Freddo. Un freddo che morde la pelle, taglia la carne e trapana le ossa. Un freddo umido che attanaglia i muscoli e brucia le viscere. Freddo. In quel primo istante di coscienza è l’unica cosa a cui riesce a pensare.
L’oscurità è quasi assoluta. Soltanto uno spiraglio di chiarore filtra dall’alto. È un alito di luce smorta che aderisce alle ombre come una polvere brillante e fa trapelare i confini dello spazio in cui si trova. Le sue pupille si dilatano e riesce a intravedere un locale delle dimensioni di una piccola stanza. Le pareti sono di pietra nuda. Distillano un’umidità che riluce nella penombra, come se un pianto oscuro vi scivolasse sopra. Il pavimento di roccia è allagato di qualcosa che non sembra acqua. Il fetore che aleggia nell’aria è intenso. Di fronte a lui si nota una fila di grosse sbarre arrugginite e, più in là, dei gradini che salgono nel buio.
È in una cella.
Valls cerca di alzarsi ma gli cedono le gambe. Non riesce a fare nemmeno un passo che gli si piegano le ginocchia e cade su un fianco. Sbatte la faccia sul pavimento e impreca. Cerca di riprendere fiato. Resta abbattuto per qualche minuto, il viso appiccicato allo strato viscoso che ricopre il pavimento ed emana un odore metallico e dolciastro. Ha la bocca secca, come se avesse inghiottito della terra, e le labbra spaccate. Cerca di toccarsele con la mano destra ma si accorge di non sentirla, come se non ci fosse nulla al di sotto del gomito.
Riesce a sedersi issandosi con il braccio sinistro. Solleva la mano destra davanti al volto e la osserva in controluce sul velo di chiarore giallastro che tinge l’aria. Gli trema la mano. La vede tremare, ma non la sente. Cerca di aprire e chiudere il pugno, ma i muscoli non rispondono. Soltanto allora si accorge che gli mancano due dita, l’indice e il medio. Al loro posto ci sono due macchie nerastre da cui pendono brandelli di pelle e di carne. Valls vuole urlare, ma ha la voce rotta e riesce soltanto ad articolare un gemito vuoto. Si lascia cadere sulla schiena e chiude gli occhi. Inizia a respirare dalla bocca per eludere l’intenso fetore che avvelena l’aria. Mentre lo fa gli torna alla memoria un ricordo d’infanzia, di una lontana estate nella tenuta che i suoi genitori avevano nei dintorni di Segovia e di un vecchio cane che si era rifugiato nello scantinato della casa padronale per morire. Valls ricorda che quella puzza nauseabonda che si era impossessata della casa era simile a quella che adesso gli brucia in gola. Ma questa è molto peggio e quasi non permette di pensare. Dopo un po’, minuti o forse ore, è vinto dalla stanchezza e cade in un sopore torbido tra la veglia e il sonno.
Sogna di viaggiare in un treno sul quale è l’unico passeggero. La locomotiva cavalca furiosa su nubi di vapore nero verso una labirintica cittadella di fabbriche cattedralizie, torri affilate e un groviglio di ponti e tetti in una cospirazione di moltitudini di angoli impossibili sotto un cielo sanguinolento. Poco prima di penetrare in un tunnel che sembra non avere fine, Valls sporge la testa dal finestrino del vagone e vede che l’ingresso è sorvegliato dalle statue di due grandi angeli con le ali spiegate e i denti aguzzi che spuntano dalle labbra. Un cartello sgangherato sull’architrave recita:
Barcellona
Il treno s’immerge nel tunnel con un fracasso infernale e, quando emerge dall’altra parte, di fronte si innalza la sagoma della montagna del Montjuic, il castello stagliato sulla cima, avvolto in un’aura di luce cremisi. Valls sente torcerglisi le budella. Un controllore ritorto su se stesso come il tronco di un vecchio albero sferzato dalla tormenta si avvicina lungo il corridoio e si ferma davanti al suo scompartimento. Sull’uniforme ha una targhetta che dice SALGADO.
«La sua fermata, signor direttore…»
Il treno risale la strada serpeggiante che ricorda così bene e si addentra nel recinto del carcere. Si ferma in un corridoio buio e Valls scende. Il treno riprende la marcia e si perde nell’oscurità. Valls si volta e scopre che è rimasto imprigionato in una cella della prigione. Una sagoma scura lo osserva dall’altro lato delle sbarre. Quando Valls vuole spiegargli che si tratta di un errore, che si trova dal lato sbagliato e che lui è il direttore del carcere, la voce non gli arriva alle labbra.
Il dolore appare più tardi e lo strappa dal sogno come se si trattasse di una corrente elettrica.
La puzza di carogna, l’oscurità e il freddo sono sempre lì, ma adesso quasi non ci fa caso. L’unica cosa a cui riesce a pensare è il dolore. Un dolore come non lo ha mai conosciuto. Come non avrebbe mai potuto immaginare. La mano destra gli brucia. La sente come se l’avesse messa in un falò e non la potesse togliere. Si afferra il braccio destro con la mano sinistra. Perfino nell’ombra può accorgersi che le due macchie scure che si trovano dove dovrebbero esserci le sue due dita suppurano quello che pare un liquido denso e sanguinolento. Urla in silenzio.
Il dolore lo aiuta a ricordare.
Le immagini di quanto è accaduto iniziano a disegnarsi nei suoi pensieri. Ricorda l’istante in cui il profilo di Barcellona si forma in lontananza nel crepuscolo. Valls la osserva stagliarsi come il grande scenario di uno spettacolo da fiera attraverso il parabrezza dell’auto e ricorda quanto odi quel posto. Il suo fedele guardaspalle Vicente guida in silenzio, concentrato sul traffico. Se ha paura, non lo dimostra. Percorrono viali e strade dove si può vedere la gente ben coperta che affretta il passo sotto una cortina di neve che aleggia nell’aria come nebbia di cristallo. Imboccano un viale per dirigersi verso la parte alta della città e ben presto si addentrano in una strada che sale tracciando mille curve verso la cornice di Vallvidrera. Valls riconosce quella strana cittadella di facciate appese al cielo. A poco a poco Barcellona rimane ai loro piedi, un tappeto di tenebre che si fonde con il mare. La funicolare s’inerpica per il pendio tracciando un serpente di luce dorata che va ritagliando le grandi ville moderniste che puntellano la montagna. Lì, immersa fra gli alberi, spunta la sagoma della vecchia casona. Valls deglutisce. Vicente lo guarda e lui annuisce. Presto sarà tutto finito. Valls fa scattare il percussore del revolver che ha in mano. È già notte quando arrivano davanti alla villa. Il cancello è aperto. La macchina si addentra nel giardino invaso dalle erbacce e gira attorno alla fontana, secca e ricoperta d’edera. Vicente ferma l’auto davanti alla scalinata che porta all’ingresso. Spegne il motore ed estrae il suo revolver. Vicente non usa mai pistole, soltanto revolver. Un revolver, dice, non s’inceppa mai.
«Che ore sono?» chiede Valls con un filo di voce.
Vicente non fa in tempo a rispondere. Tutto accade molto in fretta. Il guardaspalle ha appena estratto la chiave dal quadro quando Valls nota una sagoma dall’altra parte del finestrino. Non l’ha vista avvicinarsi. Vicente, senza aprire bocca, lo scosta di lato e spara. Il vetro gli esplode a pochi centimetri dal volto. Valls sente un vento di schegge di vetro che gli si inchiodano sulla faccia. Il fragore dello sparo lo rintrona, le orecchie pugnalate da un sibilo assordante. Prima che la nube di polvere da sparo che aleggia nell’auto svanisca, la portiera del conducente si apre di botto. Vicente si volta, revolver in mano, ma prima che possa sparare un secondo colpo qualcosa gli attraversa la gola. Vicente si afferra il collo con le mani. Il sangue, scuro, gli sgorga fra le dita. Per un attimo i loro sguardi si incrociano, quello di Vicente stregato dall’incredulità. Un secondo dopo il guardaspalle cade sul volante e il clacson inizia a suonare. Valls cerca di sorreggerlo, ma l’autista si piega di lato e metà del suo corpo rimane penzoloni fuori dall’auto. Valls impugna il revolver con tutte e due le mani e lo punta contro il nerume al di là della portiera aperta del conducente. Allora avverte il respiro alle proprie spalle e quando si volta per sparare l’unica cosa che avverte è un colpo secco e gelido sulla mano. Sente il metallo sull’osso ed è invaso da una nausea che gli offusca la vista. Il revolver gli cade in grembo e nota il sangue scorrergli lungo il braccio. La sagoma gli si avvicina, con in mano il coltello dalla lama insanguinata, sgocciolante. Cerca di aprire la portiera dell’auto, ma il primo sparo deve aver bloccato la serratura. Le mani lo afferrano per il collo e lo strattonano con rabbia. Valls sente che lo strappano via dalla macchina attraverso il foro nel finestrino e lo trascinano lungo il sentiero di ghiaia fino ai gradini di marmo scheggiato. Sente passi leggeri che si avvicinano. La luce della luna ritaglia quello che nel suo delirio crede essere un angelo e poi immagina che sia la morte. Valls affronta quello sguardo e comprende il proprio errore.
«Di cosa ridi, bastardo?» domanda la voce.
Valls sorride.
«Somigli tanto…» mormora.
Valls chiude gli occhi e attende allora il colpo di grazia, che non arriva. Sente il suo angelo sputargli in faccia. I suoi passi si allontanano. Dio, o il diavolo, hanno pietà di lui e a un certo punto ...