Nuovi Argomenti (76)
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Nuovi Argomenti (76)

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Nuovi Argomenti (76)

Informazioni su questo libro

Hanno collaborato: Nadia Urbinati, Raffaele Manica, Maria Borio, Luciana Castellina, Francesco Longo, Errico Buonanno, Elisa Casseri, Gaia Manzini, Vincenzo Pardini, Flavia Piccinni, Carola Susani, Giancarlo Liviano D'Arcangelo, Matteo Trevisani, Francesca Ippoliti, Luigi Trucillo, Giulio Silvano, Simona Dolce, Giulio Messina, Simonetta Sciandivasci, Tommaso Giartosio, Luca Alvino, Graziano Dell'Anna, Mauro Francesco Minervino, Piero Sorrentino, Valeria Montebello, Filippo Bologna e Veronica Raimo, Emanuele Trevi, Dacia Maraini, Stefano Petrocchi e Alessio Schreiner, Stefano Trucco, Paolo Pecere, Ludovica Lugli, Roberto Deidier, Andrea Mongini, Giuseppe Antonelli, Valeria Della Valle

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804661108
eBook ISBN
9788852077661

L’EUROPA QUANDO PIOVE

LA NOSTRA EUROPA QUANDO PIOVE

Durante l’ultima riunione di redazione prima della pausa estiva, a pochi giorni dall’imprevedibile Brexit, non abbiamo potuto far altro che rimandare i temi che avevamo in agenda e parlare d’Europa.
La nostra direttrice responsabile, nonché anima e sprone della rivista, Dacia Maraini, ha voluto partire dalle fondamenta: domandandoci non tanto cosa fa dell’Europa l’Europa, quanto cosa fa di noi europei europei.
A Raffaele Manica, fra gli altri timonieri alla direzione di «Nuovi Argomenti» – oltre che titolista d’eccezione di diversi numeri della rivista, tra cui quello che avete fra le mani – è venuta subito in mente una canzone, Blue Haways, in cui Paolo Conte dice «Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove / e si rintana a dipingere / le isole del sogno; / io non sapevo risponderti / perché ascoltavo la pioggia», che abbiamo finito con l’ascoltare da YouTube tutti insieme, in un bel momento di allegra condivisione, continuando a cercare di raccontare, tra una fonte e l’altra, un accordo e un disaccordo e l’altro, quel che ci faceva sentire (o ci faceva non sentire) europei.
Dalla vivace discussione di quel luminoso pomeriggio, nell’affollato salotto della casa/museo Alberto Moravia – che non fu solo uno dei più importanti scrittori del Novecento e il fondatore di questa rivista, ma anche parlamentare europeo (esperienza che ispirò un suo famoso diario) – e luogo d’elezione in cui oggi ci ritroviamo per discutere gli argomenti nuovi da affrontare, è nato questo numero, che raccoglie le nostre idee di Europa, fatte di libri, immagini, momenti epocali, memorie pubbliche e private.
Come capita di rado, visti gli impegni esterni di ognuno di noi, che poche volte ci permettono di ritrovarci a scrivere negli stessi numeri, a questo lavoro ha partecipato in prima persona gran parte della redazione, che ha deciso di raccogliere questa «chiamata alle armi» della nostra Dacia coinvolgendo anche qualche amico «esterno», che ringraziamo per l’entusiasmo con cui ha deciso di partecipare.
«Eravamo tutti diversi, ma c’era un filo che ci univa», scrive Dacia Maraini nel personale ricordo che tira le fila di questa nostra sezione «europea».
È un sentimento condiviso rintracciabile in molti dei testi raccolti.
Come condivisa è l’impressione che oggi quel filo rischi di rompersi, o di perdersi nell’ingarbugliata matassa di contraddizioni – fra le spinte centrifughe dei nazionalismi, le emergenze umanitarie, le estenuanti battaglie burocratiche, le difficoltà di giovani e famiglie a riconoscersi in un’Europa più a misura di pochi banchieri che dei milioni di salariati che già la abitano e che continuano a sbarcarvi – che accompagnano il travagliato processo di unificazione europea in corso in un presente in cui le tensioni e le crisi a livello mondiale sembrano farsi più acute e drammatiche.
In un momento storico in cui è difficile incontrare giornate di sole, con la perenne impressione di vivere un tempo grigio che lascia supporre l’arrivo di future burrasche, scrittrici e scrittori di diverse generazioni, con diverse idee di letteratura e di mondo, uniti nel clima di dialogo e ricerca conviviale che da sempre contraddistingue «Nuovi Argomenti», si confrontano in queste pagine con quello che è un senso d’appartenenza forse necessario, ma senza dubbio molto difficile, verso una terra di cui perfino definire i confini è difficile e che, proprio oggi che il bisogno di chiarezza sembra maggiore, continua – ostinata – a parlare «difficile».
Ecco dunque la nostra Europa. Quando piove.
M.C.

L’ACQUA, L’ATTENZIONE, LA NASCITA MANCATA (MEMORIA)

Raffaele Manica
«Il mio volto si intontiva / davanti al tuo parlare difficile», dice una canzone di amore melanconico, maturo e distaccato, perfino rassegnato, e scivolato ben oltre l’ironia. E più avanti aggiunge: «Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove / e si rintana a dipingere / le isole del sogno; / io non sapevo risponderti / perché ascoltavo la pioggia». È Paolo Conte in uno dei suoi dischi più belli, Paris milonga, 1987.
Perché lei parla difficile? E, soprattutto, perché lo fa l’Europa? Ho sempre riportato questi versi al mondo non dico salottiero, ma delle conversazioni intellettuali, dei cenacoli che si danno appuntamento per dimenticare che fuori piove. E mi sono spesso chiesto se la cosa più importante non sia davvero che fuori piove.
Si potrebbe anche dire così: quello che capisce le cose è lui. Non lei. Lei parla solo difficile. Parla estranea. Ma se si dicesse così sarebbe solo in parte vero, se un’altra questione è quella dell’attenzione al discorso e nel discorso. Lei parla e lui segue un altro filo del pensiero, il filo del pensiero-pioggia, dove le parole di lei si perdono come lacrime di una qualche gioia, di una qualche sofferenza, chissà. Come Gozzano che mentre la vita gli scorre intorno (è la sua anche se scorre lì vicino e lui non la tocca, non ne è toccato), pensa al ritmo dei propri versi: «Maddalena con sordo brontolio / disponeva gli arredi ben detersi, / rigovernava lentamente ed io, / già smarrito nei sogni più diversi, / accordavo le sillabe dei versi / sul ritmo uguale dell’acciottolio». Le reciproche estraneità si misurano così; ma così si misura anche la concentrazione, il nucleo profondo che ci contraddistingue rispetto a tutto il resto.
Comunque: quando piove l’Europa si raccoglie in sé e parla difficile: è una misteriosa metafora, un enigma degno della Sfinge il perché ciò accada. Ma accade. Come se l’Europa avesse sempre parlato una lingua diversa rispetto a quella degli individui che la parlano e che chiamiamo europei. Lo si è detto tante volte: l’Europa ha una sua leggendaria cultura, è una comunità di fatti e di sentire, è lo spazio occidentale del mondo. Tutto parte da qui. Eppure l’istituzione Europa ha parlato a lungo solo della regolamentazione del burro. Ora parla spesso e solo di sanzioni. Meglio di tutti lo ha visto Moravia nella sua esperienza di parlamentare a Strasburgo, quando elaborava le sue tesi intorno alla cancellazione della storia e di ogni cosa che avrebbe prodotto l’ordigno atomico (mi permetto di rinviare, per il dettaglio e la verifica, alle mie pagine sul Diario europeo nel volume Alberto Moravia tra Italia ed Europa). A Strasburgo piove spesso, credo. Possiamo immaginarla intontita la faccia di Moravia al Parlamento europeo? L’intontimento è un aspetto, o una sequenza, della stupefazione verso l’ottusità del parlare inutilmente difficile, del parlare estraneo: prima di intervenire e tentare d’interrompere.
L’acqua, si sa, ha aperto e chiuso la vicenda di narratore di Moravia: negli Indifferenti piove spesso; La donna leopardo, il romanzo di congedo di Moravia, è una meditazione sulla morte e sulla fatalità. Non si sa se Colli cada in acqua da solo o se spinto dall’eccesso di gelosia di Ada. Nel trambusto provocato dall’acqua che entra nel canotto «Colli gridò ancora: “Ma qui si affonda”, e nello stesso momento tentò di passare dalla parte opposta. Ma non ci riuscì perché Ada che si era levata anche lei in piedi, si gettò su di lui aggrappandosi frenetica. Lorenzo vide Colli agitare le braccia come chi perde l’equilibrio e poi piombare in acqua insieme con la moglie». Si sa che Colli, con Lorenzo, ripensando a un reperto della preistoria africana, lo scheletro d’uomo del museo di Libreville, aveva parlato di attenzione e di immortalità (e si farà bene a ricordarsi qui del Moravia in vacanza raccontato da La Capria: «“Perché dovrebbe venire un temporale, se è tutto sereno?” gli dicevo vedendolo così apprensivo e cipiglioso. “Perché le cose capitano quando meno te l’aspetti. Senza preannuncio.” “Allora dovremmo stare sempre in allarme?” “Già” rispondeva asciutto»):
«Quando uno meno se l’aspetta, quando tutto gli va bene, ecco la disgrazia. Strano, mi dico, se faceva più attenzione il masso non l’avrebbe schiacciato. Forse, chissà, se avesse fatto attenzione non sarebbe mai più morto».
«Come sarebbe a dire non sarebbe mai più morto?»
«Non ha mai pensato che se si facesse più attenzione forse non si morirebbe affatto?»
«Così, per lei, la morte è una disgrazia».
«In un certo senso, sì».
«Allora lei si crede immortale?»
«Diciamo che non riesco a credermi mortale. Come tutti, no? Ci pensa alla morte?»
«Lei in questo momento ci pensa», disse Lorenzo.
Innanzitutto non distrarsi. Innanzitutto l’acqua. La morte per acqua di Colli e tutta quell’acqua, nella Donna leopardo; come se la pioggia degli Indifferenti avesse cessato di cadere. Acqua da sotto e d’intorno, adesso, non più da sopra. Acqua che avvolge quel che c’è dopo che la vita termina; e che avvolge quel che c’è prima che la vita cominci. Come nell’immagine che, nella Donna leopardo, sembra racchiudere misteriosamente tutto Moravia: il rapporto con la realtà, il sentimento della crisi, l’amore coniugale, il sesso, il rapporto tra uomo e donna, lo scandalo, tutto quel che si sa. Nora è in acqua, Lorenzo la raggiunge e, nell’abbraccio, «la carezza di Nora agì; lui sentì che eiaculava con dolcezza agevole e naturale come se avesse fatto l’amore non con Nora ma con una creatura marina fatta di acqua profonda e mobile. Poi si separarono e Lorenzo guardò in basso: il serpentello dello sperma ondeggiava sott’acqua allungandosi e disfacendosi. Nora disse: “Guarda, sei tu” e immerse la mano come a ghermire il diafano filamento. Lorenzo ancora turbato disse, a voce bassa: “Sì, ero io”». Aveva detto altrove, Moravia, della «scoperta della conversione della materia in energia […] Io non esisto, sono qualcosa che si muove con una certa quantità di energia» nella realtà da attraversare.
L’acqua e l’Europa, l’Europa quando fuori piove. L’Europa circondata d’acqua e acqua essa stessa, come ogni cosa al mondo. Un bel poeta dell’acqua fu Sereni da giovane: «Improvvisa ci coglie la sera. / Più non sai / dove il lago finisca»: un’immagine insieme di un luogo familiare e di smarrimento. Non deve essere per caso, perciò, che Frontiera, il primo libro di Sereni, recasse quasi come epigrafe, «A quest’ora / innaffiano i giardini in tutta Europa». E se l’acqua con l’Europa c’entra, i commentatori ci hanno avvisati: «A quest’ora» è l’ora in cui la signorina Felicita tosta il caffè («A quest’ora che fai, tosti il caffè?»). Only connect mais aussi tout se tient, non solo: deve essere per questo che «Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove / e si rintana a dipingere / le isole del sogno». D’inverno, ogni inverno, l’Europa prenota una vacanza. Poi torna in se stessa. Perché d’inverno è meglio, anche se si rischia di non capirsi.

EDUCAZIONE EUROPEA

Maria Borio
«[…] gli uomini si raccontano favole e facendosi uccidere per esse credono di trasformare il mito in realtà… […] Non ci sono solo i tedeschi. La disperazione si aggira ovunque, da sempre, intorno all’umanità… E quando si avvicina troppo e gli penetra dentro, un uomo diventa un tedesco, anche se è un patriota polacco. La questione è sapere se l’uomo è tedesco o no, se gli capita di esserlo solo talvolta. È quel che tento di scrivere nel mio libro. Non mi chiedi il titolo?».
«Dimmelo».
«Si intitolerà: Educazione europea. È stato Tadek Chmura a suggerirmi questo titolo. In senso ironico, naturalmente: per educazione europea intende le bombe, i massacri, gli ostaggi fucilati, gli uomini costretti a vivere nelle tane come bestie. Ma io, vedi, raccolgo la sfida. Possono ripetermi finché vogliono che la libertà, la dignità, l’onore di essere uomo non è altro che un racconto per l’infanzia, un racconto di fate per il quale ci si fa ammazzare. La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, un rifugio. Talvolta questo rifugio è soltanto una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare. Non esiste un’arte disperata: la disperazione è solo una mancanza di talento».
Romain Gary, Educazione europea
Educazione europea è il romanzo di un adolescente nella Seconda guerra mondiale durante la resistenza in Polonia. Di un bambino, in realtà, che assiste alla propria adolescenza come a un miraggio, e diventa adulto per istinto di sopravvivenza come un animale domestico che, strappato dalla casa, consegnato alla foresta e, dopo anni, recuperato e restituito alla vita precedente, torna a ciò che era stato con un’anima tra la creaturalità e la bestialità, consapevole di entrambe e intempestivamente maturo. Quando Romain Gary scrive Educazione europea ha circa trent’anni e ha completamente ibridato la sua nazionalità polacca di origine con quella francese. La sua trans-nazionalità rivela uno dei più acuti e originali spiriti patriottici europei del Novecento. Dopo aver terminato la lettura del romanzo, mi è tornata in mente una domanda che spesso mi pongo negli ultimi tempi. Se esiste una letteratura europea, dovrebbe esistere anche un’opera letteraria capace di descrivere l’Europa, che non si limiti a evocare, a citare, a ingraziarsi l’idea, a usare l’Europa come elemento decorativo, pretesto, cornice, frammento? Questa opera avrebbe immediatamente una voce davvero riconoscibile in quanto europea? C’è stato, o ci sarà un momento storico in cui un’opera sull’Europa sarà per così dire inevitabile? La generazione di chi oggi ha trent’anni è probabilmente cresciuta, un po’ in tutto il continente, a contatto con una certa forma di educazione europea. Non certo un’educazione che ha origine in un’esperienza come quella del romanzo. L’educazione di cui parla Gary proviene da un’esperienza diretta di ferite e cicatrici di una guerra reale, è una forma spinosa e tesa di romanticismo che si annida nelle tane scavate sotto la neve, nelle scarse provviste di patate, nella trasformazione della violenza in anestesia, in delirio o in una speranza radicale come gli ultimi centimetri di carne calda in un corpo che lotta per non morire assiderato. È un‘educazione come esperienza diretta della violenza che prefigura quei decenni, in cui la generazione dei tren...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. DIARIO. Nadia Urbinati
  4. L’EUROPA QUANDO PIOVE
  5. LETTURE
  6. SCRITTURE
  7. POESIE. A cura di Maria Borio
  8. RITRATTI LINGUISTICI DI CONTEMPORANEI. A cura di Giuseppe Antonelli
  9. Notizie biografiche
  10. Copyright