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Angolo buio
Informazioni su questo libro
Bisognoso di soldi, Carl Martin affitta un piano della casa che ha appena ereditato in un elegante quartiere londinese al primo aspirante inquilino che si presenta, Dermot McKinnon. E questo è il suo primo errore.
Il secondo è conservare la strana collezione di pillole omeopatiche e medicine alternative del padre. Il terzo venderne alcune a un'amica, che dopo poco viene ritrovata morta. Il che offre a Dermot l'occasione per iniziare a ricattare Carl…
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Informazioni
Print ISBN
9788804669524eBook ISBN
97888520771801
Per molti anni Wilfred Martin aveva raccolto campioni di medicinali alternativi, rimedi omeopatici e pillole a base di erbe. Non ne aveva usato quasi nessuno, anzi, nemmeno aveva pensato di farlo, tanto ne aveva paura, ma ciò non gli aveva impedito di custodirli nell’armadietto di un bagno della sua casa in Falcon Mews, nel quartiere londinese di Maida Vale, così che alla sua morte erano passati, insieme all’abitazione e a quanto conteneva, a suo figlio Carl.
La madre di Carl gli aveva raccomandato di sbarazzarsi di tutto. Flaconi, boccette, bustine: tutta robaccia, inutile nel migliore dei casi, e forse pericolosa, che toglieva solo spazio. Carl, però, non aveva buttato via nulla. Non poteva importargliene di meno: aveva altro a cui pensare. Se avesse saputo come la collezione del padre, e un suo articolo in particolare, gli avrebbe cambiato, trasformato, rovinato la vita, avrebbe gettato tutto in un sacco di plastica, l’avrebbe portato da basso e scaraventato nel bidone della spazzatura.
Carl aveva preso possesso della vecchia casa di famiglia di Falcon Mews all’inizio dell’anno. Da quando i suoi avevano divorziato, sua madre si era trasferita a Camden. Per qualche tempo non aveva più ripensato al contenuto dell’armadietto del bagno. Era occupato con la sua ragazza, Nicola, con il suo romanzo La porta della morte, appena uscito, e con il trasloco dall’ultimo piano di quella stessa casa. Quelle due stanze con bagno e cucina non gli servivano più: gli serviva molto, invece, l’affitto che poteva ricavarne. Per quanto eccitato dalla pubblicazione del suo primo libro, a ventitré anni non era così ingenuo da illudersi di riuscire a mantenersi solamente scrivendo. Nel centro di Londra il costo degli affitti aveva toccato livelli mai visti, e Falcon Mews, una strada a mezzaluna che da Sutherland Avenue arrivava fino a Castellain Road, nel cuore di Maida Vale, era una sistemazione molto attraente e richiesta. Pertanto aveva pubblicato un annuncio di affittasi sul «Paddington Express», e il mattino dopo venti aspiranti inquilini si erano presentati sulla porta di casa sua. Perché scelse il primo, Dermot McKinnon, non lo capì mai. Forse perché non aveva voglia di esaminare decine di persone. Una decisione che avrebbe rimpianto amaramente.
Non all’inizio, però. In apparenza, il solo lato respingente di Dermot era l’aspetto fisico: i denti gialli e irregolari, l’estrema magrezza, le spalle curve. “Non si rifiuta un affittuario per la sua scarsa avvenenza” si era detto Carl, e non c’erano dubbi sul fatto che quell’uomo fosse in grado di pagare l’affitto. Dermot lavorava alla clinica veterinaria Sutherland, nella strada accanto, e aveva mostrato delle referenze firmate dalla sua responsabile. Carl gli aveva chiesto di versare ogni rata mensile dell’affitto l’ultimo giorno del mese precedente, e forse il primo errore era stato esigere che la somma gli venisse corrisposta non tramite bonifico, ma in contanti o con un assegno lasciato davanti alla porta. Si rendeva conto che al giorno d’oggi si trattava di una richiesta insolita, ma lui voleva vedere entrare i soldi dell’affitto, stringerli tra le dita. Dermot non aveva avuto nulla da obiettare.
Carl aveva già iniziato a lavorare al secondo romanzo, incoraggiato a darci dentro dalla sua agente, Susanna Griggs. Non si aspettava di ricevere un anticipo sul pagamento prima di averlo finito e fatto leggere e approvare tanto da Susanna quanto dal suo editor. Non erano previsti introiti nemmeno sull’edizione in tascabile della Porta della morte, in quanto nessuno credeva che sarebbe mai arrivato a vendere tanto. Ciò nonostante, Carl era un autore pubblicato e promettente, e al tempo stesso un padrone di casa che percepiva un affitto, e ciò bastava a farlo sentire ricco.
Per raggiungere il suo appartamento, Dermot doveva entrare in casa di Carl dalla porta principale e salire due rampe di scale, ma non faceva rumore e, come diceva lui, sapeva “starsene al proprio posto”. Carl si era già accorto di come il suo inquilino fosse un maestro di frasi fatte. Per un po’ tutto era parso filare liscio. Puntualmente, l’ultimo giorno del mese, i soldi dell’affitto gli arrivavano sotto forma di banconote da venti sterline infilate in una busta.
Su Falcon Mews si affacciavano case piuttosto piccole, tutte diverse per aspetto e colore, disposte in lunghe file l’una di fronte all’altra. La strada era pavimentata con ciottoli, tranne alle due estremità dove incontrava Sutherland Avenue, riservate ai parcheggi dei residenti. La casa ereditata da Carl era color ocra, con infissi bianchi come i vasi di fiori sui davanzali. Aveva un giardinetto sul retro, molto trascurato, in fondo al quale sorgeva un capanno di legno che custodiva attrezzi rotti e un tagliaerba defunto.
In quanto ai medicinali alternativi, Carl si era limitato a prendere un paio di dosi di qualcosa detto “acido benzoico” per curare un raffreddore. Avrebbe dovuto fargli passare tosse e catarro, ma non aveva sortito alcun effetto. A parte quello, non aveva mai aperto l’armadietto che conteneva la raccolta di flaconi e boccette.
Ogni mattina alle nove Dermot McKinnon lasciava l’appartamento per recarsi alla clinica veterinaria Sutherland, da dove rincasava per le cinque e mezzo. La domenica andava in chiesa. Se non fosse stato lui stesso a dirglielo, Carl non avrebbe mai immaginato che fosse un praticante. Frequentava le chiese dei paraggi: Saint Saviour in Warwick Avenue, per esempio, o Saint Mary a Paddington Green.
Si incontrarono per strada una domenica mattina e Dermot gli disse: «Sto andando alla messa mattutina».
«Davvero?»
«Vi partecipo regolarmente» rispose Dermot, aggiungendo: «“Ricordati di santificare le feste”».
Carl invece stava andando a bersi un caffè con la sua amica Stacey Warren. Si erano conosciuti a scuola e poi avevano frequentato la stessa università, dove Carl si era iscritto a Filosofia mentre Stacey aveva seguito un corso di recitazione. Mentre lei era all’università i suoi genitori erano morti in un incidente d’auto, lasciandole in eredità un sacco di soldi, abbastanza da permettersi un appartamento a Primrose Hill. Stacey voleva fare l’attrice, e con il suo volto grazioso e la sua figura snella aveva ottenuto una parte di spicco in una sitcom, Station Road. Il suo volto era divenuto noto al pubblico televisivo da un giorno all’altro; della sua figura snella, invece, si erano perse le tracce nel giro di pochi mesi.
«Ci ho messo una pietra sopra» confidò a Carl, seduto davanti a lei al caffè del quartiere, il Café Rouge. «Cosa devo fare?» Gli altri clienti le gettavano sguardi non esattamente discreti. «Tutti sanno chi sono. E tutti pensano che sia diventata grassa. Che ne sarà della mia carriera?»
Carl era magrissimo: nemmeno sapeva quanto pesava, e non gliene importava. «Dovrai metterti a dieta, immagino.»
«David e io abbiamo rotto. È dura da superare. E dovrei pure morire di fame?»
«Non so niente di diete, Stacey. Ma non occorre arrivare al punto di morire di fame, no?»
«Preferirei prendere una di quelle pillole magiche che vengono pubblicizzate online. Tu nei sai qualcosa?»
«Perché?» chiese Carl. «A me non interessano.»
La cameriera portò loro i due brownies al cioccolato e la fetta di torta alle carote che aveva ordinato Stacey. Carl non commentò.
«Non ho fatto colazione» disse lei.
Carl si limitò ad annuire.
Mentre tornava a casa, ripensando a Stacey e al suo problema, passò davanti alla libreria dove lavorava il suo amico Will Finsford. Era una delle ultime librerie indipendenti nel raggio di chilometri, e Will gli aveva confidato che la notte rimaneva sveglio per la paura di essere costretto a chiudere, soprattutto adesso che il negozio biologico lungo la strada non solo aveva cessato l’attività, ma era andato addirittura in fallimento.
Carl lo vide sistemare i best-seller in vetrina ed entrò.
«Hai dei libri su come perdere peso, Will?»
Lui lo squadrò da capo a piedi. «Ma se quasi non ti si vede più.»
«Non per me. Per una ragazza che conosco.»
«Non per la bella Nicola, spero» disse Will.
«No, è un’altra. Un’amica che è diventata grassa. Immagino che non dovrei servirmi di questo termine, vero?»
«Con me puoi usarlo senza problemi. Da’ un’occhiata sugli scaffali della sezione Salute e benessere.»
Carl non trovò nulla che gli parve adatto. «Passa a trovarmi una sera, ti va?» disse. «Porta Corinne. La bella Nicola sarà felice di vederti. Ti facciamo uno squillo.»
Will rispose di sì e tornò a occuparsi della vetrina.
Rincasando, Carl capì che in realtà non gli serviva un libro. Stacey aveva parlato di pillole. Si domandò se non ci fossero dei farmaci per dimagrire nel mucchio di “pozioni” di suo padre, come ormai era arrivato a considerarle. Wilfred Martin era sempre stato magro, perciò era improbabile che avesse mai assunto nulla del genere, ma esistevano medicinali che dichiaravano di assolvere a un duplice scopo, migliorando la pelle, per esempio, o curando le indigestioni.
Pensò a suo padre, un uomo taciturno e piuttosto bizzarro. Gli spiaceva che Wilfred non ci fosse più, anche se non avevano mai avuto molto in comune. Rimpiangeva che non fosse vissuto abbastanza da vedere pubblicato La porta della morte. Se non altro aveva lasciato a Carl la casa, con la sua rendita potenziale. Era stato il suo modo di benedire la carriera scelta dal figlio? Carl se lo augurava.
La casa era immersa nel silenzio quando entrò, ma lo era sempre, che Dermot ci fosse o no. Era un buon inquilino. Carl salì e vide che la porta del bagno era aperta. Dermot disponeva del suo bagno privato nell’appartamento al piano superiore, perciò non aveva motivo di usare questo. Probabilmente era stato lui stesso a dimenticarsela aperta, pensò Carl mentre entrava e si chiudeva la porta alle spalle.
Le pillole e le pozioni di Wilfred erano contenute in un armadietto diviso in cinque scomparti alla sinistra del lavabo. Carl si serviva abitualmente solo del ripiano più alto: non gli occorreva molto spazio, tanto più che teneva spazzolino, dentifricio e deodorante sulla mensola sopra il lavandino. Mentre esaminava la raccolta di flaconi, fiale, involti, boccette, tubetti, scatole di latta e blister di pillole, si chiese perché avesse tenuto tutta quella roba. Di certo non per il suo valore sentimentale. Aveva voluto bene a suo padre, ma considerava quelle pillole e pozioni alla stregua di rimedi da ciarlatano, robaccia inutile. Prendendo alcune boccette a caso, vide che un sacco di prodotti dichiaravano di curare i problemi cardiaci e prevenire attacchi di cuore, eppure suo padre aveva avuto due infarti, di cui il secondo fatale.
No, qui non c’era niente per facilitare la perdita di peso, si disse Carl. Meglio gettare via tutto, fare un bel repulisti. Ma cosa c’era in quel sacchetto di plastica dalla chiusura ermetica nel secondo ripiano dall’alto? Capsule gialle, tantissime, con l’etichetta DNP. La dicitura prometteva: “Il metodo garantito per perdere peso!”. Dietro il sacchetto di capsule stava una scatola piena di bustine contenenti anch’esse DNP, ma in formato solubile.
Mentre prendeva il sacchetto si accorse che, più sotto, l’etichetta raccomandava di servirsene con cura, di non eccedere le dosi indicate e così via. Le solite cose scritte in piccolo, e che si trovavano anche nei foglietti che accompagnavano i più banali analgesici. Lasciò le capsule dov’erano e scese al piano di sotto a cercare “DNP” su Internet. Non ci riuscì, però, perché lo squillo del campanello gli ricordò che Nicola, la bella, dolce e intelligente Nicola, sarebbe venuta a passare il resto del giorno e la notte da lui. Andò ad aprirle, dicendosi che avrebbe dovuto darle una chiave. Voleva che lei facesse parte davvero della sua vita. Aveva Nicola, un nuovo romanzo in cantiere e un inquilino affidabile. La vita gli sorrideva.
E per il momento si scordò completamente delle pillole per dimagrire.
2
All’inizio quello del padrone di casa sembrava un ruolo privo di preoccupazioni. Dermot pagava l’affitto il giorno stabilito, senza storie. Cioè, così andò i primi due mesi. Il 31 marzo era un lunedì, e alle otto e mezzo Carl, come sempre, stava facendo colazione quando sentì i passi di Dermot lungo le scale. In genere erano seguiti da un colpetto alla porta, ma non questa volta. La porta d’ingresso si chiuse, Carl si alzò per andare a guardare dalla finestra e vide Dermot camminare per strada verso Sutherland Avenue. Forse avrebbe pagato in serata, pensò.
Carl non leggeva mai i quotidiani, limitandosi a piluccare pezzi di articoli online, eppure il primo di aprile ne comprò un paio per vedere se riusciva a trovare qualche scherzo. La frottola migliore che avesse mai sentito, pubblicata prima che lui nascesse, dichiarava che su una spiaggia del Mediterraneo erano state trovate le braccia della Venere di Milo. Lo faceva ridere ancora oggi, e quando arrivò a casa di sua madre, il mancato pagamento dell’affitto gli era già uscito di mente. Il primo di aprile era anche il compleanno della mamma di Carl, che era stato invitato a pranzo insieme a un cugino e a due amici di famiglia. Lei gli aveva chiesto se anche alla sua ragazza avrebbe fatto piacere venire, ma lui aveva risposto che a quell’ora Nicola sarebbe stata al lavoro, al ministero della Sanità a Whitehall. Era una deliziosa giornata di sole e percorse a piedi metà del tragitto verso casa prima di salire sull’autobus numero 46.
Restava ancora la questione dell’affitto in ritardo. Nessuna traccia di una busta da parte di Dermot. La mattina dopo Carl si svegliò molto presto, in preda alla preoccupazione. Non gli andava di mettersi a discutere con Dermot, anzi, scoprì che tale prospettiva bastava a farlo sudare. Si stava bevend...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Angolo buio
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- 7
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