
- 308 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Coscienza sporca
Informazioni su questo libro
Sono gli ultimi giorni di agosto in una Bologna afosa e soffocante quando viene scoperto l'omicidio del professor Giangiacomo Sacente, pugnalato nella sua abitazione. Curiosamente, l'appartamento è lo stesso nel quale, nel 1902, venne ucciso nello stesso giorno e nello stesso modo il conte Francesco Bonmartini: il famoso "caso Murri", il delitto eccellente che scosse l'Italia umbertina. Sarti Antonio, incaricato delle indagini, si trova coinvolto in un intrigo complesso tra professionisti solo apparentemente integerrimi, affaristi senza scrupoli, donne viziate e di piccolissima virtù; per uscirne dovrà rimescolare la "coscienza sporca" della città.
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Informazioni
Print ISBN
9788804673620eBook ISBN
9788852077210Parte seconda
I FATTI, ALCUNI PERSONAGGI, L’AMBIENTE
1
Come si presenta un delitto
Il 28 di agosto a Bologna è venerdì. Non so se lo sia anche altrove: c’è chi si ostina a considerare questa una città diversa dalle altre. E in un certo senso lo è, ma non nel senso che vorrebbe chi la fa diversa.
Dunque, il 28 di agosto a Bologna è venerdì. Afoso, soffocato da una cappa di piombo uscita dagli scarichi delle auto e insediata a mezz’altezza, senza scampo, che non fa passare un filo d’aria ma che lascia filtrare, facendoli più caldi, i raggi del sole.
In un giorno come questo, le sole cose da fare sono socchiudere le imposte, mettere in funzione il ventilatore, sdraiarsi sul letto e aspettare la sera.
C’è chi non la pensa così e va in giro ad ammazzare la gente. O a prendere possesso della nuova carica di ispettore capo della polizia di Bologna.
Il professor Giangiacomo Sacente arriva da Zurigo. Con l’aereo.
Sotto il sole e con la sensazione di soffocare, percorre i pochi metri che lo dividono dall’auto climatizzata che lo aspetta accanto al marciapiede, dove è rigorosamente vietata la sosta.
Stesso senso di soffoco quando scende dinanzi al numero 39 di Strada Maggiore e percorre il tratto di portico per arrivare al portone di casa.
A Bologna fa più caldo che a Zurigo. È un fatto.
Nell’atrio di palazzo Bisteghi, il calore della città è leggermente stemperato dal fresco umido, classico dei vecchi fabbricati dai muri spessi. Per questo la portinaia se ne sta, quando può, seduta in guardiola a fissare quel rettangolo di città che il portone, sempre aperto, le lascia sfilare dinanzi.
Ma poi si fa l’abitudine anche all’umidità che ristagna nell’atrio; diventa opprimente, non dà più sollievo, il caldo è insopportabile e trasmette al cervello un penoso stato di rimbambimento.
In anni e anni di portinariato, Teresa ha sviluppato il senso del mestiere e, anche nel rimbambimento da caldo, il suo subconscio percepisce i passi sulla guida, in fibra sintetica, che accompagna il visitatore dal portone fino alle scale.
Apre gli occhi, mette immediatamente a fuoco il professor Giangiacomo Sacente in attesa oltre l’inferriata da carcere, preme il pulsante e il cancelletto dell’atrio si schiude.
Il professore passa dinanzi alla guardiola, fa un cenno con il capo, forse per ringraziare Teresa della cortesia, e sale le scale.
«Professore, perché non mi ha avvertito che arrivava oggi? Le avrei acceso il condizionatore, come al solito. È un caldo che...» gli urla dietro la portinaia.
«Ti ringrazio, cara, ti ringrazio, ma è stata una decisione improvvisa. Partirò subito.»
Partirà, ma non nel senso che intende lui.
Nell’appartamento, non si toglie la giacca. Posa la ventiquattrore sulla scrivania dello studio, si lascia andare sulla poltrona e chiude gli occhi. Avrebbe una telefonata urgente da fare, ma è stata una giornata faticosa e ha bisogno di un attimo di pausa. Che non può concedersi perché ricorda un appuntamento.
Sempre che lo ricordi anche Rosas e sia in orario. Con quel tipo non si sa mai...
C’è. Appoggiato alla ringhiera in ferro battuto e traballante delle scale.
«Scusa, scusa se ti ho fatto aspettare, ma gli aerei non arrivano mai in orario» e si mette da parte per far entrare l’ospite.
Richiude la porta e torna a sedere nella poltrona: «Una giornata infame».
Rosas si guarda i piedi, muove le dita che escono dalle strisce di cuoio di un paio di sandali scassati e dice:
«Ancora un po’ sul quel pianerottolo e mi spuntavano i funghi fra le dita dei piedi. Mai fatto nulla per l’umidità di quelle scale?»
Non è un argomento che interessi Sacente. Non risponde e si rilassa sulla poltrona.
«Sei venuto per nulla» dice «mi spiace. Ti ho ritelefonato per annullare l’appuntamento, ma non eri più in università. Vuoi bere qualcosa?»
Non guarda l’ospite e quindi non si accorge del suo cenno negativo. Porge una busta che ha tolto dalla tasca della giacca.
«Be’, visto che sei qui... Ti spiace consegnarla a Riri? Riparto immediatamente e starò via a lungo.»
«Non credo che la vedrò.»
«La vedrai, la vedrai. Prima di partire l’avvertirò di passare da te e...»
Il telefono lo interrompe.
«Sì, pronto.»
Resta in ascolto. Poi:
«Una valigetta, sì. Dite a mister Chater che ne terrò conto».
Per Rosas non c’è altro motivo per restare; intasca la busta e si avvia alla porta trascinando i sandali come fossero ciabatte.
Indossa sandali scassati, calzoni sgualciti, maglietta altrettanto sgualcita. Gli occhiali che porta sul naso hanno lenti spesse come quelle di un microscopio, e danno al suo viso affilato l’aria di una faina miope.
Non ha né l’aspetto né l’abbigliamento di un ricercatore universitario e non capirò mai come sia riuscito a vincere il concorso. Non perché non sia all’altezza. Anzi, ce ne fossero come lui. Per il suo aspetto trasandato e l’aria svagata come se non abitasse qui.
Forse la sua nomina a ricercatore è stata un errore della commissione o forse i baroni non si sono messi d’accordo su un nome e hanno scelto a caso.
Sacente lo ferma prima che esca dallo studio:
«Aspetta, aspetta che ho ancora qualcosa da dirti.»
Non ha coperto il microfono e all’altro capo gli chiedono conto delle sue parole.
«Sto parlando al mio amico Rosas, un collega. Sì, è qui. Nessun problema.» Ascolta ancora e poi: «D’accordo: Jolly Hotel, stanza 118. Passerò prima di andare a prendere l’aereo».
Depone il ricevitore, lo guarda in silenzio, si passa una mano sul viso e finalmente torna a Rosas, che aspetta i suoi comodi leggendo i titoli dei volumi della biblioteca. Senza alcuna fretta. Com’è nel suo carattere.
«Cos’è che volevo dirti?» si chiede Sacente sottovoce. Accenna con il capo al telefono: «Ho dimenticato. Va bene, avvertirò Riri di passare dal tuo studio verso le sei, va bene? Oh, non dirle che mi hai incontrato oggi, mi raccomando. Ci farei una brutta figura».
È stanco, forse per il viaggio o forse per il caldo che ha trovato a Bologna e al quale non ha avuto il tempo di adattarsi. Non accompagna Rosas e ha appena la percezione del rumore del pannello della libreria che si richiude alle spalle dell’ospite.
Forse si addormenta, ma non se ne rende conto.
Da quella specie di dormiveglia lo toglie un altro rumore. Viene dalla camera da letto.
«Stefania?»
Niente.
«Sei tu Stefania?»
No, Stefania è in vacanza, da qualche parte. Sulle Alpi o al mare. E non è Rosina, che ha accompagnato la padrona.
Sta talmente bene rilassato sulla poltrona, che alzarsi per andare a controllare gli costa un enorme sforzo sia mentale che fisico.
Ma lo fa.
Apre la porta della camera da letto.
Non entra: la stanza non è come si aspettava né come l’aveva lasciata partendo per Zurigo: in ordine. Ora sul tavolino c’è una bottiglia di champagne quasi vuota e due bicchieri. Il letto è sfatto, la sopraccoperta è sul pavimento e, al centro, sul bianco delle lenzuola, la macchia rossa di un indumento intimo femminile. Già veduto addosso a Riri.
Sotto era nuda.
«Puttana» mormora. «Per questo mi hai fatto tornare da Zurigo? Per farti trovare nel mio letto con un altro.»
Si gira per uscire e il colpo di pugnale lo centra in pieno petto e gli spacca netto il cuore.
Non cade subito. Con gli occhi sbarrati fissa l’assassino ed è possibile che l’immagine gli arrivi al cervello. Ma è l’ultima immagine e non dirà chi lo ha pugnalato.
Spalanca la bocca per gridare. Esce il gorgoglio degli ultimi respiri mescolati al sangue, in gola. Le mani si contraggono sul petto e sgualciscono la camicia estiva sulla quale si allarga una macchia rossa. Cade sul pavimento, lentamente, come al rallentatore.
Non è stato un colpo violento, ma è stato preciso, da professionista.
Il cuore, non ancora morto, continua a pompare sangue e lo scarica dalla ferita, a getti.
L’antico tappeto lo assorbe e si tinge di rosso vivo.
Una morte da manuale.
2
Protagonisti
Intanto Rosas.
Uno sgualcito intellettuale anomalo; ha sempre creduto, e continua a illudersi, che la diffusione della cultura contribuisca a dare una coscienza al mondo. Eppure sono passati anni difficili dai lontani giorni della sua formazione culturale.
Non ha p...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Coscienza sporca
- Parte prima. PREAMBOLO DAL ROMANZO STOP PER SARTI ANTONIO E ALCUNE CONSIDERAZIONI
- Parte seconda. I FATTI, ALCUNI PERSONAGGI, L’AMBIENTE
- Parte terza. FATTI E PERSONAGGI CHE SARTI ANTONIO NON CONOSCE
- Parte quarta. FINALE ALLA MANIERA DEI CLASSICI
- Copyright