Mindfulness per chi è a pezzi
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Mindfulness per chi è a pezzi

  1. 248 pagine
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Mindfulness per chi è a pezzi

Informazioni su questo libro

«Superato l'ultimo episodio di depressione, sette anni fa, mi sono ripromessa che avrei imparato a imbrigliare la mia mente e a fare qualcosa per me stessa. Ossessiva come sempre, ho attivato la modalità ricerca, passando al setaccio riviste e saggi scientifici. Ecco che cos'è emerso: chi aveva sofferto di tre o più episodi di depressione (senza altre patologie), con la terapia cognitiva basata sulla mindfulness riduceva del 60 per cento la probabilità di ricadute. A colpirmi veramente è stato il fatto che la mindfulness si pratica da soli: non devi correre da uno strizzacervelli gridando aiuto a tutte le ore... E infine la notizia migliore: è gratis (e per un'ebrea come me questo rappresenta metà della cura).» Dopo aver sofferto per anni di depressione e aver provato sulla propria pelle qualsiasi tipo di rimedio, Ruby Wax ci racconta la sua esperienza e condivide con noi l'unico metodo che con lei ha funzionato davvero: la terapia cognitiva basata sulla mindfulness (MBCT).

In questa guida spiritosa, intelligente e accessibile, Ruby Wax dimostra a tutti noi come e perché grazie alla pratica della mindfulness è possibile cambiare per sempre e lasciarci alle spalle gran parte delle sofferenze inutili che molto spesso sappiamo autogenerare. Oltre a consigli mindful per migliorare le proprie relazioni sociali e suggerimenti per ogni età, Mindfulness per chi è a pezzi include un corso di sei settimane elaborato con l'aiuto dello psichiatra Mark Williams, autore di Metodo Mindfulness.

Un libro arguto e profondo, capace di far ridere anche quando parla di malattie mentali e sfide apparentemente invincibili.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2017
Print ISBN
9788804674993
eBook ISBN
9788852079016
1

Perché sei a pezzi?

Siamo a pezzi. Tutti noi... be’, diciamo la maggior parte... insomma, ho degli amici che sono a pezzi. Dicendo “noi” mi riferisco a “noi” che viviamo in un mondo relativamente libero da invasioni, fame, malattie e piogge di rane; i fortunati “noi” che hanno fatto bingo e sono nati al posto giusto nel momento giusto. E tuttavia noi, i vincitori, ci lamentiamo dello stress. Perché non riusciamo a essere semplicemente felici di poter vivere oltre cent’anni, e addirittura con i nostri denti in bocca? Dovremmo stappare lo champagne per il solo fatto che respiriamo. Io stessa mi sento colpevole di creare stress dove non dovrebbe essercene. Mentre scrivo questo libro, sono incredibilmente stressata: ho la paranoia di non fare errori di grammatica e ortograffia. Dovrei essere stressata se starebbe per cadermi una bomba in testa, non perché non so dove mettere l’apostrofi, i punti virgola e le dopie. È pensare allo stress che ci stressa, non la situazione in sé e per sé.
Quando dico che siamo tutti in stato di emergenza, non mi riferisco al terrore, reale o immaginario, di un’incombente terza guerra mondiale scatenata dal fanatico che guida la Corea del Nord o da uno degli altri innumerevoli fanatici a capo dei loro rispettivi paesi. No, l’emergenza di cui parlo nasce dal nostro stato di sonnambulismo: se non ci svegliamo, ci ritroveremo sul tratto discendente della parabola umana, e la responsabilità sarà solo nostra. In termini evoluzionistici – perlomeno emotivamente – stiamo tornando a camminare a quattro zampe. Abbiamo mandato razzi nello spazio per esplorare il cosmo ma, chissà perché, abbiamo trascurato di esplorare noi stessi. Continuiamo a raggiungere obiettivi e a competere, senza assolutamente sapere per quale motivo. Dobbiamo puntare la sveglia per riscuoterci da questo torpore, per uscire da una mentalità in cui non facciamo altro che rimuginare e preoccuparci: per riprendere, letteralmente, i nostri sensi. È l’unico modo per sperimentare la vita: non attraverso le parole, ma attraverso la vista, l’olfatto, l’udito, il tatto, il gusto... Quante forchettate di cibo hai introdotto in bocca oggi, sentendone realmente il sapore? Non so quando, storicamente, ci siamo addormentati al volante, perché di certo abbiamo cominciato la nostra esistenza da svegli: da uomini primitivi drizzavamo le orecchie per lo schiocco di ogni rametto che si spezzava, per il fruscio di ogni cespuglio. Oggi, invece, attraversiamo la vita con il paraocchi e il pilota automatico attivato, il più velocemente possibile, con il solo scopo di sbrigare le nostre faccende e archiviarle in bell’ordine.
Dovremmo lottare per evolvere verso il godimento di una vita pacifica, non per portare a termine la prossima “cosa da fare” sulla lista, nella convinzione che, sistemata quella, allora cominceremo a vivere. Smettiamola di rimandare: sta diventando tardi. O ci svegliamo adesso, o moriremo sonnambuli.

L’evoluzione del cervello

Che ci piaccia o no, tutti deriviamo da una piccola, singola cellula. Per capire chi siamo oggi, dobbiamo accettare il nostro passato protoplasmatico. Non è nemmeno così lontano il tempo in cui tutto è cominciato. Solo da duecentomila anni siamo esseri umani veramente moderni, eretti; prima eravamo pesci, lucertole e scimmie di varia specie (non è un lignaggio particolarmente nobile). La maggior parte di noi è disperatamente inconsapevole di quanto la nostra animalità primordiale ci tenga tuttora in ostaggio.
In qualche modo abbiamo raggiunto obiettivi importanti (per esempio, abbiamo imparato a fare le uova alla diavola), ma per quanto riguarda lo sviluppo emotivo sguazziamo ancora nel fango. Io penso che l’influenza delle nostre radici preistoriche sia da tenere nella giusta considerazione. Possiamo fingerci civilizzati, con i nostri tè e i nostri biscottini, ma sotto sotto l’uomo delle caverne batte ancora il suo tamburo.
La primissima cosa da sviluppare, per noi come per gli altri mammiferi, è un cervello che assicuri la sopravvivenza. Questo significa che siamo sempre molto attenti ai pericoli. Parliamo tanto di ricerca della felicità, ma così ci roviniamo la giornata: in realtà siamo tutti pessimisti nati, perché è così che preserviamo l’esistenza della specie. Dobbiamo essere pronti al peggio. Ecco perché tendiamo a vedere tutto nero anziché tutto rosa. Una volta qualcuno ha detto che abbiamo un pensiero positivo ogni cinque negativi. Tuttavia, in una civiltà come la nostra, non è l’imprevedibile caduta di un meteorite a farci paura, ma cose come le scadenze e le rate del mutuo. Al deficit nazionale non si sfugge.
Il guaio è che parte del nostro cervello funziona esattamente come centinaia di migliaia di anni fa, modello “uccidi e prolifica”, per intenderci, e con questa testa, evoluti come crediamo d’essere, dobbiamo misurarci con la complessità del XXI secolo. Sarà per questo che c’è bisogno di così tanti psichiatri e di montagne di farmaci.
All’inizio andava tutto bene. Vivevamo in tribù con i nostri consanguinei. Avevamo tutti gli stessi geni, quindi ci fidavamo l’uno dell’altro e ci proteggevamo reciprocamente. Di brutto c’era la faccenduola dell’essere tutti parenti, che causava infinite mutazioni: così c’erano cugini con più dita del necessario e altri con i piedi attaccati alla rovescia. I problemi nacquero quando le tribù cominciarono a espandersi, le città a crescere e la civiltà a svilupparsi. Si dovettero stabilire delle regole per tenere sotto controllo i desideri più oscuri e profondi, per esempio quello di andare a letto con le nostre sorelle. Freud ha cercato di aiutarci a imbrigliare l’Es, ma il sé più basso e primordiale ci è rimasto appiccicato dentro. Reprimerlo non aiuta; l’istinto selvaggio è sempre in agguato, pronto a scatenarsi.

L’evoluzione dello stress

In una fase ormai lontana della nostra esistenza la vita era dura, ma nessuno moriva di stress. La gente a quei tempi moriva per le malattie, oppure di vecchiaia (a circa ventidue anni e mezzo), per cause accidentali, di parto, per una carie... ma non di stress.
Nemmeno esisteva la parola per dire lo stress, quindi nessuno se ne lamentava.
La mia teoria è che il concetto di stress sia nato con il linguaggio. Non potevamo più limitarci a scagliare una lancia, visto che ormai possedevamo pensieri e parole per dirci se l’avessimo scagliata bene o male. Di solito era male.
Non fraintendermi: molte cose buone sono un prodotto del pensiero. In questo momento io sto pensando, e probabilmente anche tu, e questa è una buona cosa. Eppure, con questa consapevolezza, è arrivato lo stress.
È lì che si è aperta la diga, perché avevamo bisogno di più spazio nel cervello per contenere tutto quel pensiero. Così, circa centomila anni fa (non posso indicarvi la data esatta), all’improvviso abbiamo scoperto che il volume del nostro cervello era triplicato. Sarà stato il clima o una certa inclinazione del pianeta, ma abbiamo avuto un grosso scatto di crescita cerebrale. Probabilmente ci siamo messi a camminare in posizione eretta per tenere tutta quella materia grigia in equilibrio sul collo. Appena entrati in possesso dei nostri cervelloni taglia XL, abbiamo cominciato a chiederci come potessimo riempirli. Il grande vantaggio di questo scatto di crescita del cervello è che abbiamo smesso di rotolarci nel fango come le nostre cugine scimmie e abbiamo cominciato a inventare cose, per esempio i fogli da imballaggio con le bolle. Lo stress è nato con queste grandi invenzioni, perché dovevamo ripararle, ricordarci di cambiare le batterie, stipulare polizze per assicurarle; nessuno l’avrebbe fatto per noi, certamente non le nostre amiche scimmie (che ancora oggi non servono a niente, a parte farci ridere per quello che sanno fare con una banana).
I nostri grandi cervelli ci hanno spinto a conquistare nuovi territori; abbiamo riempito il pianeta di centri commerciali e nail bar, ma che fare dopo? Così siamo diventati pionieri del pensiero, usando la tecnologia invece dei carri Conestoga per innalzare la nostra bandiera in terre vergini e remote, facendo sfrecciare le nostre opinioni, le posizioni politiche, i nostri mi piace e non mi piace, non più a voce ma attraverso Internet.
Ci eravamo cullati nell’illusione che i computer (grazie, Bill G.) avrebbero svolto tutti i lavori noiosi per permettere a noi di rincorrere farfalle e disporre fiori nei vasi. Invece è venuto fuori che i lavori noiosi restavano a noi, mentre i computer avevano tempo di vivere la loro vita, violare i sistemi di sicurezza informatica della Banca Mondiale, regalare a Stephen Hawking un accento americano. Prevedo che alla fine diventeremo così superflui che qualcosa ci rimpiazzerà e decadremo al rango di accessori tecnologici.

Il cervello pieno zeppo

Nessuno affronta un problema di sconcertante evidenza: perché ci complichiamo la vita? Perché ci teniamo addosso una zavorra di scorie e detriti? Riversiamo tutta la spazzatura nel cervello... Perché non possiamo buttarla via? A fine vita non dovremo superare nessun test, quindi qual è lo scopo di continuare ad accumulare informazioni? Io so di aver raggiunto il mio limite. Ho dovuto affidare la mia memoria a un cloud e non so come riprendermela.
Fantastiliardi di bit d’informazioni si scaricano in computer con capacità di elaborazione più elevata del centro di controllo della missione Apollo e ti arrivano al cervello attraverso la punta delle dita. Daniel Levitin ha scritto che “oggi, solo per comunicare con gli amici, senza contare il lavoro, ognuno di noi produce mediamente centomila parole al giorno; esistono 21.274 emittenti televisive e ti ci vorrebbero diciassette vite, ognuna di 158 anni, per vedere tutti i canali della TV”: e per la maggior parte sono spazzatura. Immagazziniamo tutte le informazioni in blocco; è estenuante cercare di capire che cosa ci serve e che cosa è inutile. La nostra testa è così ingombra che è difficile prendere decisioni sagge: dovrei preoccuparmi dello scioglimento dei ghiacci in Islanda o di comprare il dentifricio giusto? Il cervello non è un computer, non ha bisogno di ricaricarsi, ha bisogno di riposare e il riposo non esiste. Chi ha tempo di riposare? Sta diventando una parolaccia. L’unico momento in cui puoi legittimamente riposare è quando vai al gabinetto. Ogni tweet, ogni accesso a Facebook e ogni messaggio risucchiano la tua energia. Ecco perché ti dimentichi dove hai parcheggiato la macchina.
Ci lamentiamo del fatto che la nostra lista di cose da fare è inesauribile, ma non dobbiamo dimenticare che quella lista l’abbiamo compilata noi; non è che sia arrivato qualcuno dallo spazio a impiantarci “la lista” nel cervello mentre guardavamo dall’altra parte. D’accordo, ammettiamo che ci siano davvero un paio di cose importanti da annotare, tipo comprare il latte o fare la colonscopia, ma quando la lista degli impegni imprescindibili arriva a un centinaio di voci al giorno è il momento di preoccuparsi. Forse continuiamo ad allungare l’elenco per paura che se si esaurisse non avremmo più uno scopo, una ragione per muovere un altro passo. Se improvvisamente restassi senza lista, ti limiteresti a rallentare fino a fermarti? Che cosa succederebbe? Anche se tutti si lamentano dell’infinità di cose che hanno da fare, che cosa farebbero se non avessero niente da fare? “Fare o non fare, questo è il problema.” Quelli che non hanno un solo buco libero di tre minuti nel corso della giornata, perché rimbalzano tra riunioni, pranzi, palestre, appuntamenti e aperitivi, nella nostra società sono considerati vincenti, individui esemplari, modelli a cui ispirarsi, ma secondo me (e lo dico con compassione) dovrebbero essere messi al rogo, perché ci fanno sentire inadeguati.
Altre creature sanno che cosa stanno facendo. Gli uccelli, per esempio, migrano percorrendo migliaia di chilometri per deporre un uovo, poi tornano da dove sono venuti e ricominciano a fare sesso con il primo che capita; nessuno si lamenta. Noi, che non dobbiamo nuotare, volare o galoppare per mille chilometri, crolliamo esausti per la sola ragione che stiamo cercando di essere all’altezza di qualcuno... che sta cercando di essere all’altezza di qualcun altro... che a sua volta sta per beccarsi un esaurimento nervoso. Essere umani significa alzare la mano e affermare la propria debolezza. Se lo farai, gli altri intorno a te proveranno compassione ed empatia (sentimenti in disuso) ed è così che il mondo guarirà dall’avidità e dal narcisismo che lo ammorbano.
Dobbiamo darci una svegliata e notare i segnali che la mente e il corpo ci inviano; rallentare, di tanto in tanto, e fare caso a quel che abbiamo intorno. Non dico che ci si debba fermare per sempre, ma almeno una volta ogni tanto, per fare benzina prima di riprendere la corsa che chiamiamo vita. Conosco un neuroscienziato che poco tempo fa ha subito un grave infarto. Si potrebbe pensare che qualcosa dovesse saperne, sui cervelli. Quel che non sa è che i cervelli non funzionano in eterno con due ore di sonno e quattrocento di lavoro alla settimana. A tre soli giorni dall’infarto ha annunciato che non avrebbe usufruito di nessun permesso e avrebbe ricominciato a fare lezione dal suo letto d’ospedale, attaccato al respiratore artificiale e al sondino nasogastrico, dimostrando così che anche i neuroscienziati possono essere degli idioti.

Il confronto

Un’altra cosa che ci logora è che ci confrontiamo costantemente con gli altri, fiutando come segugi per individuare i migliori. In natura una larva di ape può diventare una regina o un’operaia: dipende da come viene nutrita. Gli alveari sono strutture sociali complesse con diversi tipi di operaie: bottinatrici, pulitrici, nutrici... non ci sono api mogli di calciatori o api famose. Tutte ricevono la loro parte di nutrimento e non c’è competizione; le pulitrici non si sognerebbero mai di diventare nutrici. Noi, invece, sentiamo di dover fare tutto: essere regine, deporre le uova, pulire, nutrire e imparare l’hula hoop nello stesso tempo. Ecco perché noi finiamo per prendere ansiolitici e le api no. In ogni caso, conosco bene il confronto: è uno degli ingredienti del mio minestrone nevrotico.
Sono a Edimburgo, profondamente infelice, e sto cercando di capire perché. Apparentemente va tutto liscio: il mio spettacolo, la mia vita, il mio lavoro... quindi, che cosa c’è che non va? Finalmente mi viene in mente un motivo.
Sono a cena, seduta accanto a Brian Cox. Mi fa venire il mal di stomaco perché è un genetista molecolare, un astrofisico, un appassionato ricercatore, un fisico delle particelle, una sorta di acceleratore umano.
È bello e sembra giovanissimo, un bambino. Nel mio caso questo preme su un grilletto sensibilissimo: quello del confronto. Cerco di tirar fuori qualcosa dallo spazio vuoto che chiamo il mio cervello, provandoci con tutte le forze. Dico, con la lingua appiccicata al palato: “Se ci sono infiniti universi paralleli, il che significa che ci sono fantastiliardi di ‘me’, come faccio a mettere in bocca il cibo con una sola forchetta?”.
Forse lui pensa che sia un’osservazione corretta, così mi risponde che seicentomila anni fa, quando finalmente ci fu sufficiente ossigeno, una cellula piena di mit...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Mindfulness per chi è a pezzi
  4. Premessa
  5. 1. Perché sei a pezzi?
  6. 2. La mindfulness: chi? che cosa? perché?
  7. 3. Come funziona il cervello e la scienza alla base della mindfulness
  8. 4. Intermezzo di depressione
  9. 5. Un corso di sei settimane
  10. 6. La mente sociale: relazioni mindful
  11. 7. Mindfulness per genitori, neonati e bambini
  12. 8. Mindfulness per i più grandicelli e gli adolescenti
  13. 9. Io e la mindfulness
  14. Appendice
  15. Ringraziamenti
  16. Copyright