Credevo che la cosa più difficile fosse vederti arrivare.
È quello che pensavo stamattina, senza che ne potessi parlare con nessuno, come sempre.
Ma credevo di riuscire a controllare le emozioni, in fondo è quello che abbiamo fatto ogni volta che non eravamo soli.
Poi invece i figli mi hanno commosso, i tuoi figli Warren, quelli che hai avuto con Beth. Mi hanno fatto piangere quando si sono raccolti intorno a te e hanno cantato Nearer, my God, to Thee. Non sapevo che avessero fede, e chissà se ne hanno, in realtà: non me ne hai mai parlato, tu queste cose le hai sempre combattute. Anzi disprezzate.
Dicono che sei stato un padre distante, ma erano belli quando cantavano e ringraziavano, ne sentivano il bisogno, si vedeva. E avrei voluto ringraziare anch’io, e disperarmi, sì, Warren, anche dopo tutti questi anni. E accarezzare la cassa come ha fatto Beth, e poi baciarla. E ricevere l’abbraccio di tutti. Ma non era né il luogo né il momento.
Padre Abram, sull’altare, ha detto che quel canto non era altro che fede: l’avresti considerato un oltraggio, Warren, un tradimento, ma i figli devono essere liberi di andare contro di noi, era uno dei cardini del tuo credo.
Il sindaco cantava anche lui, i politici devono mostrarsi sempre rispettosi, affettuosi e, possibilmente, religiosi: era un’altra cosa che detestavi. E cantava il governatore, con quella voce da basso che gli aveva assicurato l’elettorato femminile, dicevi così, prima di imitarlo alla perfezione.
Nearer, my God, to Thee
Chissà se esiste veramente un Dio che ci accoglie nel suo abbraccio. Che ci ama, e ci perdona. E lo fa perché ci ha creati fragili e imperfetti.
The sun gone down
Darkness be over me
My rest a stone
C’erano anche i direttori dei giornali, i galleristi, gli artisti, gli attori, insomma quelli che chiamavi la serie A. Con orgoglio, noia o scherno, a seconda dei giorni.
C’era anche Meryl, non ne citavi mai il cognome, perché era di casa, e così me l’hai presentata quando l’abbiamo incontrata al Four Seasons: Meryl, come se fosse una persona qualunque. Aveva capito tutto, e noi siamo rimasti in silenzio a guardare un sorriso che non apparteneva a nessun personaggio da interpretare. Ci ha fatto sentire nudi, e per il resto della sera abbiamo fissato i giochi di luce sulle finestre pensando a quanto eravamo stati stupidi ad andare in un posto così in vista.
In prima fila c’era anche quella matta di Maria, lei proprio non la reggevi, con i suoi atteggiamenti da santa e un figlio prete. Non aveva un’aria materna, mentre ascoltava padre Abram, sembrava semmai una vecchia hippie, e ha voluto pronunciare il suo ricordo anche lei: nessuno ha capito cosa intendesse, parlava di luce e di grazia. Parole vuote, così le definivi, e alzavi la voce: slogan da fanatici, da ignoranti, che s’illudono di appoggiare su quelle stampelle le proprie insicurezze e paure. Ma eri tu a farmi paura quando parlavi così.
Chissà quanta gente ha fede, qui dentro, chissà quanto in fretta si dissolverà l’emozione di questo momento, di queste canzoni, forse già sul sagrato. Il dolore non andrà via, questo lo so, come anche il vuoto, ma cosa succederà delle parole che promettono vita eterna? Continueranno a consolarci? A tormentarci?
Dicono che anche padre Abram sia un uomo pieno di dubbi. Dicono persino che abbia avuto un’amante: ma lui la fede l’ha tradita senza mai perderla, e le parole che pronuncia sono più grandi di lui. Continuano a dirci che quanto stiamo vivendo è solo un passaggio verso la vita vera, e dobbiamo essere lieti, nulla muore per sempre.
Non te la prendere con Beth se ti abbiamo salutato in una chiesa: lo ha fatto per te, è un modo di dirti che ti ama, di darti tutto quello che ha, di proteggerti soprattutto in questo momento. E di affermare che ora spetta a lei decidere.
Molti penseranno che è stata una prevaricazione, che non ha rispettato chi eri, perché non sei mai cambiato, questo lo so, ma è una scelta che spetta solo a lei, io non ho ruolo né autorità.
Ti stupirò, lo so, forse ti irriterò, ma credo di capirla: ora che non hai la forza di combattere ha voluto avvicinarti a un mondo che hai sempre esecrato. Chissà, forse ha avuto semplicemente paura per te. O forse ha immaginato che in fondo era quello che volevi. Chissà.
Mi sono vestita di scuro, ma non troppo: non spetta a me l’onore del dolore più grande. E mi sono seduta in un banco al centro della chiesa, non troppo avanti, ma neanche in fondo: chi ha sospettato di noi, o semplicemente ha riportato le chiacchiere per riempire il proprio vuoto (è una tua espressione che ho fatto mia da tempo), giudicherebbe entrambe le scelte di cattivo gusto. Anche dopo tutti questi anni.
Ma in realtà l’ho fatto per me, Warren, ho imparato a fregarmene dei giudizi degli altri, che, come diceva qualcuno, sono il diavolo. Vedi, ora che non ci sei faccio anch’io riferimenti religiosi: il vuoto mi dà più libertà. Me l’avevi fatto conoscere tu, Sartre, anche se non lo avevi mai letto. Sapevi a memoria solo quella frase, e ti bastava per apprezzarlo. A me quella sembrava invece un’idea brutta, disperata, stavo per dire senza luce.
Anche questo mi generava paura, e mi faceva venire voglia di abbracciarti, e poi scuoterti, e dirti che avevi tutto: il tuo grande problema era solo quello.
E l’ho fatto per Beth, che ha sempre sospettato, anzi ha saputo al punto da rimuovere. Le donne si difendono così.
Le ho sempre voluto bene, credimi, e quando ha festeggiato i tuoi settant’anni, pochi mesi fa, ho sperato che invitasse anche me, dopo tutto questo tempo. O che lo facessi tu, sono rimasta l’illusa di tanti anni fa. Ma è meglio che non sia venuta, avrei solo sofferto.
C’erano tutti anche alla festa, gli stessi che ora riempiono questa chiesa. I vestiti degli uomini non sono neanche troppo diversi, siamo noi donne che cambiamo colore. E quella sera Beth ha cantato Someone to Watch Over Me, perché è la tua canzone preferita, ed è sempre spettato a lei proteggerti.
Sì, molto meglio che io non sia venuta.
In fondo alla chiesa ho visto Greta, com’è invecchiata, sembrava arrabbiata con il mondo intero, come se tutto quello che stava succedendo fosse una messa in scena sulla quale non poteva dire la sua. Ho preferito evitarla, ma lei mi ha riconosciuto, e attraversato con lo sguardo, non era il mio posto, quello.
Dietro di lei un signore vestito male: quando Beth è passata ha cercato di salutarla, ma lei lo ha fissato negli occhi e ha tirato dritto. Lui si è ritratto subito, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato. Poi, sul sagrato, è venuto a parlare proprio con me: ha un accento spagnolo e non ti conosceva. Anzi non conosce nessuno. Chissà cosa ci fa, qui. Chissà quante cose non sappiamo. Chissà quante delle persone che ti stanno salutando hanno un segreto.
La cosa più difficile l’ho capita adesso, Warren: non sono quei canti. E non è l’incenso. O l’indifferenza di un sole glorioso, in una giornata come questa.
Non è lo sguardo di Beth, assente alla vita, o Someone to Watch Over Me che ti accompagna sul sagrato di St. Vincent Ferrer.
E non è neanche la macchina che ti porta via, chiuso in quella cassa, vestito con l’abito che ti hanno messo uomini che non conosci, e dentro al quale ti consumerai fino a diventare cenere.
No, la cosa più difficile da sopportare sono io, sola insieme a te, come sempre.
Lo studio Barron rappresentava il punto di approdo più ambito per tutti coloro che facevano la mia professione. Warren era una figura leggendaria, tra gli avvocati di New York: il numero di vittorie dello studio – tra i pochi di quella importanza ad avere un nome unico, senza bisogno di esibire associati o partner – era da record, il novantasei per cento delle cause, e le pochissime non coronate dal successo appartenevano ai primi mesi di attività, quando era ancora ammalato di sentimentalismo e idealismo, così amava ripetere a chi aveva l’imprudenza di parlarne.
L’indirizzo era 630 Rockefeller Center, e anche su questo aveva una definizione decisa, insindacabile: “Il cuore del mondo”. La ripeteva durante il colloquio di ammissione dei praticanti, lasciando che essi guardassero, nella grande finestra alle sue spalle, il trionfo dei grattacieli della midtown: era un luogo che bisognava rispettare, celebrare, meritare.
Warren supervisionava di persona ogni dettaglio, anche il più irrilevante, e teorizzava che la forma maggiore di potere fosse l’informazione: ai praticanti veniva chiesto di studiare gli elementi apparentemente più insignificanti della personalità del cliente. Una cura ancora maggiore era da riservare a coloro ai quali s’intentava la causa, anche se l’azione legale era nei confronti di una società o un’istituzione: «C’è sempre una persona dietro» spiegava, «con la sua sensibilità, la sua ambizione, la sua fragilità». Non pensate tuttavia che fosse un modo di ricattare, il solo pensiero lo ripugnava: non ricordo un atto di Warren che non rispettasse la legge in maniera assoluta, intransigente, adatta a essere citata come esempio. Se esisteva un Dio, nel suo universo, era proprio la legge, uguale per tutti, come la morte.
Era semmai il suo modo di avere un quadro preciso e razionale del problema da affrontare. «Quando non conosciamo qualcuno, o qualcosa, finiamo per cedere alle illusioni dei sensi, dominate dai nostri limiti. E la nostra ragione si arrende ai sentimenti, alle insicurezze: nasce da questo errore ogni disastro che condanna il mondo a un eterno medioevo. Come la fede in qualcosa di sovrannaturale, o, peggio ancora, la religione.» Conoscere era per lui il modo assoluto e completo di realizzare l’esistenza, ed era convinto che anche questo tipo di informazioni appartenesse al lecito, anzi, per usare una sua espressione, all’“inevitabile e indispensabile”. Per Warren sapere non rappresentava soltanto la maniera più efficace per migliorarsi e progredire, ma soprattutto per combattere e difendersi. «Perché la vita è guerra» ripeteva anche nei momenti più intimi. «Solo gli illusi pensano il contrario.»
Voleva sapere tutto anche di chi incontrava occasionalmente, e gli interlocutori ignoravano che lui fosse a conoscenza di informazioni riservate. Era felice di essere in una posizione di vantaggio: nei momenti meno nobili si trattava di un semplice gioco di potere, e i primi tempi lo ha esercitato anche nei miei confronti.
Il mio curriculum era stato analizzato da Thurman e Orentreich, i due avvocati di cui si fidava maggiormente, e poi da Greta, l’assistente personale, alla quale attribuiva “l’intuito migliore di New York”. Era lei l’ultimo filtro, il più impenetrabile, perché, in ossequio alla dottrina di Warren, il suo giudizio era basato unicamente su dati personali.
Ero arrivata in anticipo – uno degli insegnamenti di mio padre ai quali non mi sono mai ribellata – e mi ero resa conto di essere molto tesa: fumai due sigarette sotto la statua di Atlante, mentre un gruppo di operai preparava il palco d’onore della parata di St. Patrick sui gradini della cattedrale. Era un giorno insolitamente caldo per gli inizi di marzo, e la città pulsava di una vita che non avevo mai visto: fino ad allora avevo vissuto a Chicago, e in quella nuova metropoli sembrava che anche i palazzi avessero un’esistenza propria, e che l’enorme folla colorata in movimento non avesse paura di niente, salvo che di se stessa. Chicago, con tutto il suo splendore urbanistico, appariva al confronto un luogo tranquillo e provinciale. O forse soltanto americano, mentre New York mi aveva subito dato il suo benvenuto: sembrava nata per accogliere e spronare il mondo intero.
Sì, ero tesa, timorosa di entrare in quel luogo, eppure non avevo nulla da temere sul piano professionale: mi ero laureata brillantemente alla University of Chicago, e avevo ricevuto offerte da tutti i principali studi legali della città. Avevo ottenuto tutto questo studiando giorno e notte, e ora mi trovavo in una situazione di privilegio, per l’orgoglio dei miei genitori, che erano rimasti a vivere con i miei fratelli in Olanda, il paese dove ero nata. In quegli anni di studio avevo avuto qualche flirt, dimenticato sul nascere perché la mia vita era stata dedicata unicamente al diritto: era il mio modo di capire se esisteva qualcosa che potesse regolare le nostre debolezze e miserie. Mi affascina tuttora il principio di una legge insindacabile, al di sopra delle persone che pure l’hanno scritta, e mi affascina ancora di più l’idea di poter interpretare, e a volte aggirare, qualcosa che dovrebbe rappresentare l’assoluto.