Atif si appoggiò all’indietro sulla sedia scomoda. Nonostante la neve e il gelo fuori, l’aria nella stanzetta senza finestre era soffocante. La puzza di caffè bruciato, le esalazioni di numerosi corpi e la disperazione della gente gli erano familiari. Erano sicuramente uguali nelle stazioni di polizia di tutto il mondo.
Aveva fame e il collo e le spalle erano contratti per il lungo viaggio. Odiava volare, odiava mettere la propria vita nelle mani di persone sconosciute.
«Nome?» chiese il poliziotto sulla sedia di fronte.
«È scritto lì.» Atif fece un cenno verso il passaporto rosso appoggiato sul tavolo tra loro. Il poliziotto, un ometto paffuto e calvo sulla sessantina che si era presentato come Bengtsson, non rispose. Continuò a sfogliare il raccoglitore che aveva aperto sulle ginocchia senza nemmeno alzare lo sguardo.
Atif sospirò.
«Atif Mohammed Kassab» disse.
«Età?»
«Ho quarantasei anni, sono nato il 19 giugno. La festa di mezza estate…» In realtà non sapeva perché l’avesse detto. Ma il poliziotto alzò finalmente lo sguardo.
«Cosa?»
«Il 19 giugno» rispose Atif. Non parlava svedese da anni. Le parole suonavano goffe, la pronuncia sfasata come in tutti i film doppiati che vedeva nel suo paese. «Ogni sette anni è la festa di mezza estate.»
Il poliziotto lo fissò attraverso i suoi piccoli occhiali da lettura. L’odore di sudore da poliestere e alito al caffè si propagava sopra il tavolo. Atif sospirò di nuovo.
«Senta, Bengtsson, è passata più di un’ora da quando mi avete fermato al controllo passaporti. Arrivo dall’Iraq, quindi sospettate che il mio passaporto sia falso, o che il passaporto sia vero ma che non sia mio.»
Fece una pausa, pensando a quanto avrebbe voluto un hamburger. Il poliziotto non fece una piega.
«Sono stanco e ho fame, quindi posso farle io un riassunto veloce?» continuò Atif. Lo sfasamento era già diminuito, le parole gli venivano più facili.
«Mi chiamo Atif Kassab e sono nato in Iraq. Mio padre è morto presto e mia madre mi ha portato in Svezia. Si è risposata con un parente. Quando avevo dodici anni lui è scappato negli Stati Uniti abbandonando me, mia madre e il mio fratellino appena nato. Ma a quel punto eravamo cittadini svedesi e non ci hanno potuti espellere.»
«Lo dice lei.» Il poliziotto guardò di nuovo il raccoglitore. «Secondo i registri anagrafici nazionali, Atif Mohammed Kassab risulta trasferito.»
«Esatto. Circa sette anni fa» rispose Atif.
«E da quel momento lei dove ha abitato?» Bengtsson sollevò appena le sopracciglia.
«Iraq.»
«Dove in Iraq?»
Atif corrugò la fronte. «Perché?»
Il poliziotto sollevò lentamente la mano e si tolse gli occhiali.
«Perché quell’Atif Mohammed Kassab che lei sostiene di essere ha una fedina penale davvero impressionante.» Agitò gli occhiali in direzione del raccoglitore.
«E allora?» Atif alzò le spalle.
«Be’, se lei è veramente Atif Mohammed Kassab è interesse della polizia saperne qualcosa di più. Dove vive, di cosa si occupa, chi frequenta.»
«Ho un passaporto svedese, sono cittadino svedese. Non sono obbligato a dirle un caz…» Atif si interruppe a metà della frase e si strinse la base del naso. Erano quasi le undici di sera. Ormai erano passate dieci ore dall’ultimo pasto decente.
«Se sospettiamo che ci sia qualcosa che non va possiamo rimetterla su un aereo per l’Iraq. Ce n’è uno domattina.»
Il poliziotto grasso intrecciò le dita dietro il collo e si stiracchiò lentamente. Attraverso la camicia si vedevano chiaramente le macchie di sudore sotto le ascelle.
«Oppure possiamo chiuderla in una cella per qualche giorno» proseguì. «Mentre confrontiamo le sue impronte con i registri. Ma potrebbe volerci un po’.» Il poliziotto ridacchiò.
Atif stava per dire qualcosa, ma si trattenne. Probabilmente era un bluff. Anche se quel ciccione di sbirro dubitava ancora che il passaporto fosse vero, doveva aver capito che non era un clandestino. D’altro canto, lui non aveva nessuna voglia di stare in cella. Aveva un appuntamento.
Fece un respiro profondo. Quella gara a chi pisciava più lontano era inutile. Non aveva niente da perdere a collaborare. La sua ostilità era più che altro un riflesso, ma ormai le cose erano diverse. Era più adulto, più saggio. E poi desiderava quell’hamburger. Un big menu con tante patatine e una Coca-Cola con ghiaccio.
«Najaf» disse. «Si trova nell’Iraq occidentale. La mia famiglia viene da lì. Mia madre si è ammalata ed è voluta tornare a casa. Sono andato con lei per aiutarla e sono rimasto là.» Alzò appena le spalle e decise di restare così. Il poliziotto annuì leggermente e annotò qualcosa nel raccoglitore.
«E di cosa si occupa laggiù uno come lei?»
Atif attese un paio di secondi, pensò di mentire, ma cambiò idea. “Uno come lei…” Infilò la mano nella tasca interna della giacca e aspettò che l’altro uomo alzasse lo sguardo.
«Sono un poliziotto» disse aprendo sul tavolo il portadocumenti di pelle con la carta d’identità e il piccolo scudo di metallo lucido.
Per una volta l’ispettore Kenneth Bengtsson non sapeva cosa pensare. Il collega del controllo passaporti era parso sicurissimo quando gli aveva passato l’incarico. Un passaporto falso, ben fatto, probabilmente uno autentico a cui era stata sostituita la foto. Che il proprietario originale del passaporto si rivelasse poi un vero delinquente sembrava supportare la teoria. I giusti contatti e diverse migliaia di corone bastavano per un passaporto svedese vero. E tutti i dati indicavano che Atif Kassab aveva parecchi contatti del genere.
Ma l’uomo che si dichiarava Kassab non era il tipico clandestino con le solite frasi a scatti ripetute a mente. Quell’uomo parlava svedese come lui. Certo, un po’ zoppicante, come se fosse passato qualche anno dall’ultima volta, ma comunque.
L’unica immagine di Atif Kassab che c’era nei registri era di più di dieci anni prima, e passando dal fax non era migliorata. Ovviamente Kassab era schedato, ma Bengtsson non aveva nessuna voglia di affrontare il rullo d’inchiostro per prendergli le impronte per un confronto. Di solito faceva fatica a trattenere le risate quando i poliziotti in televisione schiacciavano qualche tasto su un computer e comparivano impronte digitali, indirizzi, foto degli amici, numero di scarpe e tutto ciò che poteva servire. La giornata lavorativa di Bengtsson si basava ancora su inchiostro, carta e confronto manuale con la lente d’ingrandimento, se non voleva aspettare gli orari d’ufficio della Scientifica.
Per questo preferiva affidarsi prima di tutto al suo giudizio per identificare le persone. Di solito i dati del sistema non erano così dettagliati come in quel caso. Aveva davanti le trascrizioni nel raccoglitore. Aveva già spuntato tre dati.
Età: 46.
Altezza: 195 centimetri.
Occhi: marroni.
Ma accanto alla corporatura e al colore dei capelli aveva messo dei piccoli punti di domanda. L’uomo sulla foto sgranata che fissava l’obiettivo con arroganza aveva i capelli lunghi e scuri tirati indietro e un pizzetto che non riusciva a nascondere il notevole doppio mento. L’aria da criminale incallito e la spessa catenina d’oro intorno al collo confermavano quello che risultava dai registri della polizia.
Ma l’uomo di fronte a Bengtsson era rasato come un militare, e quel millimetro di capelli che si vedeva era ormai grigio. La barba incolta sulle guance invece era scura, quindi dopo qualche dubbio Bengtsson trasformò uno dei punti di domanda in un segno di spunta.
Inoltre quell’uomo non era grasso, per niente. Era grosso, di sicuro pesava intorno ai cento chili, ma la parola “robusto” non era esatta. Bengtsson scrisse “palestrato” in un angolo del foglio, ma poi si pentì. Quella parola gli fece pensare al look da galletto pompato che di solito avevano i delinquenti appena usciti di galera. Atif Kassab emanava più un altro tipo di forza. Bengtsson annotò “allenato” in un angolo. Si accorse di sorridere soddisfatto della descrizione. Il portamento dell’uomo era eretto, lo sguardo vigile e anche se Bengtsson era riuscito un po’ a irritarlo, lui era stato abbastanza intelligente da controllarsi.
Bengtsson notò che l’orecchio sinistro dell’uomo era leggermente deformato. Gli mancava un pezzo di cartilagine dal padiglione e dalla mascella partiva una cicatrice che scendeva fino al collo, dove la barba incolta non riusciva a crescere. I dati che aveva davanti non nominavano ferite né cicatrici, ma d’altra parte non era difficile immaginare come se le fosse procurate.
Bengtsson girò e rigirò la custodia con la piastrina di metallo. Guardò la carta d’identità che raffigurava l’uomo in uniforme.
Sgt. Atif M. Kassab,
6th Army div.
M P. Bat.
Ricordava il tesserino di riconoscimento di Bengtsson; quella piastrina di metallo lucido a forma di scudo era fatta chiaramente sul modello americano. Sembrava vera, ma non poteva esserne sicuro.
«Polizia militare, dice…» scandì Bengtsson allontanando il portadocumenti di pelle. Non poté evitare di sorridere tra sé. Era come mettere un lupo a fare la guardia alle pecore.
«E com’è approdato a questo lavoro, se posso chiedere? Con il suo passato, voglio dire.»
«Me l’ha consigliato un parente. L’esercito aveva bisogno» rispose Atif.
«No, no, questo l’ho capito. Quello che mi chiedo è come mai abbia scelto di fare questo lavoro. Di passare dall’altra parte.» Il poliziotto spostò il raccoglitore sul tavolo e si sporse in avanti.
Atif alzò le spalle. Avrebbe potuto dire che era merito di sua madre. Non voleva che le pagasse la stanza della piccola casa di riposo se i soldi non venivano guadagnati onestamente. Non c’era niente di più rispettabile che fare il poliziotto. E poi gli piaceva il suo lavoro, era bravo. Ma Atif aveva già svelato più di quanto volesse: quello sbirro ciccione poteva vivere nell’incertezza riguardo alle sue motivazioni.
Nella stanza calò il silenzio. Atif bevve qualche sorso d’acqua dal bicchiere di plastica sul tavolo. Bengtsson continuò a fissarlo per un bel po’.
«Va bene, le credo» disse il poliziotto separando le mani. «Recuperiamo il suo bagaglio e la lasciamo andare nella sala degli arrivi. Bentornato in Svezia.»
Annotò qualcosa nel raccoglitore, lo chiuse e si alzò. Atif lo imitò immediatamente. Pensò al fast-food che c’era tra i terminal. Sperava che fosse aperto di notte.
«Un’ultima cosa» fece Bengtsson.
«Dica.»
«Perché è tornato? In Svezia, intend...