I casi di Theodore Boone - 6. Lo scandalo
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I casi di Theodore Boone - 6. Lo scandalo

  1. 204 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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I casi di Theodore Boone - 6. Lo scandalo

Informazioni su questo libro

Pur avendo solo tredici anni, Theodore Boone è già riuscito a dimostrare di poter realizzare il suo più grande sogno: diventare un avvocato. Dotato di un forte senso della giustizia e di un fiuto infallibile, Theo non può fare a meno di mettersi dalla parte dei più deboli. Ma a tredici anni c'è anche un'altra sfida da affrontare: l'esame che stabilisce a quale liceo potrà iscriversi, un test identico in ogni istituto della città. Dai risultati però emerge un'anomalia: una delle peggiori scuole di Strattenburg fa riscontrare i voti migliori. E se si trattasse di un imbroglio? Il fiuto di Theo si mette all'opera per scoprire se qualcuno potrebbe aver alterato i risultati, ma questa volta sembra tutto più difficile, perché a rischio non c'è soltanto la sua reputazione di investigatore, ma anche, e soprattutto, il suo futuro…

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804669098
eBook ISBN
9788852076657

CAPITOLO 1

Theodore Boone si svegliò di pessimo umore. A dire il vero, si era addormentato così la sera prima, ma la notte non aveva migliorato le cose. Con i pochi raggi di sole che illuminavano la stanza, fissava il soffitto cercando di escogitare il modo di sottrarsi all’intera settimana. La scuola di solito gli piaceva (gli amici, gli insegnanti, quasi tutta la classe, i dibattiti), ma certi giorni non si sarebbe mai alzato dal letto. Questa era una di quelle volte, era la settimana peggiore dell’anno. A cominciare dall’indomani – martedì – e fino a venerdì, lui e tutti gli studenti di terza media sarebbero rimasti incollati al proprio banco per affrontare una serie di orribili prove d’esame.
Giudice capiva che qualcosa non andava, e dunque, a un certo punto, aveva abbandonato la sua cuccia accanto al letto per accomodarsi sulle coperte. La signora Boone inorridiva al pensiero che il cane dormisse nel letto del figlio, ma in quel momento lei era di sotto, a godersi il suo attimo di pace con il giornale del mattino, e non l’avrebbe mai saputo. Oppure sì? Ogni tanto notava i peli del cane sulle coperte e chiedeva a Theo se Giudice dormisse con lui. Theo rispondeva quasi sempre di sì, facendo subito seguire a quell’ammissione la domanda: «Ma cosa dovrei fare?». Come faceva lui, mentre dormiva profondamente, a tenere d’occhio il cane? Insomma, a dirla tutta, il cane a letto non ce lo voleva nemmeno lui. Giudice aveva la fastidiosa abitudine di spaparanzarsi al centro del materasso, pretendendo che Theo si spostasse sul bordo, con il rischio frequente di precipitare sul pavimento e risvegliarsi con un bernoccolo in testa. No, Theo preferiva che Giudice dormisse nella sua cuccia.
La verità era che quel cane faceva i comodi suoi, non solo nella camera di Theo, ma in tutte le stanze della casa.
Era in giorni come quello che Theo invidiava Giudice. Che vita! Niente scuola, niente compiti, niente esami, niente pressioni. Mangiava quando ne aveva voglia, sonnecchiava nello studio dei genitori per tutto il giorno o quasi, e sembrava indifferente alla maggior parte delle cose. I Boone badavano alle sue necessità e lui faceva quello che gli pareva.
Theo si alzò dal letto controvoglia, diede una carezza al cane sulla testa, gli disse “buongiorno” – ma non con l’entusiasmo di sempre – e andò in bagno. La settimana prima, il dentista gli aveva regolato l’apparecchio e gli facevano ancora male le mascelle. Sorrise al proprio riflesso nello specchio, valutò attentamente la situazione di tutto quel metallo che gli riempiva la bocca, e che lui disprezzava, e cercò di rincuorarsi al pensiero che forse si sarebbe tolto l’apparecchio giusto in tempo per cominciare il nuovo anno scolastico.
Si infilò sotto la doccia e cominciò a pensare al primo anno delle superiori. Non era affatto pronto. Aveva tredici anni ed era contentissimo di stare alla scuola media di Strattenburg, dove gli insegnanti – quasi tutti – gli piacevano, era capitano della squadra di oratoria, era quasi Aquila, il grado più alto per gli scout americani; insomma, si considerava un leader. Era certamente l’unico avvocato in erba della scuola, l’unico di sua conoscenza con il sogno di diventare un affermato avvocato di tribunale o un giudice giovane e brillante. Non riusciva a decidersi. L’anno seguente, Theo sarebbe stato soltanto un umile primino, l’ultima ruota del carro. Alle superiori, i primini, cioè gli studenti del primo anno, non erano minimamente rispettati. Delle medie non poteva certo lamentarsi, perché aveva trovato una sua collocazione; una collocazione che di lì a qualche mese, però, si sarebbe dissolta. Ecco di cosa erano fatte le scuole superiori: football, basket, ragazze pompon, giri in macchina, appuntamenti amorosi, gruppi musicali, teatro, classi numerose, abbigliamento, farsi la barba e, be’, crescere. Theo non era pronto per tutto questo. Quasi tutti i suoi amici non vedevano l’ora di diventare grandi, ma lui no.
Uscì dalla doccia e si asciugò. Giudice lo guardava con un unico pensiero nella testa: la colazione. Che cane fortunato!
Mentre si lavava i denti, o meglio, si sciacquava l’apparecchio, Theo dovette ammettere che la vita stava cambiando. Le superiori si stavano lentamente profilando all’orizzonte. Fra i segnali più importanti e sgradevoli c’erano i test standardizzati, un’idea tremenda venuta in mente a certi esperti in un posto lontanissimo. Secondo quelle persone era necessario che gli studenti di terza media di tutto lo Stato si sottoponessero contemporaneamente al medesimo esame, affinché i dirigenti scolastici di Strattenburg e di tutte le altre scuole potessero regolarsi per confrontarsi tra loro. Una delle ragioni era questa. L’altra, almeno a Strattenburg, era di dividere in tre gruppi gli studenti che sarebbero andati alle superiori. I più bravi sarebbero finiti in una sezione veloce, quella del “percorso d’eccellenza”; i più deboli li avrebbero piazzati nelle sezioni “lente”; quelli in mezzo sarebbero finiti nelle sezioni “normali” e si sarebbero goduti le superiori senza trattamenti particolari.
Tuttavia c’era un’altra ragione ancora: valutare la bravura degli insegnanti. I professori delle classi che superavano brillantemente le prove potevano ricevere un bonus in denaro. Se la classe andava male, l’insegnante rischiava ogni genere di sventura, persino il licenziamento.
Inutile dire che l’intero procedimento di esaminare, assegnare voti, monitorare i risultati e valutare gli insegnanti era ormai una patata bollente. Gli studenti, naturalmente, lo odiavano. Alla gran parte dei docenti non piaceva. Quasi tutti i genitori volevano i figli nel percorso d’eccellenza, ma quasi tutti restavano delusi. Chi si ritrovava con i figli nelle sezioni lente era inviperito; si vergognava addirittura.
Dunque, il dibattito infuriava. La signora Boone era assolutamente contraria a quel tipo di esame, e quindi, ovviamente, il signor Boone era a favore. In famiglia se ne era discusso per settimane: a cena, in macchina, persino davanti alla televisione. Per un mese, gli insegnanti di terza avevano preparato gli studenti alla prova. “Insegnare ai fini dell’esame” era la definizione preferita; ovvero, nessuna creatività e nessuno spasso in aula.
Gli esami non erano neppure cominciati e Theo era già stufo. Si vestì, prese lo zaino e scese di sotto con Giudice alle calcagna. Salutò sua madre, che come sempre era in vestaglia, raggomitolata sul divano a sorseggiare il caffè e a leggere il giornale. Di solito il signor Boone usciva presto per prendere il caffè e scambiare pettegolezzi con gli amici in una tavola calda del centro.
Theo preparò due scodelle di cereali; una la mise a terra per Giudice. Mangiavano spesso in silenzio, anche se a volte la signora Boone li raggiungeva per fare due chiacchiere. Lo faceva quando sospettava che il figlio avesse qualche preoccupazione. Quel giorno entrò in cucina, si versò dell’altro caffè e si sedette di fronte a Theo. «Che programmi hai per oggi?» gli domandò.
«Farò ancora un po’ di ripasso e di esercitazioni per l’esame.»
«Sei agitato?»
«Non direi, ma già non ne posso più. Non me la cavo tanto bene con questo tipo di prove, ed è per questo che non mi piacciono.»
Era vero. Theo aveva A in tutte le materie tranne qualche sporadica B in scienze, ma le prove standardizzate non erano mai state il suo forte. «E se l’anno prossimo non riesco a entrare nel percorso d’eccellenza?» domandò.
«Teddy, alle superiori andrai benissimo, così come al college e alla facoltà di legge. Se è lì che deciderai di iscriverti. Non preoccuparti di dove ti metteranno l’anno prossimo.»
«Grazie, mamma.» Gli erano sembrate delle belle parole nonostante l’avesse chiamato Teddy, un nomignolo che fortunatamente usava solo lei e solo quando nessuno poteva sentirli.
I genitori di certi amici di Theo perdevano la ragione e il sonno per quegli esami. Erano convinti che, senza la lode, il destino avrebbe riservato ai figli una vita miserrima. A Theo sembrava una scemenza.
«Immagino tu sappia già che a livello nazionale ci sono state reazioni negative nei confronti di questi esami» disse sua madre. «Stanno diventando molto impopolari; pare che si imbrogli a tutto spiano.»
«Come si fa a imbrogliare nelle prove standardizzate?»
«Non saprei, ma l’ho letto da qualche parte. In un distretto, gli insegnanti hanno cambiato le risposte. Difficile crederci, no?»
«Perché mai un insegnante dovrebbe fare una cosa del genere?»
«Be’, in questo caso, non si trattava di una scuola molto buona; il distretto l’ha commissariata. In più, gli insegnanti volevano raggiungere i requisiti per avere il bonus. Tuttavia, non ha proprio senso.»
«Mi sa che sto per ammalarmi. Sono pallido?»
«No, Teddy. Mi sembri sano come un pesce.»
Erano le otto, bisognava darsi una mossa. Theo sciacquò le due ciotole e le lasciò nel lavandino, come sempre. Baciò la madre sulla guancia e disse: «Io vado».
«Ce li hai i soldi per il pranzo?» gli domandò lei; era la stessa domanda, cinque giorni alla settimana.
«Sempre.»
«E i compiti, li hai fatti tutti?»
«Fino all’ultimo, mamma.»
«E quando ti rivedo?»
«Passo allo studio dopo la scuola.» Theo vi faceva tappa immancabilmente tutti i giorni dopo le lezioni, ma la signora Boone non rinunciava mai a chiederglielo.
«Sta’ attento» gli disse. «E ricordati di sorridere.»
«Sto sorridendo, mamma.»
«Ti voglio bene, Teddy.»
«Anch’io.»
Theo uscì di casa e salutò Giudice, che sarebbe andato con la signora Boone in ufficio, dove avrebbe dormito spensierato tutto il giorno. Theo montò in bici e sfrecciò via, desiderando ancora una volta che fosse possibile trasformarsi in un cane per i quattro giorni a seguire.

CAPITOLO 2

La campanella suonò alle 8,40 e il professor Mount richiamò le sue truppe all’ordine. Il lunedì, di solito, erano piuttosto turbolenti e non la finivano più di raccontarsi il fine settimana. Quel giorno, invece, erano taciturni. In realtà, tutti quelli di terza media, dai ragazzi agli insegnanti, compresi i dirigenti, forse persino le segretarie e i bidelli, guardavano con terrore alla settimana che avevano davanti.
Woody alzò la mano e disse: «Professor Mount, avrei un’idea. Siccome non mi va di fare il percorso d’eccellenza, e siccome sono fin troppo intelligente per il percorso lento, perché non posso semplicemente essere promosso, essere normale e saltare tutti questi test?».
Con un sorriso, il professor Mount gli rispose: «Perché la scuola dice che gli esami bisogna farli. È l’unico modo per essere sicuri che la nostra scuola funzioni bene».
«La nostra scuola rientra nel dieci per cento delle migliori di tutto lo Stato, o almeno così ci dicono di continuo qui dentro» rispose Woody. «È evidente che funzioniamo bene. Abbiamo insegnanti fantastici, studenti brillanti, non ci manca niente.»
«Spiacente, ragazzi. Insomma, neanche io vado matto per questi esami, ma non le stabilisco io, le regole.»
Woody era inarrestabile. «Va bene, ma si guardi intorno. Sappiamo che Chase, Joey, Aaron e forse Theo avranno un punteggio altissimo e che entreranno nel percorso d’eccellenza. Sappiamo anche che quelli lenti – Justin, Darren e, naturalmente, Edward – finiranno nelle sezioni lente. Perché noi altri non ammettiamo di essere normali e saltiamo la prova?»
In mezzo ai fischi, Edward disse: «Parla per te, idiota».
«Il mio quoziente intellettivo è più alto del tuo» sbottò Darren dall’altra parte dell’aula.
«A ginnastica sei stato quasi segato» gridò Justin dall’ultima fila.
«Buoni, buoni» disse il professor Mount alzando le mani. «Per il momento, basta così.»
«Mi sa che sto per vomitare» disse Woody. «Ho la nausea.»
«Ma finiscila! La prima ora sarà con la professoressa Garman per un ripasso di matematica; poi ci saranno le lingue con la Eberlee, e infine quindici minuti di intervallo. So che non state più nella pelle, ragazzi. Andiamo.»
Tra mugugni e lamenti, si trascinarono fuori dal...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I casi di Theodore Boone - Lo scandalo
  4. CAPITOLO 1
  5. CAPITOLO 2
  6. CAPITOLO 3
  7. CAPITOLO 4
  8. CAPITOLO 5
  9. CAPITOLO 6
  10. CAPITOLO 7
  11. CAPITOLO 8
  12. CAPITOLO 9
  13. CAPITOLO 10
  14. CAPITOLO 11
  15. CAPITOLO 12
  16. CAPITOLO 13
  17. CAPITOLO 14
  18. CAPITOLO 15
  19. CAPITOLO 16
  20. CAPITOLO 17
  21. CAPITOLO 18
  22. CAPITOLO 19
  23. CAPITOLO 20
  24. CAPITOLO 21
  25. CAPITOLO 22
  26. CAPITOLO 23
  27. CAPITOLO 24
  28. CAPITOLO 25
  29. CAPITOLO 26
  30. CAPITOLO 27
  31. LEGGI IL NUOVO LIBRO DELLA SERIE I CASI DI THEODORE BOONE!
  32. Copyright