La casa dove nasci segnerà per sempre la tua vita.
Potrai abbandonarla, dimenticarla, dipingerla o trasformarla. Potrai riempirla di libri e svuotarla di ricordi, nasconderla dietro le persiane o lasciare che la luce la investa. Potrai aprirla agli altri o tenerla tutta per te, averla perennemente in ordine o disseminare i tuoi vestiti in giro. Ma le mura fra cui sei cresciuto condizioneranno chi sei e chi sarai.
Nel pieno dei suoi sedici anni, Vincenzo Piscitelli detestava l’appartamento in cui viveva. Si trovava al pianterreno di un condominio di cinque piani ed era composto da ingresso, tinello, cucinino, camera dei genitori, cameretta – la sua –, bagno e balcone verandato con vista garage: cinquantasette metri quadri calpestabili.
La sua stanza era così piccola che, per arredarla su misura, i suoi genitori erano andati fino a Biella al mobilificio Aiazzone. E grazie a un geometra che si era preso a cuore il loro caso avevano trovato l’unica soluzione possibile: per farci entrare il letto e la scrivania, avevano spostato l’armadio nell’ingresso e la cassettiera nel tinello. Per vestirsi, Vincenzo doveva fare il giro di tutta la casa.
Le uniche cose che gli piacevano, lì dentro, erano il poster di Renée Simonsen sul set di Sotto il vestito niente appeso alla porta della sua stanza, e poi quel profumo di pulito, un misto di Vim, cera e lucidatrice, che sua madre passava in continuazione.
Lavorava in una ditta di pulizie e doveva mantenere sempre alto il livello di professionalità, per cui si esercitava anche a casa. Il suo pezzo forte era l’angoliera di cristallo dove troneggiava il telefono: appena vedeva un’impronta, la signora Piscitelli correva a prendere straccio e alcol.
Quella mattina svegliò suo figlio alle 6.40 tirandogli giù le coperte, dopo aver messo a riscaldare il pentolino con il latte.
Vincenzo – Vince, per gli amici – si alzò senza protestare. Non era un dormiglione ed era felice di ricominciare la scuola. La pausa natalizia era stata fin troppo lunga per i suoi gusti, e passare tre giorni di fila a giocare a tombola e a perdere a sette e mezzo con i parenti gli aveva dato il colpo di grazia. Aveva voglia di rivedere i suoi compagni, in particolare Caterina, la vicina di banco con cui sognava di fidanzarsi: se solo lei avesse smesso di inseguire i diciottenni…
E poi, finalmente, avrebbe potuto mostrare la sua nuova felpa ricevuta per Natale.
Per riuscire a comprargliela, sua madre aveva fatto delle ore di lavoro extra mentendo clamorosamente al marito sul prezzo: tanto lui, emigrato da Scorrano, in Puglia, per fare l’operaio alla Fiat, che cosa ne sapeva delle felpe della Best Company?
Vince aveva descritto quel regalo a Caterina al telefono e lei, dopo aver sentito che era la versione con il cappuccio, gli aveva detto «stai diventando un vero paninaro», che lui aveva preso come un complimento. Poi erano stati mezz’ora a raccontarsi le vacanze: lei era arrabbiata con i suoi che l’avevano costretta ad andare al mare, in Liguria, perché c’erano delle infiltrazioni d’acqua nel loro miniappartamento. Sua sorella Simona, invece, era rientrata prima a causa del lavoro e così si era goduta la casa libera, che valeva più di qualsiasi altro regalo.
Sulla sedia della sua camera, la madre di Vince aveva già sistemato un paio di pantaloni, una camicia azzurra e una vecchia maglia a V della Robe di Kappa. Lui guardò l’abbinamento piuttosto perplesso. Non poteva certo iniziare l’anno in quel modo.
Tornò nel tinello, aprì la cassettiera e tirò fuori il suo tesoro dalla scatola, estraendolo come fosse un oggetto prezioso. Osservò di nuovo la perfezione del cappuccio e accarezzò le parole in rilievo: “Best Company since 1984”. Valeva sicuramente il sacrificio di sua madre, che comparve in quel momento con la testa piena di bigodini della sera prima.
«Ma come, vuoi mettere la felpa già il primo giorno?»
«Eh sì, mamma. Oggi è importante vestirsi bene.»
«Tu ti vesti sempre bene, figlio mio.»
«Stamattina però forse Falcone interroga, lo sai com’è…»
“Falcone” era la parola magica che aveva il potere di cambiare l’ordine delle cose: il professore di matematica più severo di tutta la scuola.
«Allora mettila, ma poi appena torni toglitela subito… che ti conosco, tu ti macchi.»
Vincenzo annuì, nascondendo la sua gioia, come se avesse trovato diecimila lire per strada. Si sedette al tavolo e fece colazione con latte, Nesquik e GranTurchese. Poi si vestì in fretta e sopra, come un’armatura, infilò la felpa nuova. S’imbacuccò con sciarpa e guanti e prese il suo zaino su cui campeggiava la frase “Sono felice perché sono senza soldi” che Caterina gli aveva scritto con un pennarello rosa. Appena uscì, sua madre diede subito due giri di chiave, terrorizzata com’era che i ladri entrassero in casa e le rubassero i braccialetti d’oro che nascondeva nel frigo.
Arrivato in strada, Vince alzò gli occhi verso la sua finestra ma le tapparelle erano rimaste giù. Era giù anche la saracinesca della sala giochi, nel palazzo di fronte, una sorta di covo di perditempo e ragazzini pronti a picchiarsi per un nonnulla. Ma Nichelino era una città nata e cresciuta con l’espansione della Fiat, e sul cemento a ridosso delle fabbriche è difficile che cresca il buonumore. È più facile invece che ci sia la nebbia, che rendeva la luce dei lampioni un po’ misteriosa, e faceva sembrare i palazzi più belli.
In fondo alla strada, all’angolo con via Torino, Vince incontrò il suo compagno delle medie, Corrado, che non si era iscritto al liceo e ogni volta lo faceva sentire in colpa per questo. Aveva preferito un istituto tecnico industriale perché «per noi di Nichelino è meglio avere un diploma sicuro» gli ripeteva, ma Vince non era d’accordo.
I due condividevano spesso il primo tratto sul 35. Passavano il ponte sul Sangone, percorrevano via Sestriere e dopo il cavalcavia sul cinema Cabiria arrivavano a piazza Bengasi. Per loro era quasi una meta.
Lì cominciavano il mercato e la vita, e finalmente Torino, dove tutti sembravano uguali perché in città era più facile uniformarsi e mischiarsi alla folla, come a New York. In quella piazza gli ex compagni si separavano. Corrado era praticamente arrivato al suo istituto tecnico, mentre Vince doveva proseguire a piedi per un tratto e attendere un secondo bus, il 40, che lo avrebbe portato alla sua scuola di Moncalieri, un’altra cittadina della cintura che si espandeva sulla collina puntellata di ville, grandi cancellate e tanta ricchezza.
Alla fermata del 40, le facce che Vince incontrò gli sembrarono già amiche. E anche se si moriva di freddo, aprì il giubbotto per lasciar intravedere la scritta “Best Company”. Un’ondata di gelo lo fece rabbrividire e lo costrinse a entrare nel bar lì accanto già popolato di gente. L’aria profumava di brioche e gli sarebbe piaciuto mangiarne una, ma aveva i soldi giusti per il panino all’intervallo, per cui fece finta di nulla. Una voce alla radio diceva che la colonnina di mercurio era scesa nella notte a meno 8,2 gradi e Torino si era risvegliata sotto una sottile patina gelata che rendeva difficile la circolazione.
Non appena vide comparire l’autobus si chiuse la cerniera del giubbotto e uscì dal bar. In quell’alba di gennaio del 1987, una mattina piena di freddo, nebbia e speranza, Vincenzo Piscitelli avrebbe mostrato a tutti la sua felpa nuova.
Appena sveglia, quello stesso giorno, Caterina Ferretti detta “Cate” era teoricamente una persona felice: diciassette anni da poco compiuti, capelli biondi, quasi nessun brufolo, due gambe di fenicottero, un poster di Paul Weller degli Style Council sopra il letto e una sorella già uscita per andare in ospedale: l’odiata “Simo” – come la chiamava lei – che faceva pratica da infermiera e ai suoi occhi distorti era sempre migliore di lei.
La sera prima Cate aveva fatto una lampada in camera sua senza leggere le istruzioni di quello strumento che sua madre aveva comprato su Postal Market: si vedeva pallida come un cadavere e non poteva rientrare al liceo, dopo le vacanze, in quello stato. Chi andava in montagna almeno uno straccio di colorito l’aveva, ma al mare d’inverno non si abbronza proprio nessuno.
Neppure la terra in faccia sarebbe stata sufficiente per lei che, anche se non lo ammetteva, voleva essere come tutte le paninare che tornavano da Sestriere o San Sicario con un bel colore. E pazienza se abitava a Trofarello, che ai suoi occhi era comunque meglio di Nichelino, perché un po’ meno cementificata e con un po’ di piemontesi in più.
Nella scala delle periferie urbane, Cate si sentiva leggermente superiore a Vince. Ustionata com’era, però, quella mattina aveva poco di cui vantarsi. Chiamò l’ospedale Santa Croce di Moncalieri e con voce supplicante si fece passare sua sorella.
«Devi farmi vedere subito da un primario… un dermatologo.»
«Cate, cos’è successo?»
«Simo, sono stata cinque minuti sotto la lampada della mamma e sono praticamente viola.»
«Non sei viola, sei cretina. E io sono di turno.»
«Ma io sono troppo rossa per andare a scuola! Tu vuoi farmi morire di vergogna… mi avrai sulla coscienza per sempre.»
Quando ci si metteva, amava essere melodrammatica.
«Cate, devo andare. Chiedi a mamma.»
«È già in tintoria con papà. Se glielo dico poi mi obbliga ad andare ad aiutarli.»
«Arrangiati allora.»
Cate mise giù quasi offesa. A cosa servono le sorelle più grandi se non a occuparti la stanza, a essere più brave di te e a dirti “arrangiati” se chiedi il loro aiuto?
Aprì il cassetto del mobile del bagno, tirò fuori una strana polvere che sua sorella aveva preso in ospedale e iniziò a spennellarsi. Quando capì che era una sostanza “anti-escoriazioni” decise di smettere. Forse era meglio presentarsi al naturale: tutti avrebbero pensato che si fosse addormentata sulle piste tra una sciata e l’altra. Era in ritardo, così indossò il primo maglione che trovò e i suoi immancabili jeans, che avevano già i Camperos incorporati dalla sera prima per rendere più veloce la vestizione.
Non assaggiò nulla di ciò che i suoi le avevano lasciato per colazione, prese solo una Girella e la mise nello zainetto tempestato di un’unica parola scritta di suo pugno: “Sergio”.
Salì al capolinea del blu – la corriera che percorreva ogni mezz’ora la tratta Trofarello-Moncalieri-Torino – tenendo la testa bassa, nascosta da un cappello che le copriva mezza faccia: aveva la sensazione che tutti la stessero osservando.
Man mano che i ragazzi salivano alle fermate, si sentiva sempre più rossa. In particolare si sentiva puntata da quella che lei chiamava “la maga Circe”, una ragazza con il naso aquilino che millantava di saper leggere la mano e i tarocchi perché era abbonata ad “Astra”.
Alla fermata di Moriondo salì la sua amica “Spagna”, all’anagrafe Alessandra Spagnolo, un metro e sessanta di altezza a cui bisognava aggiungere quindici centimetri di capelli sparati con la lacca. Capelli neri, così come i pantaloni, il maglione, le calze, gli anfibi e il cappotto: un unico colore dalla testa ai piedi, a parte la faccia cadaverica.
Spagna era la dark della scuola. Si era votata al nero da quando sua madre si era rifiutata di comprarle il Moncler azzurro di cui si era innamorata: “di azzurro puoi sognare solo il principe” le aveva detto, e a lei era bastato per diventare un’integralista devota ai Joy Division e a Robbie Smith dei Cure. E ovviamente, avendo una mamma parrucchiera – “petnoira”, come diceva lei – avere i capelli sparati era il miglior modo per vendicarsi del Moncler. E per darle ancora più sui nervi, il suo intercalare era fatto solo di “minchia” e “cioè”.
«Cate, che hai combinato in faccia?»
«Ieri ho fatto la lampada di mia madre… sulle istruzioni c’era scritto: “La prima volta si consiglia un minuto di esposizione”… e io ne ho fatti cinque.»
«Che bastardi. Cioè… lo sanno che poi uno ne fa di più. Comunque io ho una polvere che se vuoi ti fa bianca tipo clown… la usa sempre Nanni per le nostre serate.»
«Ma è quella anti-escoriazioni dell’ospedale?»
«Non credo. Cioè… non lo so. Hai ripassato mate?»
«No. Ma Falcone aveva detto che oggi avrebbe solo spiegato… Anche Vince si ricorda così.»
«Minchia, Vince! Mi ha chiamato ieri per dirmi che a Natale ha ricevuto una felpa della Best Company… voi paninari siete proprio patetici.»
«Noi non siamo paninari. Siamo alternativi.»
«Tu e Vince siete due esaltati, è diverso. Siete convinti. Dovreste fidanzarvi.»
«Seee. Ci manca solo che mi metta con lui.»
La maga Circe aveva teso le orecchie ma Spagna, veloc...