La favolosa leggenda di Re Artù
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La favolosa leggenda di Re Artù

  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La favolosa leggenda di Re Artù

Informazioni su questo libro

In un'epoca lontana di cui non ci rimangono tracce, una misteriosa profezia condiziona il futuro dell'Inghilterra: solo colui che riuscirà a estrarre la spada conficcata nella pietra diverrà re dell'intera Britannia. A sciogliere il magico sortilegio il destino eleggerà Artù, un giovane scudiero dal cuore generoso, animato dall'amore per la bella Ginevra e temprato dalla spada Excalibur.

Jordi Sierra i Fabra racconta ai bambini con parole semplici ed emozionanti la nascita di un mito, cantato attraverso i secoli.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804673446
eBook ISBN
9788852078606
SECONDA PARTE

IL “SOGNO” DI ARTÙ

IL “SOGNO” DI ARTÙ
CAPITOLO 6

NELLA SOLITUDINE DEL BOSCO

Ogni volta che cavalcava nel bosco, solo, immerso nei suoi pensieri e libero dai vincoli della sua nuova condizione di re, Artù ripensava alla conversazione avuta con Kay, il giorno che erano arrivati a Canterbury per il torneo.
Quanto tempo era passato…
O almeno così sembrava a lui, anche se in realtà erano trascorse soltanto poche settimane.
La sua incoronazione, il giuramento, le prime decisioni, l’urgenza di porre fine alle rivalità tra nobili e alle guerre cruente, la necessità di pacificare il regno e ottenerne tanto l’unità quanto la stabilità…
Un re ragazzino.
Quanto ci avrebbero messo i nobili a dimenticare che lui era il prescelto, colui che era riuscito a estrarre la spada dall’incudine? Al momento lo trattavano con un rispetto pari al timore. Ma con quest’ultimo non si può governare; quanto al primo, è necessario guadagnarselo con le azioni, e non con un semplice fatto isolato, per quanto decisivo.
«Vai! Vai!» In un accesso di furia spronò il suo cavallo.
Il destriero si mise in movimento non soltanto per l’ordine, ma anche per i colpi ricevuti sui fianchi. Era un purosangue nero, splendido: si lanciò tra gli alberi rapido come una freccia, senza curarsi di quanto fosse fitta la vegetazione, che a volte sembrava inghiottirli completamente. Più di una volta Artù fu costretto a chinarsi perché i rami più bassi non lo facessero cadere di sella. Non che amasse i pericoli, e neanche aveva l’abitudine di comportarsi come un pazzo, ma quando i sentimenti prendevano il sopravvento sulla ragione, si lasciava trasportare dall’istinto.
E niente era meglio che cavalcare.
Perdersi.
Il cavallo spiccò un salto per superare un albero che era caduto di traverso sul sentiero, abbattuto dall’età o da un fulmine. Artù gli si strinse al collo. Nel balzo, un ramo gli sfiorò la sommità della testa e questo gli fece perdere la concentrazione. Quando ritornò in sé, non gli rimase che cercare il modo migliore per cadere a terra senza farsi male, perché nel frattempo il nobile animale, trovandosi di fronte una folta macchia di vegetazione, alta più di un muro e buia come una notte senza luna, si era sollevato sulle zampe posteriori.
Il nitrito del cavallo coincise con l’atterraggio di Artù.
In qualche modo riuscì a trattenere l’animale per le briglie, evitando così che scappasse.
«Buono, Amico, buono…»
Lo chiamava “Amico” perché questo era. Era diventato l’essere vivente con il quale si confidava di più, visto che ormai Sir Ettore e Kay li vedeva appena. Gli mancavano moltissimo.
Si tirò su in piedi. Per prima cosa, doveva calmare il cavallo. Gli batté la mano sui quarti posteriori, gli accarezzò il dorso, e poi la testa. Il cavallo la scrollò, dall’alto verso il basso, fissandolo col fuoco negli occhi.
«Non è successo niente» gli sussurrò nell’orecchio. «Mi sono lasciato trasportare, come un bambino. Dimenticando che il bosco è pericoloso, pieno di insidie. Se ti fossi rotto una zampa non me lo sarei mai perdonato.»
L’animale si calmò.
Dopo, il cavaliere non riprese più il proprio posto in groppa. Afferrate le briglie, si mise a camminare stando alla sinistra del cavallo, sul lato dove la boscaglia era meno fitta. Attraversata la parte più buia, giunsero a una specie di radura di forma circolare, molto bella, che aveva al centro un minuscolo specchio d’acqua. Il suo arrivo spaventò un cervo, che in quel momento se ne stava lì a bere. In un balzo sparì.
«Il bosco ha i suoi segreti» sospirò il nuovo re d’Inghilterra.
Camminò fino allo stagno e si inginocchiò. Il suo cavallo chinò la testa e bevve un poco di acqua. Artù non ebbe più bisogno di legarlo. Lo lasciò libero. Si spogliò delle insegne reali e si mise a sedere, appoggiandosi a un albero dal grosso tronco. Il giorno in cui avrebbe costituito la sua corte a Camelot – che era quello che ormai aveva deciso di fare per poter avere intorno a sé i suoi cavalieri più fedeli –, nei suoi giardini avrebbe voluto un angolo proprio come quello. Un posto tutto per sé. Anche se non sarebbe mai potuto essere come l’originale. Sulla strada del ritorno avrebbe imparato a memoria il sentiero che conduceva a quel luogo, in modo da potervi tornare altre volte: gli sembrava l’angolo più bello che mai avesse visto. Uno spazio soltanto per lui, dove raccogliersi con i suoi pensieri, riflettere o prendere molte delle difficili decisioni che avrebbero cambiato, migliorato o dato un nuovo impulso ai destini del regno.
I destini del regno.
Il suo destino.
Sempre lui.
Forse non l’aveva saputo fin da bambino che il suo era un destino speciale? Forse non era proprio questo ciò che aveva pensato quel giorno, attraversando il bosco, mentre parlava con Kay?
Alzò la testa.
Il silenzio era un canto.
Né draghi né elfi, né giganti né esseri fantastici.
Soltanto il bosco, in quell’imbrunire così placido.
Chiuse gli occhi e si mise in ascolto di un’altra musica, quella che nasceva dentro di lui, dal suo cuore e dalla mente. La musica delle parole e della vita, delle emozioni e dei sentimenti. La sola nella quale poteva avere fiducia.
Sfiorò la spada, legata alla cintura. La spada che lo aveva reso re. La spada che sicuramente era stata messa nel cimitero di Canterbury dalla stessa mano che lo aveva portato fino a Sir Ettore: Merlino.
Se lo avesse trovato, avrebbe saputo chi era.
Solo che nessuno sapeva dove vivesse.
Merlino appariva e scompariva a suo piacimento, anche se il suo manifestarsi annunciava sempre qualcosa di inaspettato, buono o cattivo che fosse.
«Merlino!»
Il suo urlo fece sobbalzare Amico.
Artù rimase con gli occhi chiusi.
Era tentato di fermarsi, di passare lì la notte, perfino. Dimenticarsi per qualche ora di chi era e ritrovare l’innocenza di qualche settimana prima.
Una pace dolcissima lo avvolgeva.
Senza neanche sapere come, si addormentò.
CAPITOLO 7

L’APPARIZIONE MERAVIGLIOSA

Il risveglio fu brusco.
Era convinto di trovarsi nel cuore più folto del bosco, e invece sentì distintamente un rumore di cavalli, insieme ai loro cavalieri. Poteva sembrare un’allucinazione, non fosse stato che per di là, più vicino di quanto pensasse, passava un sentiero.
Artù balzò in piedi e portò la mano alla spada. Un attacco alla sua persona era ancora un’ipotesi possibile: un’imboscata, una cospirazione dei nobili più bellicosi, avidi di potere e tutt’altro che ben disposti all’idea di un unico re a governare il Paese.
Tanto meno un re ragazzino, sconosciuto ai più.
I cavalieri non si fermarono, proseguendo nel loro cammino.
Artù non poté trattenere la curiosità. Non tornò nemmeno a rivestirsi delle insegne reali. Cercando di orientarsi, si mise in cammino in mezzo alla boscaglia, diretto verso il gruppo dei cavalieri che, a giudicare dal rumore dei tanti destr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. PRIMA PARTE - LA SPADA MAGICA
  5. SECONDA PARTE - IL “SOGNO” DI ARTÙ
  6. TERZA PARTE - EXCALIBUR E LA DAMA DEL LAGO
  7. Epilogo
  8. Copyright