Maggie piazzò il piatto di polpettone, specialità del giorno, quel martedì, sul bancone davanti a Scott Owens, da sei mesi orgoglioso agente del Dipartimento di polizia di Gotham City, per poi versargli una seconda tazza di caffè. Maggie sapeva che era a dieta e quindi aveva sostituito il contorno di patate, verdure miste e pane di mais con un’insalatina, servita con salsa ranch light a parte in una ciotola.
Owens aveva perso venti chili e lei era decisa ad aiutarlo a buttare giù gli ultimi cinque in tutti i modi.
Owens non prestò quasi attenzione al cibo, il gesto con cui se lo portava alla bocca era dettato più dall’abitudine che dalla fame. Alla nascita del bambino, Donna avrebbe dovuto lasciare il lavoro, e lui stava cercando di capire se era in grado di provvedere a tutti e tre con il suo stipendio da recluta. Metà delle loro entrate sarebbe sparita nel giro di appena quattro mesi, mentre le spese erano destinate a crescere in maniera esponenziale.
Perso nei suoi pensieri, non si accorse delle dita che gli picchiettavano sulla spalla, finché il movimento non si fece insistente e una voce dal tono spaventato attirò la sua attenzione.
«Agente? Agente?» La voce salì di tono, sempre più stridente. L’uomo che gli picchiettava la spalla era sulla trentina, vestiva in modo informale e aveva un’espressione molto preoccupata mentre indicava un punto all’estremità opposta del ristorante. «Vede? Li vede?»
La persona seduta in fondo alla sala gli voltava le spalle ed era nascosta dietro le pagine di un giornale. Il suo atteggiamento appariva abbastanza strano da spingere Owens a controllare. Il giovane agente si avvicinò, si fermò di fronte all’uomo per poi indietreggiare bruscamente per lo stupore.
Quello non era un uomo. Se anche era maschio, non era certo umano.
Spostandosi, Owens inciampò e si ritrovò immerso in una specie di incubo inconcepibile. Si girò esaminando con lo sguardo il resto della tavola calda...
«Che accidenti?»
... e di colpo si rese conto che non c’erano più esseri umani tra i clienti: erano qualcosa d’altro e si muovevano, alcuni strisciavano, addirittura, come se niente fosse. Owens si sfregò gli occhi, non poteva essere vero, ne era sicuro. Quando li riaprì, le figure erano davanti a lui.
Si guardavano le une con le altre come se notassero, e finalmente capissero, cosa si era impossessato di loro.
La tavola calda da Pauli, aperta a metà degli anni Cinquanta da un ex sindaco, adorata dalla gente del posto tanto per l’abbondanza delle portate di cucina casalinga quanto per i prezzi bassi, era piena di... mostri!
E i mostri si misero a gridare all’unisono.
«Qui Scott Owens, numero di distintivo 47532. Necessito rinforzi immediati. Tavola calda da Pauli, Quattordicesima e Moldoff.» Pausa. «No, non posso spiegare il motivo. Dovete fidarvi di me. E santo Dio, sbrigatevi, per favore.» Owens cercò la pistola, ma al posto della mano aveva delle chele da aragosta e così gli fu impossibile impugnarla.
Le figure correvano avanti e indietro in preda alla confusione. Agitavano incuranti le braccia, che a volte non erano che tentacoli, finendo per attaccare chiunque, o qualunque cosa, fosse vicino. E le grida non facevano che aumentare di intensità.
Poi si ritrovò sopraffatto dalle creature, che gli urlavano contro. Cercò di spiegare che era un agente di polizia, ma le parole che pronunciava sembravano, al suo stesso orecchio, il ringhio di un cane randagio.
Fu colpito da pugni e tentacoli. Sentì le ferite da taglio sul viso, il sangue che schizzava. I mostri presero ad ammucchiarsi addosso a lui, prima uno, poi un altro; lo raggiungevano denti affilati – no, erano zanne –, lo mordevano indifferenti al fatto che tentasse di difendersi da qualunque cosa lo stesse bloccando a terra.
Owens non aveva mai avuto tanta paura in vita sua, almeno a quanto ricordava. Ogni volta che una di quelle cose si spostava, anche se il movimento era impercettibile, sentiva il battito che accelerava, il cuore gli martellava in petto, la pelle si imperlava di sudore. Ai tempi del college, aveva arrampicato in montagna. Una volta era caduto e a causa delle ferite aveva passato quasi quattro mesi in ospedale. Neppure durante quella caduta aveva provato un terrore paragonabile. Era logorante e lui ne era preda, tanto che pregò di morire piuttosto che soffrire un istante di più.
Si contorse e, viscido come melma, ebbe l’impressione di scorrere nei vuoti tra una bestia e l’altra. Le chele divennero pinne e le usò per farsi strada. Solo pochi metri lo separavano dalla porta della tavola calda, ma era come essere nell’altro emisfero. I mostri bloccavano ogni via di fuga.
Continuò a lottare in mezzo alla folla e si rese conto che quelle creature erano confuse e spaventate quanto lui. Non stavano tentando di ucciderlo, cercavano solo di scappare, di proteggersi.
Di colpo la porta d’ingresso sembrò esplodere. I mostri vi picchiavano contro, facevano tremare i vetri, guadagnando poi spazio tra le schegge e le altre creature, mentre fuggivano da quello che doveva essere l’inferno. Owens fu trascinato con gli altri e si ritrovò fuori, mentre le pinne riassumevano la forma di dita attaccate alle mani, parti di un corpo che era, grazie a Dio, di nuovo umano.
Cadde faccia a terra nel canale di scolo. Quando alzò lo sguardo vide una dozzina di uomini e donne che scappavano dalla tavola calda come se qualcuno stesse ancora dando loro la caccia. Alcuni erano riversi sul marciapiede, o addirittura sulla strada. Sembravano proprio messi male, ma almeno non c’erano più mostri.
Inspiegabilmente la minaccia spuntata da chissà dove era svanita.
La paura, però, era ancora lì.
Owens prese il telefono e cercò di chiamare il suo responsabile al commissariato, ma non riusciva a controllare la voce. Le sue parole sembravano ancora l’ululato di un animale selvaggio. E se anche fosse stato in grado di parlare, non pensava che gli avrebbe creduto sentendolo raccontare di essere scampato per un pelo a una tavola calda piena di demoni.
Gli tremavano le mani e fece cadere il telefono. Provò a raccoglierlo ma lo sentì improvvisamente vibrare. Per lo stupore, lo lasciò cadere di nuovo.
Uno dei clienti in fuga mise il piede sul telefono e lo ruppe. Owens si sentì completamente solo e la paura divenne panico. Come gli altri, voleva solo scappare via e cercò di alzarsi, ma le gambe vennero meno e non riuscì a muoversi.
Rimase lì, a terra, ad aspettare la morte.
Ma non morì.
Le cose che aveva visto non potevano essere reali, anche se lo sembravano. Si era trattato di un’allucinazione? Di isteria di massa? Se era così, avevano visto tutti gli stessi mostri? Com’era possibile?
Dall’altra parte della strada si trovava il Gotham Triangle Building, sede del «Gotham Tribune», un quotidiano che nei suoi giorni di gloria aveva un pubblico di tre milioni di lettori al giorno, ma all’epoca di Internet le vendite si erano ridotte a malapena a un terzo. In alto, sulla facciata del palazzo, c’era uno schermo gigante su cui scorrevano nella striscia in basso le notizie, mentre il resto era dedicato alle pubblicità.
Sullo schermo si susseguivano immagini di donne bellissime che correvano sulla spiaggia in bikini dalle dimensioni minime consentite, mentre si decantava un prodotto femminile che Owens non conosceva. Di colpo l’immagine pixelata delle donne si bloccò per poi scomparire, sostituita da un’inquadratura dell’interno della tavola calda.
Owens rimase a fissare lo schermo per qualche minuto. I clienti del ristorante erano scatenati, si aggredivano, si mordevano a vicenda incuranti di tutto. Poi si vide scivolare sul pavimento di ceramica, mentre afferrava gli altri e li spingeva da parte per avvicinarsi alla porta in un disperato tentativo di fuga. Fissò la propria immagine, enorme: non era il mostro che credeva di essere diventato, ma era violento e indifferente al suo prossimo e si sentì male all’idea di quello che aveva fatto.
Ma poi gli venne in mente un’altra cosa, una cosa tanto spaventosa da fargli rivoltare lo stomaco e venire i sudori freddi. Durante quella follia qualcuno stava filmando la scena e lui non l’aveva visto. Che razza di poliziotto era?
Mentre fissava il fotogramma, l’immagine tremò di nuovo. Al posto della sua figura scorse un uomo con un sacco di iuta in testa che sembrava gli fosse stato cucito sulla faccia. Gli occhi vuoti, scuri, erano stati bruciati e le mani, con le quali gesticolava, avevano siringhe al posto delle dita.
Era un’altra allucinazione?
Sullo schermo, dove fino a un momento prima si rincorrevano le notizie, erano ora comparse delle parole:
È ORA DI OBBEDIRE
Quello strano personaggio, tutt’ossa, aveva un timbro di voce profondo, roco e gutturale che suonava a malapena umano.
«Gotham City, sono ora padrone dei tuoi canali televisivi: guarda cosa ho fatto» disse. «Per questa prima dimostrazione ho usato appena centocinquanta grammi della mia ultima tossina. Domani, tutto questo sembrerà un gioco da ragazzi.» Owens rilesse la frase e fissò l’immagine, e fu allora che lo riconobbe, il ricordo affiorò da uno dei tanti briefing in Centrale. Era il criminale noto come Spaventapasseri. «Gotham City, non ci saranno altri avvertimenti.»
Quel volto crudele sembrava che fissasse proprio lui e gli faceva pulsare il sangue nelle vene più forte. L’enorme schermo crepitò di nuovo per l’elettricità statica e poi si spense come se qualcuno avesse tolto la spina.
“Non ci saranno altri avvertimenti?”
Cosa accidenti stava per accadere?
La minaccia dello Spaventapasseri era andata a segno.
Una coda lunga più di otto chilometri si snodava in direzione del Mercy Bridge, una diramazione partiva addirittura dal Memorial Park di City Center. Dal ponte si vedeva City Island e da lì levarsi la Signora di Gotham, imponente e fiera, che innalzava la sua torcia. La grande statua era stata costruita decenni prima come faro, una luce che avrebbe illuminato le speranze e i sogni di Gotham. Purtroppo, con il passare degli anni, quella luce si era offuscata fino a illuminare poco più che l’infinita serie di fallimenti della città.
Agenti in moto o a cavallo sfilavano di fianco alle macchine incolonnate nel tentativo pressoché vano di mantenere la calma tra chi desiderava disperatamente scappare. Autobus di linea e scuolabus, destinati a un nuovo uso, erano stati raccolti nel punto più critico, in modo da alleggerire in parte il traffico, ma avevano finito per restare anch’essi intrappolati nella piena di fuggitivi terrorizzati.
Dal sedile posteriore dell’auto di servizio, Gordon orchestrava l’esodo cittadino meglio che poteva. Era preso nel tourbillon di una mezza dozzina di cellulari che lo mettevano in comunicazione con i capitani dei distretti chiave di Gotham City. Il veicolo procedeva per la maggior parte del suo tortuoso percorso sui marciapiedi, e l’insistente grido della sirena metteva in fuga i cittadini già di per sé terrorizzati, che cercavano di non essere investiti.
«Signore,» al telefono, una voce dal tono spaventato «i miei uomini hanno già fatto evacuare un terzo della popolazione di Miagani Island, ma non riusciremo mai a raggiungere tutti in tempo.» Jerome Finger, veterano del Dipartimento di polizia di Gotham, ventidue anni di servizio, era capitano del Quinto distretto, ed era chiaramente spaventato. Al tempo stesso, però, si sforzava di mantenere il controllo. «Non so che fare, signore. Abbiamo davvero bisogno di aiuto.»
«Vorrei tanto potertene dare, Jerry» ribatté Gordon. Finger era stato uno dei primi poliziotti che aveva conosciuto al suo arrivo a Gotham City. Era impossibile trovare un agente migliore o più onesto di lui, ecco perché solo tre anni dopo era stato promosso capitano. «Abbiamo l’organico ridotto all’osso. Fai evacuare tutti quelli che riesci.»
«E quelli che non riusciamo a evacuare, signore?»
La risposta gli risultava odiosa, ma Gordon sapeva che non ce n’era un’altra.
«Non possiamo fare l’impossibile» e chiuse la comunicazione prima che Finger potesse ribattere, lasciò cader...