Numi del cielo, si moriva di caldo in quel regno insignificante…
O forse Celaena Sardothien si sentiva soffocare perché era rimasta ore a rosolarsi sul tetto, con un braccio sopra gli occhi per ripararsi dal sole, come il pane azzimo che i poveri lasciano cuocere sul davanzale perché non possono permettersi un forno di mattoni.
E quel loro teggya, o come lo chiamavano, un pane croccante dal sapore di cipolla che non se ne andava nemmeno dopo aver bevuto due litri d’acqua, le dava la nausea.
Ma era tutto quello che poteva permettersi da quando era sbarcata a Wendlyn, due settimane prima, e si era diretta a Varran, la capitale, come le era stato ordinato da Sua Maestà Imperiale e Signore della Terra, il re di Adarlan.
Dopo aver studiato l’inespugnabile fortificazione del castello, le guardie scelte e le bandiere color cobalto che sventolavano fiere nel vento caldo e secco, aveva deciso di non uccidere gli obiettivi che le erano stati assegnati.
Poi, avendo finito i soldi, si era messa a rubare teggya e vino dai carretti dei venditori.
Già, a rubare teggya e vino… Quel rosso asprigno, prodotto dalle dolci colline intorno alla capitale, che le prime volte aveva sputato, ma che poi aveva cominciato a piacerle, e anche parecchio… Specialmente dal giorno in cui aveva deciso che non le importava più di niente.
Allungò il braccio dietro di sé, per prendere la brocca. Con la mano la cercava a tentoni, ma niente e poi…
Imprecò. Dove diavolo era finito il vino?
Il mondo cominciò a girare e la abbagliò, mentre tentava di sollevarsi sui gomiti. Gli uccelli volavano in cerchio, tenendosi alla larga dal falco a coda bianca che era rimasto appollaiato sopra un comignolo per tutta la mattinata, in attesa della preda successiva. Sotto, la strada del mercato era un tripudio di suoni e colori, un brulicare di asini raglianti e venditori che esibivano le mercanzie, abiti locali che avevano qualcosa di familiare, strepiti di ruote sul selciato chiaro. Ma dove diavolo…
Ah, trovata! Era sotto una pesante tegola di terracotta, esattamente dove l’aveva messa qualche ora prima per tenerla al fresco, quando si era arrampicata sul tetto del mercato coperto per sorvegliare le mura del castello da due isolati di distanza, prima di rendersi conto che era meglio sparire nell’ombra, quell’ombra che l’implacabile sole di Wendlyn aveva ormai dissolto.
Celaena bevve dalla brocca o almeno ci provò. Era vuota, il che era un bene perché, per tutti gli dei, come le girava la testa! Aveva bisogno di bere acqua e di mangiare un po’ di teggya, e magari di lenire con qualcosa il grosso taglio al labbro e i graffi sulla guancia che si era procurata in una delle taverne, la sera precedente.
Con un gemito si rotolò supina a osservare la strada dall’alto. Conosceva le guardie che la pattugliavano, ne aveva memorizzato i volti e le armi, come aveva fatto con quelle sulle mura, con le loro ronde e l’apertura dei tre enormi cancelli. Doveva riconoscere che gli Ashryver e i loro antenati non scherzavano affatto con la sicurezza.
Erano passati dieci giorni da quando aveva raggiunto Varran. Ci aveva messo poco ad arrivare dalla costa, non perché fosse particolarmente ansiosa di far fuori i suoi obiettivi, ma perché la città era così grande che le sembrava più facile aggirare gli addetti all’immigrazione e non doversi registrare al loro benevolo programma di lavoro. E approdare in fretta alla capitale era stato un toccasana, dopo settimane in mare dove non aveva fatto altro che dormire sulla branda di una minuscola cabina e affilare armi con religioso zelo.
“Sei soltanto una vigliacca” le aveva detto Nehemia.
E ogni strato della pietra da affilatura le faceva eco. “Vigliacca, vigliacca, vigliacca”. Quella parola se l’era portata dietro a ogni miglio della traversata oceanica.
Aveva fatto una promessa, la promessa di liberare Eyllwe. Perciò, nei momenti di disperazione, rabbia e dolore, quando pensava a Chaol e alle chiavi di Wyrd e a tutto quello che si era lasciata alle spalle e che aveva perduto, Celaena preparava il suo piano. Il piano folle e azzardato di liberare il regno ridotto in schiavitù: di trovare e distruggere le chiavi di Wyrd che il re di Adarlan aveva usato per costruire il suo terribile impero. Era disposta a sacrificarsi pur di realizzarlo.
Solo lei e lui. Come avrebbe dovuto essere. Nessun’altra vita, nessun’altra anima macchiata, a parte la sua. Ci voleva un mostro per annientare un mostro.
E se lei era finita lì, grazie alle buone intenzioni mal riposte di Chaol, almeno avrebbe trovato le risposte che cercava. C’era una sola persona in tutta l’Erilea che era presente quando le chiavi di Wyrd erano state rubate da una razza demoniaca e conquistatrice, che le aveva trasformate in tre strumenti dal potere così micidiale da essere state occultate per migliaia di anni e quasi cancellate dalla memoria: Maeve, la regina dei Fae. Maeve sapeva tutto, essendo vecchia come il mondo.
Così il primo punto del piano stupido e avventato di Celaena era semplice: trovare Maeve, ottenere le risposte su come distruggere le chiavi di Wyrd e tornare ad Adarlan.
Era il minimo che potesse fare. Per Nehemia, per… tante altre persone. Dentro di lei non era rimasto più niente, o quasi. Solo cenere e abisso, e la promessa impressa nella carne fatta all’amica che l’aveva vista per quello che era veramente.
Approdati finalmente nel porto principale di Wendlyn, era rimasta ammirata dalle precauzioni prese prima dell’attracco: avevano aspettato una notte senza luna, poi avevano stipato Celaena e altre profughe di Adarlan nella cambusa e avevano risalito i canali segreti, oltre la barriera corallina. Era logico: la barriera era la miglior difesa per tenere lontane le legioni di Adarlan. E mettere le mani sulle loro difese navali faceva parte della sua missione laggiù, come paladina del re.
E poi c’era un’altra cosa che non riusciva a togliersi dalla testa: trovare un modo per impedire al re di giustiziare Chaol o la famiglia di Nehemia, come lui aveva promesso di fare, se lei non fosse riuscita a impadronirsi dei piani delle difese navali di Wendlyn e assassinare il suo re e il principe al tradizionale ballo del solstizio. Ma quando avevano attraccato, aveva dovuto accantonare tutti quei pensieri e le profughe erano state sbarcate per essere registrate dalle autorità portuali.
Molte di quelle donne portavano su di sé ferite esteriori e interiori e nei loro occhi erano ancora impressi gli orrori subiti ad Adarlan. Così, dopo essersi dileguata, approfittando della confusione dello sbarco, Celaena le aveva seguite da un tetto nelle vicinanze, mentre venivano scortate all’interno di un edificio per trovare una casa e un lavoro. Le autorità di Wendlyn avrebbero potuto portarle da un’altra parte della città e, indisturbate, fare loro qualsiasi cosa. Venderle, maltrattarle. Erano profughe: persone indesiderate e prive di diritti. Senza una voce.
Ma non era rimasta a guardare solo per paranoia. No. Nehemia sarebbe rimasta per accertarsi che quelle donne fossero al sicuro. E così anche Celaena si era incamminata verso la capitale solo dopo aver controllato che stessero bene. Capire come intrufolarsi nel castello era il meno, mentre pensava a realizzare i primi punti del suo piano e cercava di allontanare l’immagine di Nehemia.
Era filato tutto liscio e senza intoppi. Si era nascosta fra boschi e granai che aveva trovato lungo la strada e aveva attraversato le campagne come un’ombra.
Wendlyn. Una terra di miti e mostri, di leggende e incubi viventi.
Il regno era una distesa di sabbia calda e rocciosa, con una folta foresta che si faceva più verde sulle colline dell’entroterra, per poi svettare in picchi torreggianti. La costa e i dintorni della capitale si presentavano aridi, come se il sole avesse incendiato ogni cosa. Solo le piante più forti avevano resistito. Era molto diverso rispetto al regno umido e ghiacciato che si era lasciata alle spalle.
Una terra di abbondanza, di opportunità, dove potevi prendere tutto ciò che volevi, non dovevi chiudere la porta a chiave e la gente ti sorrideva per strada. Non che le importasse poi così tanto che la gente le facesse un sorriso, no, con il passare dei giorni, era diventata sempre più indifferente. Quella determinazione, quella rabbia, che aveva provato quando se n’era andata da Adarlan, erano svanite, inghiottite da un’apatia che la stava consumando.
Fu quattro giorni prima che Celaena intravvedesse l’imponente capitale ai piedi delle colline, Varran, la città in cui era nata sua madre, il cuore pulsante del regno.
Varran era molto più pulita di Rifthold e l’abbondante ricchezza era ben distribuita tra i ceti sociali, ma restava una capitale, con tanto di bassifondi, prostitute e giocatori d’azzardo, e non c’era voluto molto per trovarli.
Tre guardie si erano fermate a parlare nella strada del mercato e Celaena appoggiò il mento sulle mani per osservarle. A Wendlyn le guardie portavano una corazza leggera ed erano ben armate. Si diceva che i soldati fossero stati addestrati dai Fae per essere lesti, scaltri e spietati. E lei non aveva alcuna intenzione di constatarlo di persona, per tutta una serie di ragioni. Di sicuro, sembravano molto più vigili delle sentinelle di Rifthold, anche se non si erano ancora accorti della presenza dell’assassina. Ma in quei giorni, Celaena sapeva che l’unico pericolo che correva era rappresentato da se stessa.
Anche quando si rosolava al sole o si lavava come poteva in una delle tante fontane cittadine, non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione del sangue di Archer Finn sulla pelle, fra i capelli. Anche nel frastuono e nel ritmo pulsante di Varran, le pareva di risentire il gemito di Archer quando lo aveva sgozzato nei sotterranei del castello. E nonostante il caldo e il vino, aveva ancora davanti agli occhi la smorfia di orrore di Chaol quando aveva saputo che lei era una Fae, che un potere mostruoso avrebbe potuto annientarla e che aveva un lato oscuro e profondo.
Si era chiesta spesso se Chaol avesse risolto l’enigma che lei gli aveva rivelato al porto di Rifthold. E se avesse scoperto la verità… Celaena non aveva osato. Ma adesso non era il momento di pensare a lui o alla verità, o a nessuna delle cose che le avevano lasciato dentro quel senso di vuoto e sfinimento.
Tastandosi delicatamente il labbro spaccato, si concentrò sulle guardie giù al mercato, ma il gesto le fece ancora più male. Se l’era cercata la sera prima alla taverna: aveva preso a calci un uomo nelle parti basse e, quando questi aveva ripreso a respirare, era a dir poco inferocito. Spostò la mano dalla bocca e continuò a tenere d’occhio le guardie. Non prendevano soldi dai mercanti né facevano i prepotenti o minacciavano multe come le guardie di Rifthold. Tutte le autorità e i soldati che aveva visto finora erano… corretti.
Proprio come Galan Ashryver, il principe alla corona di Wendlyn.
E con un gesto di insofferenza, Celaena mostrò la lingua. Alle guardie, al mercato, al falco appollaiato sul camino, al castello e al principe che lo abitava. Se solo il vino non fosse già finito…
Era passata una settimana da quando aveva trovato il modo di intrufolarsi nel castello, tre giorni dopo il suo arrivo a Varran. Una settimana da quel giorno orribile in cui le era crollato il mondo addosso.
Soffiava una brezza fresca che sapeva di spezie, noce moscata, timo, cumino, limone, verbena. Fece un respiro profondo come per sgombrare la testa annebbiata dal vino e dal sole. Si udiva uno scampanio provenire da una delle città vicine, sulle montagne, e in qualche piazza un menestrello batteva mezzogiorno con un allegro motivetto. Come sarebbe piaciuto quel posto a Nehemia…
E a un tratto il mondo sparì, inghiottito dall’abisso che regnava dentro di lei. Nehemia non avrebbe mai visto Wendlyn. Non avrebbe mai visto il mercato delle spezie o udito quello scampanio. Celaena provò un senso di oppressione al petto.
Le era sembrato un piano perfetto quando era arrivata a Varran. Nelle ore che aveva passato a studiare le difese del castello, si era scervellata su come trovare Maeve e sapere delle chiavi. Era filato tutto liscio, senza intoppi fino a quando…
Fino al dannato giorno in cui aveva individuato una falla nella difesa a sud della cinta, alle due del pomeriggio, e aveva capito come funzionava il meccanismo del cancello. Fino a quando Galan Ashryver non era uscito a cavallo da uno di quei cancelli e aveva potuto osservarlo be...