
- 336 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il pugnale di vetro
Informazioni su questo libro
Philip Wardman è un giovane uomo tranquillo, detesta la violenza e sogna di incontrare un giorno una donna con le fattezze eteree della statua di Flora che ha in giardino. Fino a che la trova – è Senta, una delle damigelle d'onore alle nozze della sorella – e avvia con lei una relazione appassionata. È l'inizio di un sogno. Che si trasforma in incubo quando Senta gli chiede un'insolita, agghiacciante prova d'amore…
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Informazioni
Print ISBN
9788804663942eBook ISBN
97888520771731
La morte violenta esercita un fascino morboso sulla gente. Philip invece ne rimaneva sconvolto. Aveva una fobia nei suoi confronti. O perlomeno così la chiamava dentro di sé qualche volta, una fobia per l’assassinio e per qualsiasi forma di uccisione, per l’immotivato sterminio di vite umane in guerra e per l’assurda ecatombe degli incidenti. La violenza era ripugnante, nella realtà, sullo schermo, nei libri. Aveva provato queste sensazioni per anni, fin da quando era un bimbetto e gli altri bambini puntavano le loro pistole giocattolo e giocavano alla morte. Non sapeva quando fosse cominciata questa avversione o che cosa l’avesse causata. Il fatto strano era che lui non era né un codardo né uno schizzinoso, non si spaventava né più né meno di qualsiasi altro. Era piuttosto che la morte innaturale non lo attraeva, né esercitava su di lui il fascino dell’orrore. La sua reazione era di fuggirne lontano sotto qualsiasi forma gli si presentasse. Sapeva che questo era insolito, e quindi nascondeva la sua fobia, o tentava di nasconderla.
Quando gli altri guardavano la televisione, la guardava anche lui e non chiudeva gli occhi. Non era mai arrivato al punto di respingere giornali e romanzi. Ma gli altri sapevano e non avevano un particolare rispetto per i suoi sentimenti. Così niente li aveva fatti desistere dal parlare di Rebecca Neave.
Se fosse stato per lui, Philip non si sarebbe minimamente interessato alla sua scomparsa, tanto meno avrebbe fatto elucubrazioni su di lei. Avrebbe spento l’apparecchio. Certo, probabilmente avrebbe dovuto spegnerlo dieci minuti prima per evitare l’Irlanda del Nord, l’Iran, l’Angola, e un disastro ferroviario in Francia, oltre che una ragazza scomparsa. Non avrebbe mai guardato la fotografia del suo bel viso, la bocca sorridente e gli occhi socchiusi a evitare il sole, i capelli scompigliati dal vento.
Rebecca era scomparsa verso le tre di un pomeriggio d’autunno. Sua sorella le aveva parlato al telefono mercoledì mattina e un suo amico – un nuovo amico, che era uscito con lei appena quattro volte – le aveva telefonato quel giorno all’ora di pranzo. Quella era stata l’ultima volta che avevano udito la sua voce. Un vicino l’aveva vista lasciare il caseggiato in cui viveva. Rebecca indossava una tuta sportiva di felpa verde brillante e scarpe da ginnastica bianche. Il vicino era stato l’ultima persona a vederla.
Quando il viso della ragazza apparve sullo schermo, Fee esclamò: «Ero a scuola con lei. Penso di conoscere il suo nome. Rebecca Neave. Credo di averlo già sentito».
«Io non l’ho mai sentito. Non hai mai detto che avevi un’amica di nome Rebecca.»
«Non era un’amica, Cheryl. Eravamo in tremila in quella scuola. Non credo di averle mai parlato.» Fee teneva gli occhi fissi allo schermo, mentre suo fratello compiva un deliberato sforzo per non guardare. Aveva afferrato il giornale e lo aprì alle pagine interne, dove non c’erano articoli che riguardassero il caso Rebecca Neave. «Credono certo che sia stata uccisa» commentò Fee.
Apparve la madre di Rebecca e lanciò un appello allo scopo di ottenere notizie della figlia scomparsa. Rebecca aveva ventitré anni. Insegnava ceramica in corsi frequentati da adulti ma, avendo bisogno di arrotondare le sue entrate, aveva messo inserzioni in cui si offriva come baby-sitter e come custode di appartamenti temporaneamente vuoti. Era probabile che qualcuno avesse telefonato rispondendo alla sua inserzione. Rebecca aveva un appuntamento per quella sera e vi era andata. O perlomeno così credeva sua madre.
«Oh, quella povera donna» esclamò Christine, entrando con il caffè su un vassoio. «Che cosa sta passando! Posso immaginare come mi sentirei io se si trattasse di uno di voi.»
«Be’ non potrebbe succedere a me» obiettò Philip, che aveva una corporatura robusta, anche se snella, ed era alto un metro e ottantadue. Si rivolse alle sorelle. «Posso spegnere adesso?»
«Non puoi proprio sopportare questo genere di cose, vero?» Cheryl aveva uno sguardo corrucciato che raramente si preoccupava di mascherare. «Può darsi che non sia stata uccisa. Centinaia di persone spariscono ogni giorno.»
«Ci saranno altri particolari che noi non sappiamo» osservò Fee. «Non farebbero tutto questo chiasso, se se ne fosse andata via spontaneamente. È strano, ricordo che era nel mio stesso gruppo di educazione artistica. Dicevano che voleva continuare e diventare un’insegnante e le altre la guardavano meravigliate perché tutto ciò che desideravano loro era sposarsi. D’accordo, spegni, Phil, se vuoi. Non c’è altro su Rebecca, comunque.»
«Perché non possono trasmettere avvenimenti piacevoli nei notiziari?» chiese Christine. «Si direbbe che vogliano solo notizie sensazionali. Non è possibile che non ci siano assolutamente cose belle, non vi pare?»
«Le sventure fanno notizia,» ribatté Philip «ma potrebbe essere un’idea cercare di accontentarti, facendo un cambiamento. Potrebbero dare un elenco delle persone che si sono salvate ogni giorno, di tutta la gente che ha rischiato di annegare ma si è salvata, di tutti coloro che hanno avuto l’auto fracassata ma non sono rimasti uccisi.» Poi aggiunse con un tono di voce più cupo: «Un elenco dei bambini che non sono stati maltrattati e delle ragazze che sono sfuggite ai loro aggressori».
Spense l’apparecchio. Provava un enorme piacere nel vedere il quadro rimpicciolirsi e svanire rapidamente. Fee non esultava certo per la scomparsa di Rebecca Neave, ma naturalmente le congetture sull’avvenimento la interessavano molto di più che discutere qualcuna delle “belle cose” di Christine. Philip fece uno sforzo piuttosto artificioso per parlare d’altro.
«A che ora dovremmo uscire domani?»
«Ecco, cambi argomento. È proprio da te, Phil.»
«Lui ha detto di essere là per le sei.» Christine guardò con una certa esitazione le ragazze e poi ritornò a Philip. «Potete uscire tutti in giardino per un minuto, vi spiace? Vorrei un vostro parere.»
Era un giardinetto squallido, il cui aspetto migliorava in quell’ora del giorno in cui il sole tramontava e le ombre si allungavano. Una fila di cipressi di Leyland impediva gli sguardi dei vicini. In mezzo al prato c’era una rotonda di cemento, e sul cemento erano collocate, l’una accanto all’altra, una vaschetta per uccelli e una statua. Sul cemento non cresceva il muschio, ma le erbacce si facevano strada attraverso una fenditura apertasi sotto la vaschetta. Christine tese la mano verso la testa della statua e le diede un buffetto così come avrebbe accarezzato un bambino. Guardò i figli nel suo solito modo apprensivo, tra il diffidente e il coraggioso.
«E se vi dicessi che mi piacerebbe donargli Flora?»
Fee esitava raramente, aveva un carattere forte. «Non puoi offrire alla gente una statua come regalo.»
«Perché no, se a loro fa piacere?» ribatté Christine. «Lui mi ha confidato che gli piace e che starebbe bene nel suo giardino. Dice che gli ricorda me.»
Fee riprese il discorso come se la madre non avesse parlato. «Alla gente si offre cioccolato o una bottiglia di vino.»
«Il vino l’ha portato lui a me» disse Christine in un tono sorpreso e compiaciuto, come se portare una bottiglia di vino a casa di una donna con cui si cena fosse eccezionalmente riguardoso e generoso. Spostò la mano in giù lungo la spalla marmorea di Flora. «Mi ha sempre ricordato una damigella d’onore. È per i fiori, suppongo.»
Philip non aveva mai guardato attentamente la fanciulla di marmo prima di allora. Flora era solo la statua che si ergeva nel giardino della loro casa fin da quando lui riusciva a ricordare. Suo padre, gli avevano detto, l’aveva comprata quando lui e Christine erano in luna di miele. Era alta circa un metro ed era una copia in miniatura di una statua romana. Nella mano destra teneva un mazzo di fiori, con l’altra si toccava l’orlo della veste, scostandola dalla caviglia. I suoi piedi posavano tutti e due in terra eppure sembrava che la fanciulla camminasse o danzasse seguendo un ritmo lento. Ma era il suo viso ad apparire particolarmente bello. Guardandolo, Philip si rese conto che di solito non trovava attraenti le facce delle statue degli antichi greci e romani. Le pesanti mascelle e i nasi diritti conferivano loro un’aria inaccessibile. Forse i canoni della bellezza erano cambiati. O lui era attratto da qualcosa di più delicato. Il viso di Flora invece era proprio simile a quello di una bella ragazza di oggi: gli zigomi alti, il mento rotondo, e la bocca leggiadra dalle labbra dolcemente accostate. Sembrava il volto di una ragazza viva fuorché per gli occhi. Gli occhi di Flora, spalancati, parevano fissare un orizzonte lontano con un’espressione distante e pagana.
«Sono secoli che penso che qui è sprecata» continuò Christine. «Sembra stupida. Be’, quello che volevo dire realmente è che fa sembrare stupido tutto ciò che guarda.»
Era vero. La statua era troppo bella per ciò che le stava intorno. «Come versare champagne in un bicchiere di plastica» osservò Philip.
«Appunto.»
«Puoi darla via, se vuoi» disse Cheryl. «È tua. Non è nostra. Il papà l’ha data a te.»
«Penso che le cose siano di tutti noi» obiettò Christine. «Lui possiede un bel giardino, dice. Io penso che sarei contenta se Flora si trovasse nella collocazione più adatta a lei. Capisci che cosa intendo?»
Guardò Philip. Tutto il proselitismo fatto dalle figlie non era mai riuscito a convincerla dell’uguaglianza dei sessi, né l’aveva persuasa la pressione che esercitavano i giornali, le riviste o la televisione. Suo marito era morto e lei si appellava al figlio maschio, non al figlio maggiore, per ogni giudizio, decisione, consiglio.
«La porteremo con noi domani» disse Philip.
Tuttavia non sembrava una cosa tanto importante. Perché avrebbe dovuto esserlo? Non sembrava una di quelle decisioni di vita o di morte come sposarsi o no, avere un figlio, cambiare lavoro, sottoporsi o no a un intervento chirurgico di vitale importanza. Eppure era un avvenimento significativo come ciascuna di quelle decisioni.
Naturalmente sarebbe passato un bel po’ di tempo prima che lui pensasse alla cosa in questi termini. Saggiò il peso di Flora, alzandola di qualche centimetro. Pesava proprio come si era aspettato. Improvvisamente si scoprì a pensare a Flora come a un simbolo della madre, che era passato al padre nel corso del suo matrimonio e che ora sarebbe passato a Gerard Arnham. Christine stava pensando di sposarlo? L’avevano conosciuto il Natale scorso a un ricevimento offerto dall’azienda dello zio di Philip e c’era stato un blando corteggiamento, se corteggiamento si poteva chiamare. Questo poteva essere in parte dovuto al fatto che Arnham era sempre rimasto all’estero per la sua società. Arnham era entrato in quella casa solo una volta, per quanto ne sapeva Philip. Ora sarebbero andati loro a trovarlo. Sembrava che le cose stessero prendendo una piega più seria.
«Non credo che sarebbe opportuno portare Hardy» disse sua madre. Il cagnolino, al quale Christine aveva dato il nome ispirandosi ad Hardy Amies perché le piacevano gli abiti che lui disegnava, era uscito in giardino e si trovava vicino a lei. Christine si chinò e gli diede un buffetto sulla testa. «Non gli piacciono i cani. Non che sarebbe crudele con loro o cose del genere.» Parlava come se un’antipatia per i cani spesso implicasse una tendenza a torturarli. «Però non se ne cura. Direi proprio che non gli è piaciuto Hardy, quella sera che era qui.»
Philip ritornò in casa e Fee disse: «Vedendo Flora, mi è venuto in mente che Rebecca Neave una volta ha fatto una testa di ragazza».
«Che cosa vuoi dire con “ha fatto una testa di ragazza”?»
«A scuola. Nell’aula di ceramica. Era in argilla e in grandezza naturale. Per colpa dell’insegnante si è rotta… non avrebbe dovuto metterla nel forno. E, pensa un po’, ora Rebecca potrebbe giacere morta da qualche parte.»
«Preferisco non pensarci, grazie. Io non sono affascinato da queste cose come te.»
Fee prese Hardy in braccio. A quell’ora il cagnolino faceva sempre le moine a tutti, sperando che lo portassero a fare una passeggiata. «Non è che io ne sia affascinata, Phil. Tutti proviamo interesse per l’assassinio e per la violenza e per il crimine. Siamo tutti capaci di uccidere, tutti vorremmo qualche volta aggredire la gente, colpirla, ferirla.»
«Io no.»
«Lui proprio no, Fee» confermò Cheryl. «Lo sai che lui non lo farebbe mai. E non gli piace parlare di queste cose, quindi stai zitta.»
Flora la portava lui perché era l’unico maschio e quindi si supponeva che fosse il più forte. Senza una macchina era un viaggio terribile da Cricklewood a Buckhurst Hill. Avevano preso l’autobus fino alla stazione di Kilburn, la metropolitana da Kilburn a Bond Street e là avevano aspettato secoli per prendere un treno della Central Line. Erano partiti da casa prima delle quattro e adesso erano le sei meno dieci.
Philip non era mai stato in quella parte dell’Essex. Gli ricordava un po’ Barnet, in cui era stato piacevole vivere e dove sembrava che splendesse sempre il sole. La strada che stavano percorrendo era fiancheggiata da case nascoste da siepi e alberi e pareva di essere in un viottolo di campagna. Sua madre e le sue sorelle camminavano davanti a lui, ora, e Philip affrettò il passo, spostando il peso di Flora sull’altro braccio. Cheryl, che non aveva niente da portare ma calzava scarpe con tacchi alti e indossava i soliti aderentissimi jeans, chiese in tono lamentoso: «È molto lontano, mamma?».
«Non lo so, cara. So solo quel che Gerard mi ha detto: in cima alla collina e la quarta svolta a destra.» Christine usava con frequenza l’aggettivo “simpatico”, era la sua parola preferita. «È una zona simpaticissima, vero?»
Indossava un vestito di lino rosa e una giacca bianca. Portava una collana di perle e si era dipinta le labbra con un rossetto rosa; aveva l’aspetto di una donna che difficilmente sarebbe rimasta a lungo sola. I suoi capelli erano morbidi e vaporosi e gli occhiali da sole le nascondevano le rughe. Philip aveva osservato che, sebbene portasse la vera matrimoniale – non l’aveva mai vista senza –, si era tolta l’anello di fidanzamento. Christine probabilmente aveva una vaga ragione segreta per far questo; a suo parere, gli anelli di fidanzamento rappresentavano l’amore di un marito vivo, mentre le vere matrimoniali erano un requisito sociale sia delle vedove sia delle mogli. Fee, naturalmente, aveva al dito il proprio anello di fidanzamento. Per metterlo maggiormente in risalto, sospettava Philip, teneva quella che lei chiamava borsetta a busta con la mano sinistra. Il completo elegante blu scuro con una gonna troppo lunga aveva lo scopo di farla sembrare più vecchia di quel che era, troppo vecchia, poteva pensare Arnham, per essere la figlia di Christine.
Philip non si era dato particolarmente da fare riguardo all’aspetto. Il suo sforzo si era concentrato nel preparare Flora. Christine gli aveva detto di togliere le macchie verdi dal marmo e lui aveva fatto un tentativo con acqua saponata, ma senza alcun risultato. Sua madre gli aveva procurato alcuni fogli di carta velina per avvolgere la statua, poi lui l’aveva avviluppata in un secondo strato di carta di giornale, quel giornale del mattino che riportava le notizie relative a Rebecca Neave su tutta la prima pagina. C’era un’altra fotografia di Rebecca, e l’informazione che un uomo, sconosciuto, di circa ventiquattro anni, aveva trascorso tutto il giorno precedente alla polizia “per aiutarla nelle indagini”. Philip aveva arrotolato in fretta la statua in questo foglio e poi aveva infilato il fagotto nel sacchetto di plastica che aveva contenut...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il pugnale di vetro
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
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- Copyright