevedeva di soffocare con una manovra a tenaglia la truppa concentrata nella zona militare del grande porto guatemalteco dei Caraibi. Ma fu accolta su ambi i fronti da serrate scariche di fucilieri e da una partecipazione molto attiva della popolazione civile. Perché, oltre ai soldati, nella difesa delle installazioni militari di Puerto Barrios intervennero brigate di operai portuali che nei giorni precedenti erano state armate dal sindacato e dal governo. Fu l’unico caso in tutto il Guatemala in cui le cosiddette «milizie popolari», che avevano suscitato grande allarme nell’opposizione nonostante la loro esistenza puramente teorica, diedero segni di vita. I liberatori dovettero fuggire, abbandonando i loro morti e i loro feriti sul campo di battaglia, nei dintorni del porto. La guarnigione di Puerto Barrios era ben equipaggiata e gli ufficiali e i soldati, appoggiati da una popolazione agguerrita che partecipò con fucili da caccia, bastoni, pietre e coltelli, sconfissero gli aggressori dopo diverse ore di combattimento, costringendoli a fuggire e catturando alcuni prigionieri, che in piú di un caso furono giustiziati dalla folla. Durante il primo attacco l’Esercito di liberazione riportò solo sconfitte.
Peraltro un piccolo gruppo di invasori che partí da Santa Ana, nel Salvador, non riuscí neppure a raggiungere la frontiera guatemalteca; fu fermato prima dall’esercito salvadoregno, che gli confiscò le armi per mancanza dei dovuti permessi. Solo due giorni dopo, grazie ai maneggi frenetici dell’Ambasciata statunitense, i prigionieri furono liberati con l’ordine immediato di trasferirli in Honduras, perché il presidente salvadoregno, Óscar Osorio, non autorizzava i seguaci di Castillo Armas a operare dal suo territorio contro il governo del Guatemala.
Ma la cosa peggiore accaduta ai ribelli di Castillo Armas nei primi giorni di invasione fu il fallimento di tutti i tentativi dell’aviazione dell’Esercito di liberazione di fornire armi alle bande e ai commando ribelli che gli informatori ritenevano operativi in territorio guatemalteco. Era pura propaganda. Per quanto il colonnello Brodfrost avesse mandato gli aerei da carico Douglas C-124C all’ora stabilita, le squadre incaricate di ricevere le forniture belliche, cosí come il cibo e le medicine lanciati con i paracadute, non si presentarono nei punti di raccolta. I piloti nordamericani sorvolarono a lungo i paraggi, fino a quando ricevettero l’ordine di tornare a Managua senza liberare il carico o lanciandolo in mare. Ai tre Douglas C-124C se ne era aggiunto un quarto dopo che Allen Dulles, il capo della Cia, ne aveva autorizzato l’acquisizione, fornendo i fondi necessari. Nei giorni successivi la flotta aumentò finché, alla vigilia dell’invasione, arrivò a comprendere sei aerei cargo C-47 (DC-3), sei F-47 Thunderbolt, un P-38 caccia leggero da combattimento, un Cessna 180 e un Cessna 140, con piloti, tutti americani, che guadagnavano duemila dollari al mese piú i premi per ogni missione andata a buon fine.
Durante tutti gli incontri successivi, nei circa otto mesi trascorsi dall’ambasciatore Peurifoy in Guatemala, il presidente Árbenz cercò di spiegargli la vera situazione del paese. Insisteva nel dire che le riforme intraprese dal suo governo, compresa quella agraria, si prefiggevano unicamente di trasformare il Guatemala in una democrazia moderna e capitalista, come gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali. Si erano forse create «fattorie collettive» nel paese? Si era forse nazionalizzata qualche azienda privata? Le terre oziose che il governo aveva nazionalizzato e che stava distribuendo ai contadini poveri erano lotti singoli, destinati a sviluppare un’agricoltura privata e capitalista. – Sí, mi ascolti bene, ambasciatore, ca-pi-ta-li-sta, – sillabava il presidente, e l’interprete lo imitava, sillabando anche lui la parola. Se il governo voleva riscuotere imposte dalla United Fruit, come da tutti gli agricoltori guatemaltechi, era per poter riempire il paese di scuole, strade, ponti, per pagare meglio gli insegnanti, per attrarre funzionari competenti e per finanziare opere pubbliche che sottraessero le comunità indigene, la stragrande maggioranza dei tre milioni di guatemaltechi, al loro isolamento e alla loro povertà. Il presidente Árbenz insisteva, pur avendo capito quasi subito che l’ambasciatore Peurifoy era immune alle ragioni e alle argomentazioni. Non le sentiva neppure. Si limitava a ripetere, come il pupazzo di un ventriloquo, che il comunismo stava dilagando ovunque nel paese. Non era ciò che affermava niente meno che l’arcivescovo, monsignor Mariano Rossell y Arellano nella sua celebre lettera pastorale? Non lo dimostrava il fatto che fosse stata autorizzata, già dai tempi di Juan José Arévalo, la creazione di sindacati? Tra i contadini e gli operai non stava forse dilagando, grazie all’azione di alcuni agitatori, lo spirito ribelle? Non si stavano verificando appropriazioni di terre e invasioni di poderi? Gli imprenditori e gli agricoltori non si sentivano forse minacciati? Molti di loro non erano forse andati all’estero? Non era ciò che dicevano ogni giorno i giornali e le radio?
– Negli Stati Uniti non esistono i sindacati? – replicava Árbenz. – I sindacati liberi e indipendenti non esistono in Russia, per l’appunto.
Ma l’ambasciatore non voleva capire e ripeteva, a volte in tono calmo e altre volte minaccioso, che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato l’esistenza di una colonia sovietica tra la California e il Canale di Panama. «Senza che questo costituisse una minaccia», per quello c’erano i marines che circondavano il Guatemala dai Caraibi e dal Pacifico.
– Sa quanti sono in questo momento i cittadini russi presenti in Guatemala? – argomentava Árbenz. – Neanche uno, ambasciatore. Mi dice come può l’Unione Sovietica trasformare il Guatemala in una sua colonia se in questo paese non c’è neppure un cittadino sovietico?
Anche le proteste del presidente Árbenz contro la campagna di stampa nata negli Stati Uniti, che si stava diffondendo nel mondo intero, erano inutili. Com’era possibile che giornali prestigiosi come il «New York Times», il «Washington Post», «Time Magazine», «Newsweek», «Chicago Tribune» avessero inventato un simile spauracchio: il comunismo in Guatemala!? Una menzogna bella e buona, che distorceva indegnamente le riforme sociali volte a impedire precisamente che la povertà, le ingiustizie e le diseguaglianze sociali spingessero i guatemaltechi verso il comunismo. Il diplomatico si limitava a rispondere che negli Stati Uniti, paese democratico, la stampa era libera, e che il governo non si intrometteva. Con dovizia di particolari Árbenz gli spiegava che la riforma agraria non avrebbe nazionalizzato neppure un pezzettino di terra coltivata dalla Frutera, cioè dalla United Fruit, o dai latifondisti guatemaltechi. Erano state colpite soltanto le terre oziose, incolte. E le terre nazionalizzate erano pagate ai proprietari al prezzo indicato da loro nelle valutazioni per le dichiarazioni fiscali.
Il presidente invitava l’ambasciatore, invece di incontrare tutti i militari esortandoli a organizzare un golpe contro il suo governo – il diplomatico lo ascoltava imperterrito mentre gli riferiva quei particolari – a girare il paese per vedere con i suoi occhi il mezzo milione di indios che avevano finalmente ricevuto i lotti di terreno che li avrebbero resi proprietari – sí, signor ambasciatore, pro-prie-ta-ri – destinati a prosperare e a trasformare il Guatemala in una società senza fame, senza sfruttatori, senza poveri, secondo il modello degli Stati Uniti. L’ambasciatore Peurifoy, trincerato dietro la propria insensibilità e ossessionato dalla propria missione, non era mai uscito da Città del Guatemala. E in tutti i colloqui con il presidente si era limitato a ripetergli piú volte la stessa domanda: – Perché il suo governo si accanisce contro un’impresa statunitense come la United Fruit, signor presidente?
– Lei ritiene giusto, ambasciatore, che in tutta la sua storia di oltre mezzo secolo in Guatemala la Frutera non abbia pagato neanche un centesimo di imposte? – gli rispondeva Árbenz. – Sí, ascolti bene: mai nella sua storia. Neanche un centesimo. Certo, corrompeva i dittatori, Estrada Cabrera, Ubico, che firmavano contratti per esonerarla dal pagamento delle tasse. E siccome ora non può corrompere me, deve pagarle, come fanno tutte le imprese negli Stati Uniti e in tutte le democrazie occidentali. Nel suo paese le aziende non pagano le imposte? Certo, qui ne pagano meno della metà rispetto a quelle che pagano da voi.
Il presidente sapeva che era inutile. E di fatto sapeva anche che l’ambasciatore Peurifoy non desisteva dai tentativi di aizzare l’esercito perché si sollevasse contro il suo governo e facesse un colpo di Stato. Aveva domandato ai suoi ministri se convenisse censurarlo e cacciarlo dal paese, ma il cancelliere Guillermo Toriello si era opposto, assicurando che un atto del genere avrebbe aggravato la crisi con gli Stati Uniti, fungendo da possibile pretesto per lo sbarco dei marines in Guatemala. L’idea dello sbarco era un argomento onnipresente e costante. Árbenz sapeva che causava apprensione tra gli ufficiali dell’esercito guatemalteco, intimoriti da un’invasione che avrebbe potuto polverizzare le forze armate. Le indagini private fatte dal governo indicavano che, nel caso di un’invasione yanqui, almeno metà e fino a tre quarti dell’esercito guatemalteco sarebbe passato al nemico. Era la preoccupazione maggiore del presidente. Fino ad allora era riuscito a controllare i colleghi militari, ma sapeva benissimo che, nel momento in cui i marines avessero messo piede in Guatemala, nelle forze armate ci sarebbe stato un fuggifuggi generale. A volte in quei periodi di grande tensione sentiva, come un prurito in tutto il corpo, il bisogno di un sorso di whiskey o di rum. Ma non cedette mai alla tentazione.
Quando Árbenz diceva a Peurifoy che lui era il primo anticomunista del Guatemala, lo vedeva sorridere sarcasticamente. Quando gli domandava che razza di satellite russo poteva essere un paese che, oltre a non ospitare un solo cittadino russo, non aveva mai avuto relazioni diplomatiche né commerciali con l’Unione Sovietica, e la cui Costituzione proibiva i partiti politici internazionali, quello lo ascoltava senza dire una parola. E lo stesso, seppure con la faccia piú scettica, quando gli assicurava che il Partito guatemalteco del lavoro, che si riconosceva nel comunismo, era un’organizzazione ridicolmente piccola. A volte l’ambasciatore Peurifoy replicava che poteva anche avere quattro parlamentari in croce, ma controllava tutti i sindacati, cosa vera, e aveva seminato il terrore tra le famiglie di agricoltori e imprenditori del Guatemala, molti dei quali erano stati invasi e costretti ad andarsene all’estero. «Non c’è nulla da fare», pensava Árbenz. «Ci hanno mandato un imbecille».
Eppure John Emil Peurifoy non era un imbecille. Un fanatico e un razzista, senza dubbio; e anche un maccartista dalla mente rozza, lento di comprendonio, stando a quanto ripeteva notte e giorno a chi voleva ascoltarla la moglie di Árbenz, la signora María Cristina Vilanova, dal giorno in cui lo aveva conosciuto. Ma era, in ogni caso, un uomo efficiente, che si scagliava alla cieca per abbattere qualunque ostacolo al fine di raggiungere i propri obiettivi. Il messaggero della Cia aveva avuto l’ardire di provare a corrompere il capo dell’esercito, il colonnello Carlos Enrique Díaz (Árbenz Secondo), cui aveva offerto duecentomila dollari durante un viaggio fatto a Caracas affinché «colla...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tempi duri
  4. Prima
  5. Capitolo primo
  6. Capitolo secondo
  7. Capitolo terzo
  8. Capitolo quarto
  9. Capitolo quinto
  10. Capitolo sesto
  11. Capitolo settimo
  12. Capitolo ottavo
  13. Capitolo nono
  14. Capitolo decimo
  15. Capitolo undicesimo
  16. Capitolo dodicesimo
  17. Capitolo tredicesimo
  18. Capitolo quattordicesimo
  19. Capitolo quindicesimo
  20. Capitolo sedicesimo
  21. Capitolo diciassettesimo
  22. Capitolo diciottesimo
  23. Capitolo diciannovesimo
  24. Capitolo ventesimo
  25. Capitolo ventunesimo
  26. Capitolo ventiduesimo
  27. Capitolo ventitreesimo
  28. Capitolo ventiquattresimo
  29. Capitolo venticinquesimo
  30. Capitolo ventiseiesimo
  31. Capitolo ventisettesimo
  32. Capitolo ventottesimo
  33. Capitolo ventinovesimo
  34. Capitolo trentesimo
  35. Capitolo trentunesimo
  36. Capitolo trentaduesimo
  37. Dopo
  38. Ringraziamenti
  39. Nota
  40. Il libro
  41. L’autore
  42. Dello stesso autore
  43. Copyright

Domande frequenti

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