Sorella, sorella, sorella, sorella.
Ogni volta che Lumikki andava a Riihimäki a casa dei suoi genitori, quella parola non smetteva di martellarle nella testa. Tuttavia anche quel giorno si rifiutò di uscirle di bocca. Lumikki mangiava senza appetito, nonostante sua madre le avesse preparato le lasagne con il formaggio di capra, uno dei suoi piatti preferiti. Niente da fare: era come se tutti i suoi centri del piacere fossero stati soffocati o spenti. Nutrirsi era solo una necessità. Persino il caffè non sapeva di niente.
Lumikki intuiva che era per via della lettera. Era ancora convinta che fosse tutto uno scherzo architettato contro di lei, eppure quel messaggio non le dava pace, continuava a fare capolino fra i suoi pensieri. Ingrigiva i colori, annebbiava il mondo che la circondava, annullava il sapore del cibo. Se solo avesse scoperto chi l’aveva scritto si sarebbe vendicata, non certo in modo incivile, ma con fredda determinazione.
A casa dei genitori, però, non faceva che rimuginare sul fatto che non era ancora riuscita a sapere se aveva davvero una sorella. Quando era a Praga aveva avuto la sensazione che i ricordi evocati in quei giorni – che Lenka aveva alimentato con la sua bugia – fossero veri. Era certa di aver avuto una sorella. Ma una volta tornata in Finlandia non ne era stata più tanto sicura. Aveva pensato che avrebbe affrontato la questione appena arrivata a casa, e invece non l’aveva fatto.
Quando aveva raccontato ai suoi genitori di Lenka, Lumikki aveva omesso di dire che lei sosteneva di essere sua sorella. Durante l’autunno le due ragazze si erano scambiate alcune mail, nelle quali Lenka le aveva scritto che stava studiando per conto suo matematica, chimica e biologia perché voleva essere ammessa alla facoltà di Medicina. Le aveva anche riferito velatamente di vivere ancora a casa di Jiři, perché si erano accorti che vivere insieme non dispiaceva a nessuno dei due. Jiři aveva trovato lavoro in un giornale locale. Lumikki aveva capito, leggendo fra le righe, che il reporter, dopo aver salvato con il suo aiuto Lenka dall’edificio in fiamme, si era reso conto di volersi occupare della sua protetta anche in un altro senso. Era felice per entrambi.
Di tanto in tanto Lenka concludeva i suoi messaggi firmandosi “la tua sorella spirituale”. Il termine “sorella” era in cima ai pensieri di Lumikki. Eppure evitava di pronunciarlo. Perché? Non sarebbe stato più facile affrontare l’argomento? Lumikki non capiva cosa la trattenesse. Forse erano state le accorate premure dei suoi genitori quando era tornata da Praga, il loro comportamento amorevole. Eccezionalmente affettuoso. Le era sembrato il momento sbagliato per sottoporli a un interrogatorio. Del resto era venuto fuori che il viaggio del padre a Praga di molti anni prima non aveva nessun legame con la questione della sorella, perciò Lumikki non si era messa a indagare neppure su quel versante.
A dire il vero, a Lumikki aveva fatto piacere sentirsi circondata dalle manifestazioni d’affetto dei suoi, e non aveva voluto rovinare tutto parlando di una cosa che poteva anche essere solo il frutto della sua immaginazione. Capita che le persone inventino di sana pianta dei ricordi che in realtà rispecchiano i loro desideri o si convincano che qualcosa che hanno solo immaginato sia veramente accaduto.
Così erano passati giorni, settimane, mesi, senza che Lumikki toccasse l’argomento. A un tratto si era resa conto che non aveva pretesti per tirarlo fuori senza che la cosa sembrasse una forzatura. Gli slanci affettuosi dei suoi genitori si erano affievoliti, e tutti e tre erano tornati ai loro vecchi ruoli, fatti di discorsi vaghi, dei minimi contatti indispensabili perché tutto sembrasse normale, dei tentativi di evitare silenzi imbarazzanti. Silenzi che per esempio nel pranzo di quel sabato abbondavano.
«Ne vuoi ancora?» chiese la madre per riempire uno di quei vuoti.
«No, grazie» rispose Lumikki. «Posso guardare un po’ le vecchie fotografie?»
«Un’altra volta?» si stupì il padre. «Abbiamo solo quelle che hai già visto, non ce ne sono altre.»
«Stavo pensando di usarle per un lavoro del corso di arti figurative» spiegò.
«Preparo il caffè» annunciò la madre, cominciando a raccogliere i piatti con gesti leggermente bruschi.
Seduta sul divano del soggiorno, Lumikki sfogliava lentamente l’album di fotografie. Sì, decisamente conosceva tutte le foto a memoria. Le aveva osservate molte volte, specie negli ultimi mesi. Aveva cercato di trovare la soluzione, la chiave del mistero.
C’era la foto del matrimonio dei suoi genitori. Alcuni scatti fatti nelle isole Åland, nella casetta estiva. Un paio di immagini sfocate della casa di Turku, dove vivevano prima di trasferirsi a Riihimäki. All’epoca Lumikki aveva quattro anni, perciò aveva dei ricordi vaghi; si trattava di un idilliaco villino di legno a due piani nella zona di Port Arthur, molto diverso dalla banale casa a schiera di Riihimäki. Era strano che i suoi avessero traslocato in un alloggio tanto più economico. Al prezzo del villino in legno di Turku si sarebbero potuti comprare una grande unifamiliare nella parte nuova della città. Evidentemente c’erano state anche questioni finanziarie di cui non le avevano mai parlato.
«Perché siamo andati via da Turku?» chiese.
Il padre, immerso nella lettura del giornale, trasalì. «Per lavoro» rispose, aggrottando la fronte.
La spiegazione non era convincente. Suo padre aveva sempre viaggiato per lavoro, perlopiù diretto a Helsinki. E per sua madre, che lavorava in biblioteca, sarebbe stato di certo più facile trovare lavoro a Turku piuttosto che nella ben più piccola Riihimäki. Lumikki, però, non fece altre domande.
Ancora una volta si chiese perché avevano così poche fotografie. A quanto pareva esistevano solo due foto per ogni suo anno d’età, e non erano nemmeno tanto belle. Non che lei desiderasse avere le centinaia, migliaia di foto che adesso era di moda scattare ai bambini fin da appena nati, ma era comunque strano che loro ne avessero così poche. Gli album dei suoi coetanei erano molti di più e molto più ricchi. Forse la madre e il padre non erano mai stati due patiti di fotografia. Oppure non erano mai stati interessati a fotografare la figlia.
Su un’immagine Lumikki si soffermò più a lungo. Aveva sette anni, era in piedi nel cortile della scuola. Era inverno. Le venne in mente che la madre l’aveva accompagnata a scuola e lì, improvvisamente, aveva voluto scattarle una foto. “Sorridi, dai! Almeno un pochino!” l’aveva esortata.
Nella foto Lumikki bambina guardava verso l’obiettivo con un’espressione seria, senza il minimo accenno di un sorriso. In realtà non aveva motivo di sorridere. Gli episodi di bullismo erano cominciati quell’inverno, e lei aveva detestato ogni singolo giorno di scuola. Rivedendo se stessa notò, dietro lo sguardo fiero, una paura agghiacciante.
Non avrebbe mai più voluto vedersi negli occhi quello sguardo. Eppure sapeva che lo specchio glielo mostrava ancora troppo spesso.
Richiuse l’album. Quel giorno non le avrebbe rivelato niente di nuovo. Nessun segreto nascosto nel passato.
Dopo il caffè la madre l’apostrofò: «Resti per la sauna?».
Era una domanda retorica. Una domanda di cortesia, non un vero invito.
«No. Ho da fare per la scuola» rispose Lumikki.
Proprio la risposta che ci si aspettava da lei.
Mentre si avviava a piedi verso la stazione, Lumikki passò davanti alla sua vecchia scuola. La vista dell’edificio e del cortile le faceva sempre salire in bocca un sapore di ferro. In quegli anni la violenza e i soprusi che aveva subito avevano raggiunto il livello massimo. Le percosse e le grida. L’isolamento. Le bugie per farla andare a scuola all’ora sbagliata, con la divisa sportiva sbagliata, con i compiti sbagliati. Lumikki aveva cercato di stare attenta e di fidarsi solo di ciò che sentiva direttamente dagli insegnanti, e nonostante questo aveva abboccato all’amo più volte. Era facile alterare i messaggi e convincere gli altri compagni a tenderle una trappola.
Anche il ricordo di quando si era ribellata alle sue aguzzine, Anna-Sofia e Vanessa, e di quando le aveva assalite fisicamente era orribile.
La rabbia. La perdita di controllo. La brama di uccidere.
Da allora Lumikki non sapeva se temere di più le sue carnefici o se stessa. Aveva paura di quello di cui era capace, la terrorizzava la sensazione di voler privare un altro essere umano della vita solo per mettere fine al proprio inferno. Non andava fiera dei suoi sentimenti, ma non negava neppure di averli provati. Per questo aveva voluto imparare a controllarsi e a mantenere la calma. Non aveva intenzione di lasciarsi sopraffare dagli altri, ma non voleva nemmeno agire in preda all’odio.
Se lo era imposto come principio, anche se non era sempre facile seguirlo.
A Riihimäki erano legati pochissimi bei ricordi. Uno era il teatro in cui aveva assistito a una rappresentazione quando aveva nove anni. Non riusciva a ricordare quale fosse, e d’altronde non aveva importanza: si era innamorata del profumo della platea, del brusio che piano piano scemava e del breve istante in cui le luci si spegnevano e lo spettacolo doveva ancora cominciare. La trepidazione e l’attesa, quando tutto era ancora sconosciuto e possibile.
Era seduta in prima fila e aveva dovuto inclinare la testa all’indietro per vedere bene. Gli attori erano vicinissimi, poteva vedere le più piccole alterazioni dei loro volti.
Si ricordava di un’attrice con i capelli scuri che aveva danzato, saltato e corso con movimenti leggeri e naturali mentre gli orli della gonna verdeazzurra riproducevano l’effetto delle onde del mare. Quando l’attrice si era avvicinata saltando al bordo del palcoscenico, Lumikki aveva notato che aveva un tutore al ginocchio. A quel punto aveva cominciato a osservare più attentamente le sue espressioni e aveva colto, sotto il sorriso conquistatore, le risate argentine e la recitazione impeccabile, un’impercettibile presenza di dolore. A ogni salto, a ogni passo di danza, sul suo volto si disegnava un’ombra così fugace che ai più rimaneva invisibile. Come se un velo le adombrasse gli occhi per un secondo.
Lumikki la osservava rapita. Aveva dimenticato di seguire il resto: la trama aveva perso importanza. Era rimasta a fissare le sfumature cangianti degli occhi della donna pensando che quindi era possibile mascherarsi dietro un ruolo grazie al quale gli altri non potessero vedere. Si poteva nascondere il dolore.
In quella danza leggiadra e in quel sorriso che animava il palco come i fiori dei meli, Lumikki aveva ravvisato il segno della forza e della potenza nascoste. “Anch’io un giorno diventerò come lei” aveva pensato. Poteva scegliersi un ruolo e calcare la scena o stare in platea. Anche lei poteva diventare chiunque avesse voluto.
Visto dal finestrino del treno, quel pomeriggio di dicembre sembrava scurirsi ancora più rapidamente del solito. Il panorama non rimandava altro che grigiore, lo stesso grigiore che aveva imperversato per tutto ottobre e novembre. Invece del nevischio, cadeva una pioggerella. La terra era nera. I rami spogli erano neri. Il finestrino rifletteva l’immagine di Lumikki. I suoi occhi sembravano neri.
Dopo Toijala, Lumikki si accorse che doveva andare in bagno, e non potendo aspettare di arrivare a casa, anche se mancava poco, decise di usare la toilette del treno. Quando tornò al suo posto, sul sedile c’era un foglio A4 ripiegato al centro. Si guardò intorno: nel vagone non c’era nessuno. In quel preciso istante il treno si fermò a Lempäälä.
Aprì il foglio. Le mani le tremavano.
Mia Lumikki,
so come ti senti quando passi davanti a quell’edificio. So cos’hai dovuto sopportare lì dentro e provo una rabbia accecante. Se solo tu lo volessi, io potrei farle soffrire. Se tu lo volessi, potrei dipingere quelle mura con il loro sangue. Potrei f...