Magisterium - 3. La chiave di bronzo
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Magisterium - 3. La chiave di bronzo

  1. 276 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Magisterium - 3. La chiave di bronzo

Informazioni su questo libro

Ama collezionare libri rari sul folklore, bambole strane e cappelli. Per Mondadori ha pubblicato la trilogia Fate delle tenebre, il romanzo I segreti di Coldtown, la serie "Spiderwick" e Doll Bones - La bambola di ossa, con cui ha vinto la Newbery Honor nel 2014.

Callum, Aaron e Tamara sono inseparabili. Frequentano il Magisterium, dove vengono addestrati a dominare la magia per combattere il Nemico e riportare l'ordine in un mondo dominato dal caos. Una scuola come la loro dovrebbe essere il luogo più sicuro e protetto per farlo. Ma dopo la morte improvvisa di un compagno, i tre amici si ritrovano a seguire le tracce di un sinistro assassino, mettendo a repentaglio le proprie vite.

Come se non bastasse, hanno il fondato sospetto che nel Magisterium si aggiri una spia del Nemico.

Non c'è tempo da perdere. L'ennesima Guerra Magica incombe, e l'unico modo per sconfiggere il Nemico è giocarsi il tutto per tutto. Perché se la magia finisce nelle mani sbagliate il male che può scaturirne è inimmaginabile.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804669067
eBook ISBN
9788852076794

1

Call apportò le ultime modifiche al proprio robot, prima di spedirlo sul “ring” – un quadrato disegnato con il gesso azzurro sul pavimento del garage. La considerava l’area per i combattimenti tra i robot che lui e Aaron avevano costruito con fatica e dedizione, mettendo insieme parti di auto, magie del metallo e un sacco di nastro isolante. Su quel pavimento impregnato di benzina uno dei due automi sarebbe stato tragicamente fatto a pezzi, mentre l’altro ne sarebbe uscito vittorioso. Uno sarebbe emerso, l’altro sarebbe caduto nello scontro. Uno…
Il robot di Aaron avanzò con uno sbuffo e alzò di scatto il piccolo braccio, che ondeggiò e decapitò il robot di Call in una nube di scintille.
«Non è giusto!» protestò Call.
Aaron sghignazzò. Aveva uno sbaffo di sporco sulla guancia e quando si era passato le mani sulla testa, in preda alla frustrazione, gli era rimasto un ciuffo di capelli all’insù. Sotto il sole implacabile del North Carolina, si era scottato il naso e gli erano spuntate le lentiggini sulle guance. Non sembrava affatto il Makar sofisticato che aveva trascorso l’estate precedente a chiacchierare con adulti importanti e noiosi durante i party in giardino.
«Mi sa che sono più bravo di te a costruire robot» commentò con aria spensierata.
«Ah, davvero?» rispose Call, concentrandosi. Il suo robot cominciò a muoversi, dapprima lentamente, poi sempre più in fretta, mentre la magia del metallo rianimava quel corpo senza testa. «Allora prendi questo.»
L’automa di Call sollevò un braccio e una lingua di fuoco ne schizzò fuori come acqua da un tubo, inondò l’avversario e gli avvolse tutto il corpo. Aaron provò a invocare la magia dell’acqua per estinguere le fiamme, ma era troppo tardi: il nastro isolante si stava già squagliando. Il robot di Aaron crollò a terra in un cumulo di pezzi fumanti.
«Evvai!» esultò Call; non aveva mai adottato i consigli del padre sull’essere sportivi quando si vince. Una scintilla si posò sul manto peloso di Subbuglio, il lupo del caos, che si svegliò di soprassalto e prese ad abbaiare.
«Ehi!» gridò Alastair, il papà di Call, mentre si precipitava fuori di casa guardandosi intorno con occhi spiritati. «Via dalla macchina! L’ho appena risistemata.»
Nonostante le urla, Call si sentiva tranquillo. Era tutta l’estate che si sentiva così. Aveva persino smesso di aggiornare il proprio punteggio di Sire Malvagio. Per il resto del mondo, il Nemico della Morte, Constantine Madden, era morto, sconfitto da Alastair. Soltanto Aaron, Tamara, il nemico-amico Jasper deWinter e il papà di Call sapevano la verità, ovvero che Call era Constantine Madden risorto, ma senza nessuno dei suoi ricordi e, si sperava, senza la sua propensione al male.
Dal momento che tutti ritenevano Constantine morto, mentre agli amici di Call non importava chi fosse lui, il ragazzo poteva starsene un po’ in pace. Anche Aaron, malgrado fosse un Makar, era potuto tornare a divertirsi con Call. Presto sarebbero rientrati al Magisterium, stavolta come studenti dell’Anno di Bronzo, e ciò significava che si sarebbero cimentati in magie davvero sbalorditive, tipo incantesimi di combattimento e di volo.
Andava tutto bene. Filava tutto liscio.
Tra l’altro, il robot di Aaron era ridotto a un rottame fumante.
Per Call era davvero difficile immaginare come le cose potessero andare meglio di così.
«Spero che voi due vi ricordiate» proseguì Alastair «che stasera al Collegium si terrà una festa, quella in nostro onore.»
Aaron e Call si guardarono a vicenda, terrorizzati. Naturalmente, se l’erano scordato. Le loro giornate erano volate, tra skateboard, gelati, film e videogame, ed entrambi avevano completamente rimosso il fatto che l’Assemblea dei Maghi avesse organizzato una festa al Collegium per celebrare la sconfitta del Nemico della Morte, dopo tredici lunghi anni di guerra fredda.
L’Assemblea aveva stabilito di rendere omaggio a cinque persone: Call, Aaron, Tamara, Jasper e Alastair. Call si era stupito che il padre avesse accettato l’invito; da quando il ragazzo aveva memoria, infatti, Alastair aveva sempre odiato la magia, il Magisterium e tutto quello che c’entrava con i maghi. Call sospettava che il padre avesse acconsentito solo perché voleva vedere l’Assemblea applaudire suo figlio, accettando il fatto che stesse dalla parte del bene. Che fosse un eroe.
Call deglutì, innervosito. «Non ho nulla da mettermi» obiettò.
«Nemmeno io.» Aaron sembrava allarmato.
«Ma se Tamara e la sua famiglia ti hanno comprato tutti quei vestiti eleganti, l’anno scorso!» puntualizzò Call. I genitori di Tamara si erano talmente emozionati all’idea che la figlia fosse amica di un Makar – uno dei rari maghi in grado di controllare la magia del caos – che avevano praticamente adottato Aaron, l’avevano ospitato a casa loro e avevano speso un sacco di soldi in tagli di capelli costosi, vestiti e party.
A Call non era ancora del tutto chiaro come mai Aaron avesse deciso di trascorrere l’estate con lui, invece che con i Rajavi, eppure l’amico era stato irremovibile in proposito.
«Mi sono diventati piccoli» rispose Aaron. «Ho solo jeans e magliette.»
«Ecco perché ora filiamo dritti al centro commerciale» intervenne Alastair, mostrando le chiavi della macchina. «Forza, venite con me.»
«I genitori di Tamara mi hanno portato da Brooks Brothers» commentò Aaron mentre si dirigevano verso la collezione di auto restaurate dell’uomo. «È stato un po’ strano.»
Call pensò al minuscolo centro commerciale della cittadina e sorrise: «Be’, preparati a tutto un altro genere di stranezza. Stiamo per viaggiare indietro nel tempo senza usare la magia».
Ornamento di separazione
«Temo di essere allergico a questo materiale» commentò Aaron, guardandosi nello specchio intero nel retro del JL Discount. Vendevano di tutto, lì: trattori, vestiti, lavastoviglie da due soldi. Alastair ci comprava sempre le tute da lavoro. Call lo odiava, quel posto.
«Ti sta bene» osservò Alastair, che aveva trovato un aspirapolvere da qualche parte nel negozio e lo stava esaminando, probabilmente nell’ottica di riutilizzarne alcune parti. Aveva preso anche una giacca per sé, ma senza provarla.
Aaron diede un’altra occhiata al proprio completo grigio, di un lucido eccessivo; le gambe gli formavano un rigonfiamento sulle caviglie e i risvolti della giacca ricordavano a Call le pinne di uno squalo.
«D’accordo, allora» disse Aaron docilmente. Era ben conscio del fatto che qualsiasi cosa gli comprassero fosse un favore perché lui non aveva denaro, né genitori che gli facessero dei regali, e quindi era sempre grato agli altri.
Aaron e Call avevano perso entrambi le loro madri. Il padre di Aaron era vivo, ma si trovava in prigione, e il ragazzo non voleva che si sapesse. A Call non pareva un grosso problema, ma forse perché il proprio segreto era molto più grande.
«Non saprei, papà» intervenne Call, mentre squadrava perplesso la propria immagine allo specchio. Lui indossava un abito blu scuro in poliestere che gli stava stretto sotto le ascelle. «Mi sa che questi vestiti non sono della misura giusta.»
Alastair sospirò. «Un completo è un completo. Aaron lo potrà utilizzare ancora per qualche anno. Quanto al tuo, be’… forse dovresti provare qualcos’altro. Non ha senso prendere un abito che userai solo stasera.»
«Faccio una foto» annunciò Call e tirò fuori il cellulare. «Di certo Tamara ci saprà consigliare. Lei sa come bisogna vestirsi per questi barbosi eventi per maghi.»
In un battibaleno Call inviò lo scatto all’amica e un paio di secondi dopo lei rispose: AARON SEMBRA UN MALAVITOSO COLPITO DA UN RAGGIO RESTRINGENTE E TU SEMBRI PRONTO PER UNA SCUOLA CATTOLICA.
Aaron sbirciò il cellulare oltre la spalla imbottita di Call e fece una smorfia, leggendo il messaggio.
«Be’?» commentò Alastair. «Possiamo sempre accorciare i pantaloni con del nastro isolante.»
«Oppure potremmo andare in un altro negozio ed evitare di renderci ridicoli davanti all’intera Assemblea» azzardò Call.
Alastair lanciò un’occhiata a Call e Aaron, poi si arrese con un sospiro e rimise a posto l’aspirapolvere. «D’accordo. Andiamo.»
Fu un sollievo uscire dal centro commerciale surriscaldato e soffocante. Dopo un breve tragitto in macchina, i due ragazzi si ritrovarono davanti alla vetrina di un negozio che vendeva articoli usati di ogni genere, come centrini, comò e macchine per cucire. Call era già stato in quel posto con suo padre e ricordava che la proprietaria, Miranda Keyes, adorava i vestiti vintage. Non perdeva occasione di indossarli, senza badare troppo agli abbinamenti di colori e stili, e ciò significava che la si poteva vedere in giro per la città con una gonna a ruota anni Cinquanta, stivali aderenti anni Sessanta e canotta di paillettes con un disegno di gatti arrabbiati.
Ma Aaron non lo sapeva. Si guardava intorno con un sorrisetto titubante e a Call si strinse il cuore. Lì sarebbe andata ancora peggio che al JL Discount. Call cominciava a sentirsi male per quello che era nato come un gioco divertente. Lui sapeva di avere un padre “eccentrico” (un modo gentile per definirlo “strambo”) e non gli era mai importato granché, però non era giusto che anche Aaron facesse la figura dell’eccentrico. E se Miranda avesse avuto solo smoking di velluto rosso o peggio ancora?
Era già abbastanza spiacevole che per tutta l’estate l’amico avesse bevuto limonata in polvere, invece della spremuta fresca di limoni che facevano a casa di Tamara, avesse dormito sulla brandina che Alastair aveva aggiunto in camera di Call, avesse corso tra gli spruzzi dell’irrigatore ricavato da un tubo da giardino bucherellato con un coltello e fatto colazione con i soliti vecchi cereali, invece delle uova preparate sul momento da uno chef. Se Aaron quella sera si fosse presentato alla festa vestito da stupido, sarebbe stata l’ultima goccia e lui avrebbe perso una volta per tutte la gara come migliore amico.
Alastair scese dalla macchina e Call seguì il padre e Aaron all’interno del negozio con una certa apprensione.
I completi si trovavano in fondo alla stanza, dietro tavoli ricoperti di strani strumenti musicali d’ottone e una ciotola di giadeite con dentro delle chiavi rugginose. Assomigliava molto al negozio di antiquariato di Alastair, Di tempo in tempo, solo che dal soffitto pendevano cappotti con il collo in pelliccia e foulard di seta, mentre il padre di Call era specializzato in un genere di articoli più industriali. Miranda spuntò fuori dal retrobottega e si mise a raccontare ad Alastair cos’aveva portato indietro da Brimfield (un’enorme fiera dell’antiquariato a nord del paese) e chi ci aveva incontrato. L’ansia di Call aumentò.
Alla fine, l’uomo trovò il modo di spiegarle di cosa avessero bisogno. Miranda esaminò con attenzione entrambi i ragazzi, come se riuscisse a guardare dentro di loro e vedere qualcos’altro. Scrutò anche Alastair socchiudendo gli occhi, poi sparì nel retro.
Aaron e Call ne approfittarono per gironzolare nel negozio, facendo a gara a chi trovava l’oggetto più strampalato. Aaron aveva scovato una sveglia a forma di Batman che, premendo un pulsante, diceva: «Svegliati, Robin», mentre Call aveva portato alla luce un maglione fatto di lecca-lecca uniti tra loro con il nastro adesivo, quand’ecco che Miranda riemerse canticchiando con una bracciata di vestiti che appoggiò sul bancone.
La prima cosa che sfilò dalla pila fu una giacca elegante per Alastair. Sembrava fatta di raso, con un motivo verde scuro molto discreto e la fodera di seta lucida. Aveva un aspetto decisamente rétro e stravagante, ma non ridicolo.
«E ora a voi due» disse la donna, puntando il dito contro Call e Aaron.
Consegnò a ciascuno un completo di lino piegato. Quello di Aaron era color panna, mentre l’abito di Call era grigio tortora.
«S’intona con i tuoi occhi, Call» commentò la donna, soddisfatta della propria scelta, mentre lui e Aaron si provavano gli abiti sopra i pantaloncini e la maglietta. Lei batté le mani compiaciuta e fece cenno ai ragazzi di guardarsi allo specchio.
Call fissò la propria immagine riflessa. Non ci capiva molto di vestiti, ma quel completo gli calzava a pennello e non lo faceva sembrare per n...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. Copyright