Paura e tristezza
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Paura e tristezza

  1. 408 pagine
  2. Italian
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Paura e tristezza

Informazioni su questo libro

Dalla miseria dell'infanzia con una madre senza marito alla condizione finale di moglie precocemente sfiorita, Anna sembra scontare l'inappellabile condanna all'infelicità del suo essere bastarda. Ma, più che di una sofferta espiazione, la sua vana ricerca di felicità brilla della luce di un dolente accettare la vita. E la storia di Anna bambina, giovane e adulta, che si snoda nel suggestivo scenario del Volterrano dai tempi della Prima guerra mondiale, si fa, da individuale, emblema del destino umano di "paura e tristezza". Simbolo con il suo nome delle tante figure femminili che popolano le pagine di Cassola, Anna sintetizza in sé le vicende di tutte. Un personaggio di indimenticabile purezza, un romanzo struggente, che cattura con la sua «sottilissima filigrana» (N. Ginzburg) e il suo «incanto disarmato» (A.M. Ortese).

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804675761
eBook ISBN
9788852079184

PARTE TERZA

VI

Guido

Anna aveva mangiato troppo. Sentiva il bisogno di una boccata d’aria: aprì la finestra e rimase appoggiata al davanzale.
Il cielo era grigio. Era una fortuna che avesse dato retta a Gemma: “Se avessi aspettato a oggi, non mi sarei potuta lavare i capelli”.
Ci voleva il sole per asciugarseli. Il giorno prima era stata tutto il pomeriggio in terrazza. Sapeva che “quella” se n’era lamentata. Gemma s’era presa lei la responsabilità: «La domenica almeno voglio che sia in ordine… che figura ci farebbe anche con le dame che vengono in visita?».
Non le pareva vero di poter questionare con quell’intrusa. Non l’aveva mai potuta patire. Ma un tempo, veniva per pochi giorni: mentre ora, aveva l’aria di volerci stare mesi.
Per Anna era lo stesso che ci fosse oppure no. Il lavoro le era aumentato di poco, c’era solo da rifare un letto in più. Per Gemma era differente, le toccava stare tutta la mattina intorno ai fornelli: “quella” mica si contentava di una minestra e di un piatto di verdura. Anna doveva andare tutti i giorni al macello. Gemma le faceva prendere un po’ più di carne, perché gliene toccasse un pezzetto. Lei no, continuava a mangiare come la sua padrona: minestrine sciocche e verdure condite con più aceto che olio.
Era esasperata, parlava di lasciare il servizio: «O fuori lei o fuori io». Messa alle strette la contessa non avrebbe avuto esitazioni su chi tenersi: «Va bene che lei è una parente, e io non sono nulla… Ma bella parente: è stata anni senza farsi viva… Ora che ha perso la speranza di trovar marito, e che la zia comincia a essere anziana, non le parrebbe vero di installarsi qui. Povera contessa, non le faranno chiudere gli occhi in pace. Caleranno qui come i corvi…».
Questo della nipote e degli altri eredi era diventato l’argomento principale di conversazione con le amiche. Stavano tutto un pomeriggio a parlarne. Anna s’annoiava a quei discorsi; ma bisognava per forza che rimanesse lì, non c’era un altro posto dove andare.
Certe domeniche le veniva l’idea di andare al camposanto o di arrivare da Ersilia. Sarebbe stata giusto una scusa per uscire: al camposanto, dopo un po’, le veniva voglia di venir via. Le faceva anche impressione, nel campo dei poveri non c’era mai nessuno.
Da Ersilia lo stesso, dopo un po’ le prendeva la smania. Specie se c’erano Enrica e Settimio.
Si riprometteva anche di andare a salutare la moglie dello stradino: sia lei che il marito s’erano prestati tanto in occasione della disgrazia! Ma laggiù, ci tornava malvolentieri.
Sporgendosi per guardare nel vicolo, aveva rotto col petto la punta di un geranio. Si mise a ripulire la pianta dei viticci arricciolati: via via, buttava nel vicolo anche quelli.
La finestra di fronte era aperta. “Che stanzina buia!” pensò Anna. Quando cucinavano, dovevano tenere acceso. In due anni, non aveva ancora capito com’era composta la famiglia. Ogni tanto vedeva alla finestra una faccia nuova. Era inutile domandarlo a Gemma, lei nel vicolo non ci conosceva nessuno. Nominava solo una certa Svezia, per lamentare che il delegato tollerasse uno scandalo simile.
Gemma fingeva di non conoscere nemmeno gli alabastrai, che pure erano proprio sotto.
Il lavorante era cambiato. I due soci sembrava che fossero invecchiati dell’altro. Quello con gli occhiali era tutto bianco. Quello piccino, aveva un aspetto anche più misero: vista dall’alto la sua testa calva con la pelle raggrinzita somigliava a una mela vizza.
La riscosse la voce di Gemma:
«Anna, vatti a cambiare, tra poco comincia a venir gente, non voglio che ti vedano vestita da casa.»
Lei ne avrebbe fatto volentieri a meno di cambiarsi. Era già infastidita al pensiero dei complimenti che le avrebbero rivolto. “Che mi metto a fare il vestito nuovo, se mi tocca rimanere in casa?”
Per infilarsi le calze, si mise a sedere sul letto. Il primo paio, l’aveva comprato dalla profuga. La commessa le aveva chiesto che misura portava: lei s’era rivolta spaventata a Gemma. Nemmeno Gemma lo sapeva: la commessa aveva fatto a occhio, con un sorriso di compatimento per la loro ignoranza.
Anna non c’era più voluta tornare: il secondo paio, l’aveva comprato in una botteghina.
Fece attenzione nell’infilarsele, bastava un nulla perché si smagliassero. Si guardò nello specchio del cassettone per vedere se era pettinata. Non c’era luce abbastanza: andò alla finestra a guardarsi nello specchietto. Anche tenendolo distante, il viso non c’entrava tutto. Un po’ di capelli erano sfuggiti alla presa del pettine largo e curvo che li teneva tirati. Formavano come una vaporosità sopra la testa liscia.
Con le mani si toccò dietro, per essere sicura che le forcine tenessero ferma la massa di capelli raccolta sulla nuca. Ne sfilò una e la ricacciò dentro. Stava meglio pettinata così, con una sola treccia da avvolgere parecchie volte; ma aveva bisogno d’aiuto. In villa l’aiutava Silvana.
Tirò fuori la catenina con la medaglia della Comunione e la piccola croce d’oro. Ci avrebbe aggiunto volentieri un ricordo della mamma. La contessa portava al collo un medaglione col ritratto del marito. Per farsene uno uguale, ci sarebbe voluta una fotografia. Purtroppo la mamma non l’aveva. Diceva d’essersene fatta una da giovane, ma chissà dov’era andata a finire. Anna non ricordava d’averla mai vista. Dopo la disgrazia, aveva buttato invano all’aria i cassetti.
Aveva già sentito due o tre scampanellate: squillanti all’ingresso di servizio, fievoli a quello principale. Sentiva Gemma chiacchierare in cucina. Ma continuava a star lì davanti al cassetto aperto, a guardare i pochi ricordi della mamma: un nastro di velluto per i capelli, un fazzoletto di batista, il velo nero per andare in chiesa, gli orecchini… Gli orecchini erano di valore, ma avrebbe dato via anche quelli per una fotografia. Se già ora stentava a ricordare la mamma, cosa sarebbe successo quando fossero passati gli anni?
Era soprappensiero, e si sorprese delle esclamazioni che accolsero il suo ingresso:
«Com’è bella la nostra Anna… Basta che si rivesta un po’, sembra una principessa.»
«Tu Gemma hai le mani d’oro. Un vestito così, sembra fatto da una sarta…»
Gemma si crogiolava ai complimenti. «È che s’è indovinato il colore» disse modestamente. «Ci siamo andate insieme a comprare la stoffa… Lei avrebbe preferito un velluto giallo. Sono stata io a insistere: Compralo rosso. Hai visto che ho avuto ragione?»
«Mi pareva troppo vistoso» si giustificò Anna.
«Ti pareva perché era un anno che andavi vestita di nero.»
«Si dovrebbe fare una fotografia» disse la moglie del calzolaio.
«Non ne voglio sapere di spendere dell’altro» rispose Anna recisa.
La signorina Verdi, a cui dovette andare ad aprire, la guardò in modo tutt’altro che benevolo:
«Ah. Non t’avevo riconosciuta, con questo vestito sgargiante.»
Anna non ci fece caso, era abituata alle maniere mutevoli della signorina: un giorno era tutta premure e sorrisi, un altro, nemmeno rispondeva al saluto. Per aprire alle altre, si mise il grembiule bianco.
«Ti puoi anche cambiare» le disse Gemma dopo che furono arrivate tutte.
Il vestito era stretto, a stento le passava dalla testa. Avrebbe dato volentieri uno strattone, a costo di strapparlo.
Lo riappese alla gruccia, s’infilò il vestito da casa, si levò le scarpe col tacco e si mise le ciabatte. Non si guardò nemmeno per vedere se s’era spettinata. “Mi ha fatto fare tutte queste spese, e per cosa? per figurare davanti alle sue amiche” pensava scontenta.
Le succedeva spesso di arrabbiarsi con Gemma. Ma anche ora che non ne aveva più soggezione, era difficile che le dicesse qualcosa. Risentirsi, non era nel suo carattere.
In cucina sedette da una parte. Avevano ricominciato a parlare di lei. Dicevano che era sacrificata a star sempre in casa. Fu data la colpa a Gemma:
«Tu mi pare che te ne dài poco pensiero. Ti basta che stia bene in salute, non ti preoccupi d’altro.»
«Invece la gioventù ha le sue esigenze. Noi, si può anche stare sempre in casa; ma per lei, poverina, è un sacrificio. Guardatela: un fiore di ragazza, costretta a sorbirsi le chiacchiere di noi vecchie.»
«Anna è contenta così» si giustificò Gemma. «Io glielo dico di uscire: ma lei risponde che non sa dove andare…»
«Per forza, non ha la compagnia. Mica può andar sola al cinematografo… Ce la dovresti accompagnare tu» disse improvvisamente la signorina Nelli.
«Io?» fece Gemma. Era quasi scandalizzata.
Andate via le amiche, Gemma le chiese:
«Questa fotografia, te la vuoi fare?»
Anna si strinse nelle spalle. Anche per quello, si rimetteva a Gemma.
La moglie del calzolaio stava dicendo che c’era tanta influenza in giro: «Io ho già preso il raffreddore». Tirò fuori il fazzoletto e si soffiò rumorosamente il naso.
Era un fazzoletto da uomo, sotto la manica le faceva un gonfio. Gemma ogni tanto dava un’occhiata alla sveglia, che di giorno stava sulla credenza: «Ormai la signorina non viene più… Anna, prendi la bottiglia del rosolio».
In quella risuonò il campanello. Era la signorina, fradicia: l’ombrello le era servito a poco, la pioggia veniva a vento.
«Asciugati almeno i piedi» fece Gemma premurosa. «Anna, attizza lo scaldino.»
«Grazie» rispose la signorina. Guardò Anna sorridendo: «Ti sei vista in fotografia?». E, siccome lei non capiva: «Nella vetrina del fotografo. T’hanno messa proprio nel mezzo, al posto d’onore…».
«E io che non ne sapevo niente» esclamò la moglie del calzolaio. «Domani se ho cinque minuti di tempo voglio arrivare in Via Guidi…»
«Intanto ti può far vedere quella che ha lei. Anna, valla a prendere.»
La signorina ci diede appena un’occhiata. La moglie del calzolaio, stette un pezzo a guardarla:
«Peccato che stai seria. Le fotografie, bisogna farsele sorridenti.»
«Anche senza sorridere, è venuta bene lo stesso» disse la signorina. «La gente si fermava apposta…»
«Come fai a dire che si fermava a guardare lei.»
«E allora chi? Gli altri ritratti sono esposti da tanto…»
Anna non stette più a sentirle. Guardava la fotografia sul tavolo. Un riflesso le attraversava i capelli: pareva piovesse dalla lampadina. La scostò: il riflesso rimase al suo posto. Era curioso che non se ne fosse accorta prima. È ch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. di Raffaele Manica
  4. Nota al testo
  5. Bibliografia specifica
  6. Paura e tristezza
  7. PARTE PRIMA
  8. PARTE SECONDA
  9. PARTE TERZA
  10. Copyright