America
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America

  1. 364 pagine
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Informazioni su questo libro

La tragicomica storia di un ragazzo di Praga che, costretto a emigrare negli Stati Uniti, viene catapultato da una città a misura d'uomo in un mondo caotico dominato dalle rigide norme dell'automazione. Il capolavoro postumo di Kafka (1883-1924) pubblicato incompiuto nel 1927.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804492634
eBook ISBN
9788852076664
VII

Un asilo

LA STRADA dove l’automobile si arrestò doveva essere in qualche sobborgo lontano perché all’intorno c’era molta calma e sull’orlo del marciapiede stavano seduti bambini che giocavano. Un uomo che portava una quantità di vestiti vecchi sopra le spalle, guardava verso le finestre delle case gridando qualche cosa. Uscendo dall’automobile sull’asfalto che il sole mattutino riempiva di caldo e di luce, Karl si sentì poco bene per la stanchezza.
«Abiti veramente qui?» gridò verso l’automobile.
Robinson, che durante tutto il percorso aveva beatamente dormito, brontolò un’informazione incomprensibile e pareva che aspettasse che Karl lo portasse fuori.
«Allora qui non ho più altro da fare. Addio» disse Karl accingendosi ad andare giù per la strada che era lievemente in discesa.
«Ma Karl, cosa ti viene in mente?» gridò Robinson e per la preoccupazione saltò in piedi dentro la vettura con una certa sicurezza, sebbene le ginocchia gli tremassero ancora un poco.
«Bisogna che vada» disse Karl che era stato a guardare la rapida guarigione di Robinson.
«In maniche di camicia?»
«Riuscirò bene a guadagnarmi una giacca» rispose Karl, fece un cenno pieno di sicurezza a Robinson, lo salutò con la mano levata e se ne sarebbe veramente andato se l’autista non avesse gridato: «Ancora un momento di pazienza, caro signore!».
Purtroppo risultò che il conducente pretendeva che gli si pagasse ancora un supplemento per tutto il tempo che aveva aspettato davanti all’albergo.
«Ma sì» gridò dentro l’automobile Robinson per confermare la giustezza di questa richiesta, «sono dovuto restare lì ad aspettarti per tanto tempo. Qualche cosa gli devi dare.»
«Sì, certamente» disse l’autista.
«Sì, se avessi ancora qualche cosa» disse Karl mettendo le mani nelle tasche dei pantaloni sebbene sapesse che non serviva a niente.
«Mi posso rivolgere solamente a lei» disse l’autista piantandosi in mezzo alla strada, «non posso mica pretendere qualche cosa da un uomo ammalato.» Dal portone uscì un ragazzotto col naso rosicchiato e si fermò ad ascoltare a qualche passo di distanza. Nello stesso tempo passava dall’altra parte della strada un poliziotto che fissò, col viso piegato in avanti, l’uomo in maniche di camicia e si fermò.
Robinson, che s’era anche lui accorto della guardia, fece la sciocchezza di gridargli dal finestrino dell’automobile: «Non è niente, non è niente», come se si potesse mandar via una guardia come una mosca. I bambini che avevano scorto la guardia, quando la videro fermarsi rivolsero anch’essi tutta la loro attenzione verso Karl e l’autista, e si avvicinarono di corsa. Sul portone di faccia c’era una vecchia che fissava immobile la scena.
«Rossmann» gridò una voce dall’alto. Era Delamarche che chiamava da un balcone dell’ultimo piano. Si poteva distinguerlo male contro il cielo biancastro, pareva che avesse indosso una veste da camera e guardava sulla strada con un binocolo da teatro. Accanto a lui c’era un ombrellino aperto sotto al quale pareva che sedesse una donna. «Ehi, là» gridò con un grande sforzo per farsi comprendere, «è venuto anche Robinson?»
«Sì» rispose Karl, e come conferma venne subito dalla vettura un secondo “sì”, gridato da Robinson molto più forte.
«Ehi là» rispose gridando, «scendo subito.» Robinson si affacciò allo sportello.
«Quello sì che è un uomo» disse e questa lode per Delamarche era rivolta a Karl, all’autista, alla guardia ed a tutti quelli che volevano ascoltarlo. Sul balcone, verso il quale tutti guardavano ancora per distrazione, sebbene Delamarche fosse già scomparso, si levò veramente sotto all’ombrellino una donna piuttosto grossa, con un vestito rosso tutto svolazzante, e prese il binocolo dal parapetto per guardare le persone sulla strada che solo un poco alla volta distolsero lo sguardo da lei. In attesa di Delamarche, Karl guardava il portone ed il cortile della casa attraverso il quale andava una fila ininterrotta di facchini, ognuno dei quali portava sulla spalla una cassetta piccola ma apparentemente molto pesante. L’autista s’era avvicinato alla vettura e per utilizzare il tempo puliva i fari con un cencio. Robinson si tastava le gambe e le braccia, pareva meravigliato di sentire così poco dolore, sebbene si tastasse con grande prudenza, e incominciò a togliersi cautamente, col viso profondamente piegato verso terra, una delle grosse fasciature che aveva sulla gamba. La guardia teneva obliquamente davanti a sé il suo bastoncino nero e attendeva in silenzio, con la grande calma che le guardie devono avere sia nel servizio normale, sia quando spìano qualcuno. Il ragazzo col naso mangiato si sedette sul paracarro accanto al portone, stendendo le gambe davanti a sé. I bambini si avvicinarono un poco alla volta a Karl perché questi con la sua camicia azzurra, sebbene non si curasse di loro, doveva essere per loro il personaggio più importante.
Dal gran tempo che Delamarche aveva impiegato per scendere, si poteva comprendere quant’era vasta quella casa. Ed anzi Delamarche venne in gran fretta, con la sua veste da camera infilata alla buona. «Siete finalmente arrivati!» esclamò allegro e severo ad un tempo. Siccome camminava a gran passi, ogni momento si vedeva la sua biancheria colorata. Karl non riusciva a comprendere come mai Delamarche, lì in città e in quella casa così grande, uscisse per la strada vestito così senza riguardo, come se fosse nella sua villa privata. Come Robinson, anche Delamarche era molto cambiato. Il suo viso scuro, ben rasato, pulito, solcato da muscoli rozzamente modellati, era superbo e incuteva rispetto. Aveva negli occhi, sempre un poco aggrondati, un lampo sorprendente. La veste da camera color viola che portava era bensì vecchia, macchiata e troppo grande per lui, ma dal bavero di questo indumento poco decoroso, usciva una grossa sciarpa scura, di seta pesante.
«Ebbene?» chiese a tutti insieme. La guardia si avvicinò di qualche passo e si appoggiò al cofano dell’automobile. Karl dette una breve spiegazione.
«Robinson è poco saldo in gambe, ma se si sforza un poco riuscirà a salire le scale; l’autista, qui, vuole ancora un supplemento sul prezzo della corsa che io ho già pagato. E adesso me ne vado. Buon giorno.»
«Tu non andrai» disse Delamarche.
«Gliel’ho già detto anch’io» confermò Robinson dentro la vettura.
«Sì che vado» disse Karl facendo un paio di passi. Ma Delamarche lo aveva già raggiunto e lo spinse indietro con violenza.
«Ti dico di restare qui» gridò.
«Insomma lasciatemi» disse Karl e si preparò, se era necessario, a conquistarsi la libertà coi pugni, per quanto potesse avere poca speranza di successo con un uomo come Delamarche. Ma c’erano lì la guardia, l’autista, ed ogni tanto per la strada, che di solito era quasi deserta, passava qualche gruppo di operai. Avrebbero permesso che Delamarche gli facesse qualche torto? In una stanza chiusa egli non avrebbe certo voluto essere solo con lui, ma qui? Delamarche intanto pagava tranquillamente l’autista che con molti inchini intascò una mancia immeritatamente grossa, e per gratitudine s’avvicinò a Robinson intavolando con lui una discussione, sulla maniera migliore per farlo uscire dalla vettura. Karl si sentì inosservato, forse Delamarche avrebbe tollerato più facilmente se egli se ne fosse andato via in silenzio; naturalmente se si poteva evitare una lite era meglio, e così Karl incominciò a scendere tranquillamente giù per la strada per allontanarsi al più presto. I bambini corsero tutti addosso a Delamarche per avvertirlo della fuga di Karl ma quegli non ebbe bisogno di intervenire personalmente perché la guardia stese il bastoncino e gridò: «Alt!»
«Come ti chiami?» chiese passandosi il bastone sotto il braccio e levando lentamente di tasca un libriccino. Karl lo guardò per la prima volta con attenzione, era un uomo robusto, ma aveva i capelli già quasi completamente bianchi.
«Karl Rossmann» disse.
«Rossmann» ripeté la guardia, senza dubbio perché era un uomo posato e preciso, ma Karl, che veniva per la prima volta a contatto con le autorità americane, credette di riconoscere già in questa ripetizione l’espressione di un certo sospetto. E difatti egli non doveva essere molto a posto perché persino Robinson, il quale era già tanto occupato con le proprie disgrazie, pregò Delamarche, dal finestrino della vettura, con gesti muti e vivaci, di venire in aiuto di Karl. Ma Delamarche rifiutò con un’energica scossa del capo e stette a guardare passivamente tenendo le mani sprofondate nelle sue tasche gigantesche. Il ragazzo sul paracarro incominciò a spiegare a una donna che era uscita dal portone tutto quello che era successo sin dal primo momento. I bambini si erano disposti in semicerchio dietro a Karl e guardavano in silenzio la guardia.
«Mostrami i tuoi documenti» disse la guardia. Questa doveva essere una domanda puramente formale perché uno che non ha indosso la giacca non avrà probabilmente molti documenti con sé. Karl perciò stette zitto, anche perché avrebbe preferito rispondere alla prossima domanda nascondendo così in certo modo la mancanza di documenti.
Ma la domanda prossima fu: «Dunque non hai documenti?». Karl dovette rispondere: «Qui no».
«Questo però è un guaio» disse la guardia guardando in giro sopra pensiero e battendo con due dita sulla copertina del suo libretto. «Lavori in qualche posto?» chiese finalmente.
«Lavoravo in un albergo» disse Karl.
«Lavoravi in un albergo, dunque non lavori più, e come vivi adesso?»
«Ora cercherò un altro lavoro.»
«Allora sei stato licenziato da poco?»
«Sì, un’ora fa.»
«Su due piedi?»
«Sì» disse Karl e alzò una mano come per scusarsi. Non poteva raccontare tutta la sua storia in quel momento, e se anche fosse stato possibile, non sembrava molto probabile di poter evitare un torto che lo minacciava, raccontando un torto che aveva subìto. E se non era riuscito a ottenere ragione dalla benevolenza della capocuoca e dalla comprensione del capocameriere, non poteva certo aspettare di trovare giustizia dalla compagnia che si era raccolta in mezzo alla strada.
«E sei stato licenziato senza giacca?»
«Ma sì» disse Karl; pareva che anche in America le persone che rappresentavano l’autorità avessero l’abitudine di chiedere quello che vedevano coi propri occhi. Quanto s’era arrabbiato suo padre, quando avevano richiesto il suo passaporto, per tutte le inutili domande delle autorità! Karl aveva una grande voglia di scappare via, di nascondersi in qualche posto, solo per non dover sentire altre domande. E proprio in quel momento la guardia gli rivolse la domanda che egli aveva temuto di più, comportandosi, per il timore di vederla arrivare, con molto meno prudenza di quanta avrebbe avuto altrimenti.
«In che albergo lavoravi?»
Egli abbassò il capo e non rispose; a questa domanda non voleva rispondere a nessun costo. Non doveva assolutamente succedere che egli ritornasse all’“Albergo Occidentale” tenuto da una guardia, che lì avessero luogo interrogatori ai quali sarebbero stati sottoposti i suoi amici ed i suoi nemici, e che la capocuoca perdesse completamente la buona opinione, già molto indebolita, che aveva avuto di lui, vedendolo ritornare in compagnia di una guardia, in maniche di camicia e senza il suo biglietto da visita mentre lo credeva alla “Pensione Brenner”; allora il capocameriere avrebbe probabilmente chinato il capo, dimostrando di non meravigliarsi di nulla, ed il capoportiere, invece, si sarebbe messo a parlare della mano di Dio che finalmente aveva colto il malvagio.
«Era impiegato all’“Albergo Occidentale”» disse Delamarche mettendosi accanto alla guardia.
«No» gridò Karl battendo il piede per terra, «non è vero.» Delamarche lo guardò deridendolo con la bocca appuntita come se potesse svelare delle altre cose sul conto suo. L’improvvisa agitazione di Karl suscitò un grande movimento fra i bambini che per poterlo guardare meglio si misero tutti vicini a Delamarche. Robinson aveva messo la testa completamente fuori dello sportello e per la tensione restava tranquillo; il solo movimento che faceva era una strizzatina d’occhi ogni tanto. Il ragazzo sotto il portone batté le mani per l’allegria e la donna accanto a lui gli dette una gomitata per farlo stare quieto. I facchini avevano interrotto il lavoro per fare colazione e vennero tutti fuori tenendo in mano grandi recipienti pieni di caffè nero, nel quale inzuppavano sfilatini di pane. Alcuni si misero a sedere sull’orlo del marciapiede, tutti facevano un gran rumore ingollando il caffè.
«Pare che lei conosca questo giovanotto» chiese la guardia a Delamarche.
«Purtroppo» rispose questi. «A suo tempo gli ho fatto molto del bene, ma in cambio sono stato molto male ricompensato, come lei potrà capire facilmente anche dopo il breve interrogatorio che gli ha fatto.»
«Sì» disse la guardia, «sembra un giovane ostinato.»
«Certamente» disse Delamarche, «ma questo non è neanche il suo difetto peggiore.»
«Davvero?» disse la guardia.
«Sì» disse Delamarche che oramai aveva avviato il discorso e mentre parlava agitava le mani nelle tasche facendo svolazzare la sua veste, «è un bel merlo. Io ed il mio amico qua nella vettura, lo abbiamo raccolto nella più grande miseria, allora non aveva la più piccola idea della vita in America, era appena arrivato dall’Europa, ed anche là pare che nessuno sapesse cosa fare di lui. Ebbene, ce lo siamo trascinato dietro, abbiamo diviso la nostra vita con lui, gli abbiamo insegnato tutto, volevamo trovargli un posto, pensavamo di poter fare di lui un uomo utile, sebbene tutti i segni fossero contrari, e all’improvviso una bella notte è scomparso, se n’era semplicemente andato ed in circostanze delle quali preferisco non parlare. È così o non è così?» chiese da ultimo Delamarche tirando Karl per la manica della camicia.
«Indietro, bambini!» gridò la guardia perché questi si erano fatti così vicini che Delamarche quasi camminava addosso ad uno. Frattanto anche l’attenzione dei facchini, i quali non avevano ancora apprezzato abbastanza l’interesse di quell’interrogatorio, si era destata e si erano riuniti in fila dietro a Karl che ora non avrebbe più potuto fare un passo all’indietro e per di più aveva continuamente negli orecchi la confusione delle voci di questi facchini, i quali parlavano o piuttosto strepitavano in un inglese completamente incomprensibile, probabilmente mescolato con parole slave.
«Grazie per l’informazione» disse la guardia e fece il saluto a Delamarche.
«Ad ogni modo lo prenderò con me e lo riporterò all’“Albergo Occidentale”.» Ma Delamarche disse: «Potrei invece pregarla di lasciare per il momento a me questo giovanotto, dovrei mettere a posto con lui qualche cosetta. M’impegno di ricondurlo io stesso più tardi all’albergo».
«Questo non lo posso fare» disse la guardia.
Delamarche disse: «Ecco il mio biglietto da visita» e gli tese un cartoncino.
La guardia lo guardò con molto rispetto ma disse con un sorriso pieno di cortesia: «No, è inutile».
Sebbene avesse avuto fino allora molta paura di Delamarche, Karl comprese che egli era ormai la sua unica salvezza. Per dire il vero, il modo come questi aveva cercato di farselo consegnare dalla guardia era piuttosto sospetto, ma in ogni caso Delamarche si sarebbe lasciato persuadere più facilmente della guardia a non riportarlo in albergo. E anche nel caso che Karl fosse ritornato all’albergo in compagnia di Delamarche, sarebbe stato assai meno peggio che ritornarvi condotto da una guardia. Per il momento, però, egli non doveva far capire che desiderava veramente di rimanere con Delamarche altrimenti tutto sarebbe stato rovinato. E guardava irrequieto la mano della guardia che da un momento all’altro avrebbe potuto alzarsi per afferrarlo.
«Bisognerebbe almeno che sapessi perché è stato licenziato su due piedi» disse finalmente la guardia, mentre Delamarche guardava da un’altra parte col viso irritato ed intanto spiegazzava il cartoncino tra la punta delle dita.
«Ma non è vero che è stato licenziato» gridò Robinson fra la meraviglia di tutti e si chinò, appoggiandosi all’autista, più che poté fuori della vettura. «Non è vero, ha invece un magnifico posto. Nel dormitorio è il capo di tutti e può fare entrare chi vuole. Solo che ha terribilmente da fare e se si ha bisogno di qualche cosa da lui bisogna aspettare a lungo. Continuamente si va a ficcare dal capocameriere, dalla capocuoca, ed è la persona di fiducia di tutti. Non è stato licenziato neppure per scherzo. Non capisco perché abbia detto così. Perché poi dovrebbe essere stato licenziato? Siccome io mi sono ferito gravemente all’albergo, egli ha avuto l’incarico di ricondurmi a casa e siccome in quel momento era senza giacca, è salito senza giacca in automobile. Non potevo stare ad aspettare che andasse a prendersi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Cronologia
  5. Bibliografia
  6. America
  7. I. Il Fochista
  8. II. Lo zio
  9. III. Una villa presso New York
  10. IV. Sulla strada di Ramses
  11. V. Albergo occidentale
  12. VI. Il caso Robinson
  13. VII. Un asilo
  14. VIII. Il teatro naturale di Oklahoma
  15. APPENDICE. Frammenti
  16. Copyright