“Io con i miei figli parlo molto. Mi dicono ogni cosa. So tutto di loro.”
Il primo mito da sfatare è quello dei “genitori parlanti”.
Qualche tempo fa una mia collega mi raccontava di sua figlia, che per lei non aveva segreti: “Mi dice tutto, soprattutto della sfera affettiva, del suo rapporto con i ragazzi, so che è ancora vergine”. Mentre ascoltavo, mi veniva da sorridere.
I figli ci raccontano soltanto quello che vogliamo sentire, per metterci a nostro agio e non deludere le nostre aspettative. Ci offrono l’immagine perfetta, e intanto si nascondono…
Così faceva anche la figlia diciassettenne della mia amica psicanalista, che una domenica mattina, all’alba, ha chiamato la madre perché corresse a prenderle la pillola del giorno dopo.
Non conosciamo noi stessi, figuriamoci se conosciamo i nostri figli…
Il mito del dirsi tutto viene dalle nostre scarse conoscenze dei codici dell’anima.
Qual è il gioco dell’infanzia? Nascondino. Quante volte ci abbiamo giocato, quante volte, magari nascosti in un armadio, abbiamo sperato di non essere scoperti… Nell’infanzia è forte il desiderio di non essere visti, di occultarsi, di essere soli nel buio, nel silenzio.
La nostra è una cultura chiassosa, piena di parole, suoni e rumori inutili, la radio sempre accesa, la TV che trasmette anche se non la guardiamo, il telefonino, il computer… Vibrazioni che entrano nel nostro cervello e ci si depositano dentro. Non c’è spazio per il silenzio, non ci possiamo sprofondare nella nostra presenza nascosta, nel regno della notte. Il latte dell’anima è il silenzio, che possiede l’energia della creazione di sé. I bambini e i vecchi sono gli unici che sanno stare da soli, che vivono la solitudine come principio terapeutico, come luogo del Senza Tempo.
Guardate i bambini quando giocano da soli e… imparate. Recitano scene di cui sono i registi e gli attori, sono fiabe viventi. E i personaggi che raccontano sono vivi come loro…
Nella vita dei bambini c’è il sapere innato, che adora la solitudine. A patto che noi la smettiamo di commentare: “Cosa fai lì tutto solo come un cane?”.
Un’altra cosa che detestiamo sono i bambini che stanno lì senza far niente, a volte con lo sguardo perso nel vuoto. La loro disattenzione, sia a casa sia a scuola, disturba la nostra mente di genitori impegnati a educare.
Secondo me, non c’è dubbio che i genitori peggiori sono quelli che continuano a chiedersi se sono dei bravi genitori.
Che cosa significa essere bravi genitori? Essere omologati! Se essere bravi genitori diventa un compito, allora sì che abbiamo fallito.
Così si sente spesso dire “Come è difficile il mestiere di genitori…!”. È proprio questo il punto: non è un mestiere, e la cosa davvero difficile è abbandonare il progetto che ci siamo messi in mente, l’idea malata che dobbiamo fare il meglio per loro, o quello che crediamo sia il meglio, per fare di loro dei bravi burattini, uno uguale all’altro. Così ci diamo compiti senza senso, che cerchiamo di svolgere a ogni costo.
Un mio paziente era molto fiero di sé: faceva di tutto per tornare da Torino, dove lavora, nella propria città, per stare vicino a suo figlio di 6 anni e giocare con lui.
“Per fortuna” diceva “che c’è il treno superveloce. Mi sono imposto di arrivare prima di cena, almeno tre volte alla settimana, per giocare con Leonardo.”
Gli ho chiesto: “Ma è sicuro che Leonardo abbia così voglia di giocare con lei?”.
È rimasto “distrutto” dalle mie parole. Correre da una città all’altra tre volte alla settimana per giocare col piccolo era diventato un obbligo, una cosa forzata: sintomo di una malattia di questa nostra epoca, che ritiene che si debba stare il più possibile coi figli. È diventato uno dei tanti luoghi comuni a cui ci adeguiamo.
“Effettivamente” mi ha risposto “quando arrivo non mi considera più di tanto. Va nella sua cameretta a giocare da solo. Ogni tanto viene da me, mi abbraccia e poi torna ai suoi giochi.”
L’imperativo “Bisogna stare di più con i figli” si è rivelato uno slogan sbagliato.
Quando vogliono, le mamme capiscono con un colpo d’occhio se c’è qualcosa che non va… Un silenzio più lungo del solito all’uscita da scuola, un cambio repentino di comportamento, un atteggiamento aggressivo, impulsivo, sono segnali precisi: è successo qualcosa… A volte il piccolo racconta piangendo: la mamma è lì per consolare il pianto, dare una carezza, non per fare un dibattito. L’anima infantile detesta i dibattiti, i lunghi discorsi, i ragionamenti; vive in un altro territorio, dove, quando ci sono i dolori, si piange e poi si ride, si gioca, si dorme, si dimentica. Continuare a parlarne non permette alla ferita di rimarginarsi, le cicatrici non si formano.
Sapete qual è la terapia migliore per un bambino? L’autoguarigione. Se vedete vostro figlio tornare da scuola imbronciato e dopo qualche minuto è lì che gioca da solo nella sua stanza, parlando con i suoi giocattoli, sappiate che si sta prendendo cura di sé. L’anima infantile ha i suoi codici terapeutici: il più importante è proprio giocare da soli.
Anna (7 anni), appena arrivata a casa si mette a piangere disperata davanti alla mamma: la sua migliore amica le ha detto che non la vuole più come compagna di banco. Una coccola e poi nella sua stanza. E lì, in un batter d’occhio, le cose cambiano. Anna si mette d’impegno: “Faccio la casetta per le bambole, preparo il fieno per il mulo nella stalla, vesto la bambola e…”.
I bimbi combattono i disagi cambiando scena, creando una nuova realtà immaginativa, facendo diventare personaggi viventi le bambole, i soldatini, i peluche. Non hanno bisogno delle nostre parole consolatorie, se non per pochi (pochissimi) istanti. Lasciate che i piccoli vivano i loro traumi e aspettate… Se si mettono a giocare da soli, hanno già risolto il problema.
Un mondo a parte?
A volte i genitori si spaventano della solitudine dei figli e così li impegnano in tante attività. Pensano che più sono occupati con lo sport, la danza, lo studio di una lingua straniera eccetera, meno rischiano di diventare “introversi”. Siamo noi adulti a temere la solitudine, e quindi a cercare di far sì che i nostri bambini la evitino. Ma così facendo trasmettiamo loro che stare da soli non è una bella cosa.
Sentite Bollea, il neuropsichiatra infantile:
Ho sempre parlato della necessità di rispettare i momenti di “solitudine” e il desiderio di “star soli” anche nei bambini, e soprattutto nel bambino piccolo, che vuole godere dei propri giocattoli, scoprirli e magari romperli, prima dei tre-quattro anni. È appunto per questo che desidero soffermarmi sulla necessità di insegnare ai figli a “perdere un po’ di tempo”, specie nel periodo della preadolescenza (compreso fra i dieci e i quattordici anni).1
Il fatto che il piccolo Leonardo non prenda molto in considerazione suo padre, il mio paziente, quando torna dal lavoro a Torino, è un segno di autonomia, di indipendenza, ma anche di radici ben collocate nell’inconscio. Secondo le attuali convinzioni il bambino che non mi abbraccia, non mi guarda, non vuole giocare con me quando arrivo a casa, segnala un’ostilità, non ha un buon rapporto con me. Invece è vero il contrario: non ti considera perché fai già parte del suo mondo, sei dentro di lui e quindi si sente libero di fare le cose che gli piacciono. Sono i bambini nevrotici, quelli che ti saltano sempre addosso, che aspettano ansiosamente il tuo arrivo, ad avere un problema… Questi bambini hanno una solitudine “vuota”, che deve essere riempita dal mondo materno e paterno. Invece la solitudine sana è quella dove il gioco “parla” al posto loro, li trascina, li fa crescere, li fa diventare grandi. Il tutto nel regno della spontaneità, che è il perno della vita infantile.
Noi recitiamo la vita, loro la vivono. Parlano con i loro giocattoli, perché conoscono la magia, dove ogni cosa è vivente. Noi siamo spenti, aridi, capaci solo di parole dette e ridette, sempre uguali, ripetitive.
Loro vivono nel tempo dell’eternità, dove ci si perde nelle cose che si stanno facendo, dove il tempo reale scompare e con lui l’orologio.
UN SILENZIO CHE INQUIETA
7 genitori su 10 hanno proprio questo problema: al rientro a casa i figli non li guardano neanche in faccia. Vorrebbero che gli raccontassero, se non tutto, almeno qualcosa. Chi ha visto, dove è stato, come è andata l’interrogazione, sapere se il motorino che gli hanno fatto aggiustare adesso funziona… Insomma, avere un minimo di comunicazione. Invece trovano un muro. E traggono conclusioni sbagliate…
I tormenti del genitore
- Ne ha combinata una grossa e non me lo vuole dire
- Ce l’ha con me, mi odia
- Ho sbagliato tutto: non ho saputo instaurare la confidenza
- Non gli ho insegnato nemmeno la buona educazione: io, ai miei genitori, rispondevo sempre
- Le ragioni del silenzio
È una questione di privacy: in questo momento non vuole condividere la sua vita con te. Parliamo di un adolescente, quindi di un giovane che ha come necessità primaria quella di staccarsi dai genitori e di farlo su tutti i fronti. Se davvero “ce l’avesse con te”, ci sarebbe un altro corredo di sintomi, più significativi della semplice ritrosia a comunicare.
Il silenzio che si concede alimenta il suo mondo interiore
- Placa così la tua ansia Se temi che dietro la sua reticenza ci sia qualche grosso guaio che non ti racconta, sei autorizzato a controllare lo zaino, l’armadio, i cassetti, gli sms sul telefonino e tutto quello che potrebbe darti indizi. Certo, è una bella invasione di privacy, ma… a ansia estrema, rimedi estremi.
- Non coinvolgere altre persone Visto che con te non parla, puoi avere la tentazione di mandare in avanscoperta uno zio, un nonno o, peggio, di avvicinare un suo amico e fargli il terzo grado. È una strategia controproducente: è improbabile che l’amico “si sbottoni”, in più riferirebbe tutto a tuo figlio che si sentirebbe accerchiato e si chiuderebbe ancora di più.
- Ignora la sua “chiusura” Per non enfatizzare l’atteggiamento silenzioso e schivo, la cosa migliore è… “non accorgersene”. Non ti risponde? Ok, lascia cadere la cosa, non sottolinearla. E questo significa non offendersi, non insistere per avere una risposta, non diventare sgarbati e nemmeno condiscendenti.
- Guarda se ci sono altri segnali Quando entra o esce ti saluta? Ogni tanto fa un gesto carino nei tuoi confronti, si offre per una commissione? Sono questi dettagli a farti capire che la relazione esiste. Se sotto ci fosse una vera ostilità, riceveresti altri segnali: chiusura totale su tutti i fronti. Se vedi che il resto scorre in modo usuale, lascia che mantenga un silenzio di cui, con grande probabilità, ha bisogno.
Occhio alle “proiezioni”
A volte interpretiamo gli atteggiamenti dei nostri figli in base a come ci comportavamo noi con i nostri genitori. Magari ci ricordiamo di rancori espressi col silenzio, di problemi taciuti, e ci sembra ovvio che anche loro stiano facendo lo stesso, ma è un confronto improponibile: altri tempi, altre teste, altri modelli famigliari, altre tensioni emotive. Non funziona così. Oggi il rapporto genitori-figli è molto meno formale e ai ragazzi si concedono più libertà; questo significa sia poter parlare sia permettersi di non rispondere.
Il tempo perso… si ritrova
I nostri piccoli sono veramente speciali proprio quando perdono tempo. Noi viviamo nell’eterna fretta delle infinite cose da fare, dei compiti da eseguire (per lo più inutili…).
Sappiamo tutti, infatti, che oggi non si vive, si corre, e i bambini imparano questi ritmi: risveglio, prepararsi in fretta, colazione, scuola, pranzo, ancora scuola, ricreazione, ritorno velocissimo a casa per i compiti, lezioni, nuoto, palestra, qualche commissione per la mamma, telefonata agli amici, visita ai nonni e poi cena per vedere finalmente papà! Aggiungiamo, a tutto ciò, le varie spinte materne a fare e fare senza perder mai tempo. A volte mi prende l’affanno nell’analizzare l’iter quotidiano di quei bambini a cui manca l’elemento equilibratore della loro vita di stachanovisti: il gioco.2
Lasciamo che si nascondano nel loro mondo, dove si può creare, inventare, disegnare, sognare, fabbricare… L’immaginazione si libera solo nel silenzio.
Oggi si dice che i bambini vivono inchiodati alla TV, dove peraltro vengono riempiti di me...