Ultima la luce
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Ultima la luce

  1. 252 pagine
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Ultima la luce

Informazioni su questo libro

Ivano è un uomo come tanti. Per tutta la vita ha cercato di costruire la sua felicità e ha sempre creduto di esserci riuscito. Il lavoro di ingegnere, una bella famiglia: un piccolo capolavoro di stabilità, proprio come le dighe che ha progettato in ogni parte del mondo. Finché Sofia, sua moglie, viene a mancare e lui si trova improvvisamente libero e solo, incapace di capire se esista ancora un Ivano senza Sofia.

Decide allora di partire per Santo Domingo, dove il fratello si è ritirato dopo anni di lavoro nella finanza. Lì incontra Liliana, una donna spontanea e fragile come una bambina, e se ne sente attratto. Sull'isola, però, Ivano intuisce che qualcosa non va: il fratello, con il quale ha sempre avuto un rapporto di grande complicità, si comporta in modo strano, sembra un altro. Riconsiderandoli a distanza, molti fatti e persone della sua vita gli appaiono diversi da quello che ha sempre creduto. Prima tra tutti sua moglie, un enigma affascinante e indisponente, nonostante quarant'anni di vita insieme. E poi la figlia Anna, rimasta a Milano: reticente, ostile, asserragliata in una vita che il padre non ha mai compreso.

Quello che Ivano scoprirà riguardo al passato finirà per rompere gli argini in cui la sua esistenza è sempre scorsa tranquilla. Eppure, quando tutto è sul punto di crollare, si prospetta una seconda occasione, la possibilità di un nuovo inizio.

Con una lingua duttile, devota all'incanto semplice e maestoso della realtà, una scrittura mobile in cui ci si immerge come nell'acqua – limpida, avvolgente, misteriosa –, Gaia Manzini racconta le illusioni intorno alle quali creiamo la nostra felicità e dà voce a una generazione che negli anni del Boom si è costruita un'idea luminosa di futuro a costo di rifiutare le proprie radici, lasciando dei conti in sospeso. Ma Ultima la luce è anche la storia di un tempo di mezzo, dell'attesa di un nuovo ordine delle cose: una famiglia si è disgregata, una nuova famiglia sta per nascere.

Il passato è alle spalle, davanti c'è solo la luce.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804673231
eBook ISBN
9788852078453

SECONDA PARTE

Ogni volta che saliva a bordo dell’aereo che lo avrebbe riportato in Italia da un viaggio di lavoro, Ivano iniziava a pensare a casa sua. Il bagno grande, la poltrona con l’appoggiapiedi, le tende che filtravano la luce e la coloravano di una tonalità calda, il pavimento di legno che faceva venire voglia di camminare senza scarpe. Un appartamento che lui e Sofia avevano scelto insieme molti anni prima in una fresca mattina di maggio. Gli era stato mostrato ancora in ristrutturazione, eppure, da subito, l’avevano immaginato finito e in seguito lo avevano arredato piano, comprando un mobile alla volta, andandone fieri ma senza dirselo esplicitamente. Ivano conosceva un antiquario che la domenica esponeva i pezzi più abbordabili a Novegro, sui Navigli e in altri mercatini della città. Mobili in noce tirati a lucido, argenteria, poltrone Tudor. E poi una scrivania con due cassetti e il ripiano superiore in pelle verde che avevano sistemato sotto la finestra, e che era sempre servita soltanto da appoggio per le pubblicazioni che Ivano riceveva in regalo, tra cui un lussuoso catalogo sul carnevale di Rio inviatogli personalmente dal ministro brasiliano per le Infrastrutture. Il tavolo da otto persone si piegava in tre parti e poteva rimanere accostato alla parete come una consolle senza occupare troppo spazio, per quanto di spazio ce ne fosse in abbondanza. Sofia provava una forma di sollievo nel tenerlo così, come chiuso in se stesso. Sopra una cassettiera del Seicento svettava un vaso cinese di grandi dimensioni e uno più piccolo che costituiva il pezzo più vistoso tra il ciarpame ereditato dai genitori di Ivano.
Tappeti, cornici d’argento, vedute a olio di varie città. Non c’era molta originalità nell’arredamento, fatta eccezione per due pezzi che Sofia aveva acquistato la volta che lui si era fermato a Parigi per un convegno: un quadro che ritraeva una veggente con indosso una cappa nera, il cappuccio in testa, i piedi scalzi e uno strano oggetto tra le mani (un minerale, una sfera, un pezzo di vetro… la pennellata non consentiva di dare una risposta certa), e un tavolo basso rettangolare di grandi dimensioni rivestito con la pelle vetrificata di un’antilope tinta di grigio scuro. Un pezzo d’arredamento sensuale perfettamente appaiato al camino che si apriva su un lato della parete. Sì, il camino. Negli anni Ivano si era abituato a vederlo spento. Il fuoco era allegro; fin da ragazzo aveva immaginato la sua casa con un camino acceso, le bucce di mandarino buttate sui ceppi ardenti per profumare l’aria (come faceva sua madre), gli scoppiettii, le mani protese che si scaldavano dopo un intero pomeriggio all’umido milanese. Ma a Sofia il calore faceva paura. A Ivano non era mai venuto in mente che il camino potesse sporcare e riempire il salotto di fuliggine, come gli aveva fatto notare sua moglie. Gli sembrava impossibile che un lapillo potesse balzare sul tappeto e incendiare tutto. Ogni tanto sedeva sul divano fissando quel riquadro scuro, sempre in ombra, seguendone con lo sguardo i contorni avanti e indietro.
Ogni giorno, per l’intera adolescenza, Ivano aveva aperto e chiuso il divano letto. Studiava seduto in terra nel piccolo corridoio. Non aveva un angolo dove stare solo, a parte il bagno. Nei sogni che avevano condiviso, nei progetti e nelle planimetrie ideali su cui lui e Sofia avevano fantasticato ancora prima di trasferirsi, la loro casa avrebbe avuto uno spazio per tutto. Il posto della lettura, la poltrona dove appisolarsi sentendo la radiocronaca di una partita o una trasmissione di musica classica, un tavolo nello studio per lavorare nei weekend, una cabina armadio dove spogliarsi e vestirsi in tranquillità, un terrazzo con un ombrellone sotto cui godersi i primi caldi. L’autarchia domestica.
Sofia condivideva il suo desiderio di creare un universo in miniatura. Gli pareva che anche lei tendesse a quell’ideale di pienezza. Ecco perché Ivano aveva assecondato i suoi desideri in fatto di ritocchi e piccole ristrutturazioni; pensava che servissero a fare della casa il luogo perfetto. All’inizio, aveva voluto una carta da parati a strisce giallo canarino, ma dopo solo due anni aveva preteso pareti lisce come un guscio d’uovo. Prima aveva scelto personalmente i lampadari, poi aveva insistito per avere controsoffitti e faretti alogeni in corridoio e nei bagni. Un tempo era stata appassionata di vasche vecchio stile, dopo aveva fatto mettere un idromassaggio, e poi un box doccia di notevoli dimensioni. Diceva di aver sempre sognato una camera da letto grande, ma a distanza di qualche anno l’aveva sacrificata per ampliare la cabina armadio. A un certo punto si era addirittura messa in testa di modificare la forma di un paio di finestre in salotto, solo che non aveva mai ottenuto i permessi. L’iniziativa per le piccole o grandi ristrutturazioni della casa era sempre stata sua. Era lei a dirigere i lavori, a calcolare i costi, a valutare i materiali andando di persona dai fornitori. Conosceva uno showroom di parquet in via Boscovich, un negozio di vernici a Lambrate, un tappezziere con un nome orientale in corso Magenta, e svariate società di ristrutturazione che avevano sede nel Pavese. Si lamentava per il disordine, ma finché c’erano gli operai in casa (le scale, i secchi di vernice, i giornali sul pavimento) era piena di vitalità. Una volta conclusi i lavori, l’effetto energetico durava ancora per qualche settimana, dopodiché tornava al suo solito contegno. Fosse stato per lei, avrebbe ricominciato tutto da capo.
Nel loro bell’appartamento, che però non era loro, erano rimasti in affitto per molti anni, poi Ivano era riuscito a convincere il proprietario a lasciarglielo per una cifra ragionevole. Ancora oggi si sentiva di definire quell’operazione d’acquisto il suo capolavoro, una delle cose per cui andava più fiero in assoluto. Non avrebbe mai vissuto da nessun’altra parte. Ivano amava quell’appartamento e il palazzo che lo ospitava, progettato da Luigi Caccia Dominioni, un architetto milanese che aveva conosciuto personalmente durante un ciclo di lezioni al Politecnico.
Il piacere del ritorno stava nel fatto che casa sua era lì dove l’aveva lasciata. Fin da ragazzo aveva avuto il desiderio di vivere sempre nello stesso posto, il posto che gli piaceva. Gli sembrava il lusso più grande.
Sua moglie amava la loro casa quanto lui. A lungo l’aveva definita nido, poi aveva smesso di farlo; era molto di più. «Adesso finalmente ho una casa» diceva, come se la sua vita fosse iniziata davvero solo da quel momento. Più avanti gli confessò, senza alcuna autocommiserazione, che la sua eredità consisteva soprattutto in una gonna rossa che le aveva cucito sua zia e un cappotto cammello che sapeva di canfora e lei chiamava paltò. Riferendosi alla sua famiglia diceva i miei, senza dilungarsi, e la evocava solo quando si trattava di metterla in contrapposizione alle scelte che l’avevano portata a essere quello che era e alle idee che aveva maturato sul mondo e sulla vita. Ivano aveva notato subito che Sofia parlava senza alcuna inflessione, e per molto tempo pensò che avesse studiato dizione, ma non ebbe mai il coraggio di chiederglielo.
La prima volta l’aveva vista nella chiesa di San Carpoforo, una chiesa spoglia che conservava l’aura pagana del tempio dedicato a Vesta che sorgeva lì molti secoli prima. Era il luglio del 1972.
Ivano stava per laurearsi in Ingegneria idraulica. Da qualche tempo aveva preso l’abitudine di fare una pausa dagli studi per andare in centro, la parte di Milano che amava di più. Con la sua facciata essenziale di mattoni rossi e il tetto spiovente che le dava l’aspetto di un granaio, la chiesa di San Carpoforo aveva sempre attirato la sua attenzione. Si trovava nel cuore di Brera, alla fine di una piccola via. Ivano non entrava mai in chiesa se non per apprezzarne l’architettura o per guardare il quadro di un pittore famoso. In quel caso erano il silenzio e il fresco a invogliarlo dopo la lunga passeggiata sui marciapiedi roventi del centro.
All’ora di pranzo in chiesa non c’era mai nessuno. Era entrato sperando di potersi sedere qualche minuto, ma subito si era accorto di non essere solo. C’era una figura di spalle che sedeva sull’ultima panca: il collo affusolato, la testa minuta, i capelli chiari raccolti in uno chignon. Indossava un completo azzurro, gonna e giacca a maniche corte; da come le ricadeva dalle spalle, poteva essere di qualche taglia più grande, ma questo non faceva che mettere in risalto, nascondendola, l’ossatura minuta. Nell’avvicinarsi Ivano aveva notato che se ne stava assorta, le labbra contratte, lo sguardo fisso davanti a sé. Anche se i mocassini producevano ritmici rimbombi in tutta la chiesa, lei non si era girata a guardarlo.
Il giorno dopo, verso l’una, la incontrò di nuovo. Questa volta Ivano si sedette su una panca vicina, facendo finta di leggere il foglietto della messa. Sofia indossava lo stesso completo del giorno prima. Con piccoli e veloci movimenti delle dita sbucciava un uovo sodo sopra un fazzoletto bianco posato sulle gambe. Si avvicinò per augurarle buon appetito. Lei rispose allegra, senza vergogna. Il sorriso luminoso, la sicurezza ostentata, forse proprio perché si trovavano in chiesa. Per rompere il ghiaccio Ivano fece una battuta sull’uovo sodo; lei rise e gli chiese cosa gli piaceva mangiare e lui raccontò dell’epatite che aveva preso durante il militare e che lo aveva reso diffidente verso qualsiasi piatto non cucinato da sua madre. Lei disse che lavorava lì vicino, quella era la sua pausa pranzo, infine gli chiese del suo lavoro. Quando Ivano aveva accennato alla facoltà d’Ingegneria, lei si era girata completamente verso di lui, puntando le ginocchia nella sua direzione.
Mentre parlava, Sofia teneva metà uovo in mano, lo fissava come fosse un mistero da decifrare. Per superare l’imbarazzo gli aveva raccontato di un suo lontano zio mangiatore di sassi alle fiere popolari, una specie di fachiro che ingoiava a pagamento le pietre tenendole elegantemente tra due dita. Forse era per questo, aggiunse, che a lei veniva naturale mangiare l’uovo in quel modo.
All’epoca Sofia lavorava come guida per la Pinacoteca di Brera. Nel tempo libero si preparava con l’impegno di una studiosa nella Biblioteca braidense o al Castello Sforzesco. Sul quaderno a quadretti che le era rimasto dagli anni di ragioneria, Sofia appuntava i fatti salienti delle biografie degli artisti. Aveva un gusto spiccato per gli aneddoti bizzarri e scandalosi, per le digressioni avventurose, i successi insperati: un gusto da rotocalco. La prima volta che Ivano l’aveva raggiunta in Pinacoteca aveva subito pensato che quello fosse il lavoro perfetto per lei. A Sofia l’atto contemplativo riusciva benissimo. Seduta davanti allo Sposalizio della Vergine si lasciava assorbire dalla proporzione delle forme, dalla forza dei colori, dalla morbidezza dei gesti, in armonia con il mondo circostante. Provava un senso di completezza che nessun’altra cosa le avrebbe mai fatto provare.
Quando però nacque Anna, Sofia lasciò subito il lavoro, senza mai accennare all’eventualità di riprenderlo. Ivano aveva provato a incoraggiarla, come le colleghe e il datore di lavoro, ma lei voleva vivere questa nuova esperienza sentendosi a tutti gli effetti una madre: lo sosteneva con sicurezza e calma, come se ci avesse pensato a lungo.
Sofia sembrava avere le idee chiare su molte cose, anche quelle apparentemente di poco conto. Il galateo a tavola, per esempio: lo seguiva come una specie di dogma. Al ristorante stava rigida sulla sedia, le spalle dritte e il tovagliolo che finiva sulle gambe ancor prima che il cameriere li vedesse da lontano. Durante il pasto conversava distratta, guardandosi intorno per tutto il tempo; prima di compiere qualsiasi gesto, anche solo afferrare il cucchiaio o il coltello, ci pensava qualche secondo, e nutriva una vera avversione verso qualunque vezzo da osteria. Non sopportava che a fine pasto si immergessero i biscotti nel vino, tantomeno il pane, una cosa che faceva il padre e che a lei dava il voltastomaco.
Ivano si perdeva in ogni suo piccolo gesto: alla grazia di Sofia contribuivano l’impeccabile eleganza e la linea alla quale stava attentissima, concedendosi solo raramente (e spesso di nascosto) qualche dolce. Un’eleganza d’altri tempi, talvolta fuori luogo rispetto alle occasioni, forse fin troppo ricercata e senza sprezzatura. Potersi comprare i vestiti era uno degli aspetti positivi dell’avere un impiego, aveva ammesso con Ivano all’inizio del loro fidanzamento. Indossava quasi sempre tailleur di gabardine, crêpe di lana, talvolta di seta, di velluto a coste; sotto la giacca metteva dei maglioni a collo alto o delle camicie sciancrate con fantasie geometriche o floreali. Amava i cappotti sopra il ginocchio; accoppiava scarpe, borsette e guanti in tinta. Le brillavano gli occhi quando parlava delle vetrine...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Ultima la luce
  4. PRIMA PARTE
  5. SECONDA PARTE
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright