Rientro al gala. A passi imperiosi.
Gli Oro hanno preso posto, e le formalità sono iniziate nel modo più scrupoloso. Non sono discreto mentre mi tuffo sotto il tavolo e cerco carponi il medaglione di Pegaso. Lo ficco in tasca. Mi liscio la giacca. Ignoro gli sguardi interrogativi e lascio sprezzante il tavolo di Augustus, muovendomi verso l’oggetto del mio interesse. Plinio sibila il mio nome. Passo oltre. Non ha idea di cosa io abbia in serbo.
Mi faccio largo tra i tavoli dove siedono le famiglie nobili. Faccio incetta di sguardi come un sasso accumula neve mentre rotola lungo il fianco di una montagna. Li sento aggiungersi alla mia velocità. Procedo incurante, le mani serrate minacciosamente, come i muscoli di una vipera delle fosse. Mi osservano in migliaia. I bisbigli intessono una specie di cappa quando loro capiscono il mio obiettivo: siede al lungo desco circondato dai membri della sua famiglia. Un Oro perfetto, intento ad ascoltare le parole della Sovrana. Che predica l’unità. Niente è più importante di ordine e tradizione. Nessuno si alza ancora ad affrontarmi, forse non hanno capito. O forse avvertono la mia forza e non osano.
I Bellona si accorgono dei sussurri, e si voltano, quasi come un corpo solo. Una famiglia di oltre cinquanta persone che osserva solo me, un soldato, vestito di nero. Giovane, ancora vergine della guerra. Che non si è macchiato di sangue fuori degli spazi dell’Istituto e degli asteroidi dell’Accademia. Alcuni mi credono pazzo. Altri coraggioso. Stanotte, sono entrambe le cose. Il peso non c’è più. Tutta quella pressione che ho lasciato mi schiacciasse, quando mi preoccupavo delle aspettative, quando mi aggiravo guardingo intorno a una decisione. Velocità e basta, mi dico. Non paralizzarti. Non fermarti. Non fermarti mai.
Adesso la voce della Sovrana si fa incerta.
Troppo tardi per tornare indietro. Mi ci tuffo.
Sorrido.
La festa precipita in un silenzio mortale quando spicco un salto di nove metri nella bassa gravità e atterro fragorosamente sul tavolo dei Bellona. Piatti incrinati. Vassoi a terra. I Bellona si ritraggono sugli scranni. Qualcuno mi urla contro. Qualcuno resta impassibile anche mentre il vino si rovescia. La Sovrana osserva, incuriosita, e le Furie scattano in piedi accanto a lei. Plinio sembra sul punto di morire. Si stringe le ginocchia per il panico. Accanto a lui, lo Sciacallo è strano e imperscrutabile come una solitaria creatura del deserto.
Stasera non porto scarpe eleganti. I miei stivali sono spessi e pesanti. Crepano la porcellana mentre incedo sul tavolo dei Bellona, devastano vassoi colmi di pasticcio di carne e affondano nelle tenere bistecche. Il sangue martella dentro di me. Come una droga. Alzo la voce.
«Se posso avere la vostra attenzione.» Schiaccio un vassoio di piselli col tacco. «Credo mi conosciate.» Risate nervose. Certo che mi conoscono. Conoscono chiunque degno di nota, sebbene nel mio caso attraverso voci, più che fatti. Vedo le Furie bisbigliare all’orecchio della Sovrana. Tactus sorride con la sua faccia da culo. Karnus è proteso ansiosamente in avanti. Victra sogghigna allo Sciacallo. Vedo persino Antonia sferrare una gomitata a un’Oro alta, serena. Evito di guardare Mustang. Plinio farfuglia all’orecchio di Augustus. Questi solleva una mano per zittirlo. «Ho la vostra attenzione?» domando.
Sì. Ce l’ho.
«Ragazzo, a cuccia!» vocia qualcuno.
«Prova a mettercelo tu» ribatte Tactus ubriaco. «No, eh? Lo immaginavo.»
«Per quelli di voi che non lo sapessero, sono un lanciere di Casa Augustus. Per un’altra ora, più o meno.» Ridono. «Mi chiamano il Mietitore di Marte. Ho abbattuto un Cavaliere Senza Pari in armatura da combattimento, ho invaso l’Olimpo e fatto schiavi i miei Censori. Mi chiamo Darrow au Andromedus, e sono stato ingiuriato.
«Noi Sfregiati Senza Pari discendiamo dagli Avi Oro. Conquistatori con schiene di ferro. Uomini d’onore, donne d’onore. Ma dinanzi a voi, quest’oggi, noto una famiglia infame. Una famiglia dalla schiena di gesso. Una famiglia corrotta e fraudolenta di codardi e bugiardi, che trama per derubare il posto del mio padrone, illegalmente.»
Schiaccio un vassoio sotto lo stivale. Chi sa se stanno davvero complottando, oppure no? Suona bene. Ne hanno tutta l’aria. Ed è proprio questa maschera che dovevano indossare, per me. Karnus reagisce magnificamente, sguaina il razor e balza in piedi, verso di me. Suo padre, l’Imperatore, gli fa cenno di sedere. Kellan il Pretore sembra studiare il momento migliore per agguantarmi il piede e tirarmi giù, dove Cagney mi taglierebbe sicuramente la gola col mio stesso razor. Le ragazzine più giovani di quella famiglia mi credono un demone. Un demone che ha ucciso il loro cugino, il loro fratello. Non hanno idea di chi sia veramente. Ma forse Lady Bellona sì. Cadaverica, vestita a lutto, siede attorniata dalla prole come una leonessa consunta. Guardano lei tanto quanto suo marito. L’ultima cosa che noto è il tremito della sua destra affusolata, come si dolesse di non avere un coltello per pugnalarmi.
«Due volte sono stato ingiuriato da questa famiglia. Una volta nel fango dell’Istituto. Poi all’Accademia da costui… costui… e costei…» Indico tutti quelli che mi hanno pestato nel giardino. A questo punto guardo Cassio, quasi a capotavola, accanto al padre e alla madre. Mustang siede al suo fianco. Il volto è una maschera. Delusa? Furiosa? Annoiata? Quando mi rivolge appena un’alzata di sopracciglio, incontro il suo sguardo, avanzo verso di lei e appoggio il piede sulla caraffa di vino davanti Cassio. Tutti gli occhi sono concentrati in quel punto, come luce che precipiti in un buco nero. Il tempo e lo spazio si fermano. Tutti stanno protesi, col fiato sospeso. «Ogni tribunale della Legge Dorata consente a un uomo di difendere il suo onore contro qualunque forza l’abbia profanato ingiustamente. Dalle antiche lande della Terra alle viscere ghiacciate di Plutone, ogni uomo e ogni donna godono del diritto di sfida. Il mio nome, gentili dame e signori, è Darrow au Andromedus. Hanno pisciato sul mio onore. E io domando soddisfazione.»
Rovescio il vino addosso a Cassio.
Si getta verso di me. Oro in ogni angolo della festa grandiosa balzano dagli scranni in un gigantesco ruggito. Tactus scatta dal nostro tavolo, insieme a Leto, Victra, gli attendenti e alfieri dei vassalli dell’ArciGovernatore: i Corvos, i Julii, i Voloxi, i giganteschi Telemanus, la famiglia di Pax. I razor schioccano. Gli insulti lacerano l’aria invernale. Aja, la più imponente e fosca delle Furie, si sporge dal desco della Sovrana e tuona: «Fermate questa follia!».
È appena cominciata.
Le mani mi tremano come in miniera. E adesso, come allora, sono circondato dai serpenti.
Non le senti mai, le vipere delle fosse. Raramente riesci a vederle. Nere come pupille, strisciano nell’ombra finché non colpiscono. Eppure, quando sono vicine, avverti una paura particolare. Una paura diversa dal rombo della trivella. Diversa dal calore pulsante, nauseante, che ti cresce nelle palle mentre trapani un milione di tonnellate di roccia e l’attrito ti investe, creando un pantano di piscio e sudore dentro la tuta. È la paura della morte incombente. Come un’ombra che ti attraversi l’anima.
È questa paura a riempirmi adesso, circondato dai Senza Pari, tutti in piedi, un groviglio di vipere dorate. A bisbigliare. Sibilare. Micidiali come il peccato.
La neve a terra scricchiola sotto gli stivali pesanti. Quando la Sovrana fa sentire la propria voce, mi inchino. Parla di onore e tradizione. I duelli marziali esprimono la grandezza della nostra razza, perciò farà un’eccezione alla giornata in corso. Possiamo duellare fuori dei terreni delle scommesse. Questa faida di sangue va placata qui, adesso, al cospetto dei grandi della nostra razza. Confida dunque nel suo nuovo Cavaliere Olimpico? E perché non dovrebbe? Mi ha già ucciso in passato.
«A differenza dei codardi del passato, noi risolviamo una diatriba carne per carne. Osso per osso. Sangue per sangue. La vendetta si estingue nello Spazio del Sangue virtute et armis» proclama la Sovrana.
Con il valore e con le armi. Sicuramente si è già confrontata con i suoi consiglieri. Diranno che non ho alcuna possibilità, che Cassio è lo spadaccino migliore dei due. Non saremmo mai arrivati a tanto se non le avessero assicurato un esito vantaggioso.
«Come fu per i nostri antenati, sia adesso e ancora una volta fino alla morte» dichiara. «Qualche obiezione?»
Ci speravo. Né Cassio né io diciamo una parola. Mustang fa un passo avanti per opporsi, ma la Furia, Aja, scuote la testa, e la ferma.
«Allora, quest’oggi, res, non verba.» Azioni, non parole.
Conferisco col mio padrone prima di entrare al centro del cerchio che si forma quando i Bruni portano via i tavoli dalla piana nevosa. Plinio si aggira inquieto vicino ad Augustus. Così come Leto, Tactus, Victra e i grandi Pretori di Marte. Tanti visi celebri, tanti guerrieri e politici. Lo Sciacallo resta in disparte, più minuto degli altri, impassibile, e non parla con nessuno. Non sembra adirato. Forse ha imparato a fidarsi dei miei piani. Come se mi leggesse nel pensiero, mi fa un cenno col capo. Siamo ancora alleati.
«Tutto questo spettacolo sarebbe per me? Per vanità? Per amore?» mi domanda Augustus mentre lo fronteggio. I suoi occhi mi scavano dentro. Cercano il significato. Non posso trattenere un’occhiata verso Mustang. Persino adesso, lei riesce a distogliermi dal mio compito.
«Sei così giovane…» La sua voce è quasi un sussurro. «Quello che affermano i libri di storia è falso; l’amore non sopravvive a cose simili. Non l’amore di mia figlia, almeno.» Fa una pausa, riflette. «Ha lo spirito di sua madre.»
«Non lo faccio per amore, mio signore.»
«No?»
«No.» Chino il capo e rammento l’AltaLingua di Matteo. «Il dovere del figlio è la gloria del padre, non è così?» Cado in ginocchio.
«Tu non sei mio figlio.»
«No. I Bellona l’hanno ucciso, te l’hanno rubato. Il tuo primogenito, Claudio, era tutto ciò che un uomo potesse sperare: un figlio migliore e più saggio di suo padre. Perciò concedimi di offrirti la testa del loro figlio prediletto. Basta con i sofismi. Basta con la loro politica. Sangue per sangue.»
«Mio signore, Julian era una cosa. Ma Cassio…» azzarda Plinio.
Augustus lo ignora.
«Imploro la tua benedizione» ripeto, incalzando il mio padrone. «Quanto a lungo manterrai il favore della Sovrana? Un mese? Un anno? Due? Presto ti rimpiazzerà con i Bellona. Guarda come favorisce Cassio. Guarda come ha rubato tua figlia. Guarda come l’altro tuo figlio si comporta da Argento. I tuoi eredi sono immiseriti. Il tuo tempo come ArciGovernatore finirà. Lascia che sia. Perché tu non sei fatto per essere l’ArciGovernatore di Marte. Sei fatto per essere il re.»
I suoi occhi lampeggiano. «Non abbiamo alcun re.»
«Perché nessuno di noi ha o...