Gael era a qualche minuto da casa sua, stava camminando lungo la strada per evitare una pozza di birra versata sul marciapiede, quando improvvisamente una ragazza in bicicletta sterzò verso di lui. La ruota anteriore gli colpì la gamba, le ginocchia gli cedettero e cadde in avanti, sollevando le mani per proteggersi.
Per un istante, restò disteso sul marciapiede, i vestiti zuppi della birra che aveva cercato di evitare, poi sentì una mano toccargli la spalla. «Mi dispiace tantissimo.»
Si rigirò lentamente su un fianco. Dietro di lui c’era una bicicletta nera e rossa sopra un sacchetto di plastica legato stretto con del cibo da asporto. Il suo fiore era miracolosamente illeso, rimasto impigliato tra i raggi della ruota anteriore, come una specie di irritante metafora della resilienza.
Inginocchiata accanto a lui c’era una ragazza, indossava una felpa con la cerniera e il cappuccio, una maglietta della salsa piccante Sriracha, jeans scoloriti e un paio di Birkenstock. Lunghi, sottili capelli biondi sporgevano dal casco coperto di adesivi di band che Gael non aveva mai sentito nominare. Le sue guance tonde erano diventate rosse. «Non posso credere di averlo fatto» gli disse con gli occhi lacrimosi. «Stai bene?»
Gael riuscì a tirarsi su e si mise a sedere sul marciapiede. «Credo di sì. Cosa è successo?»
«C’era un gatto» rispose. «Mi è sfrecciato davanti. Ho sterzato all’improvviso per evitarlo e tu eri proprio davanti a me.»
«Colpire l’uomo invece del gatto» osservò caustico. «Gentile da parte tua.»
La ragazza fece un’espressione accigliata. «Mi dispiace tantissimo» ripeté.
Gael si sentì all’improvviso in colpa. Non gli era bastato affermare pubblicamente davanti ai suoi genitori e a Piper che sperava sparissero. Adesso stava anche infierendo contro una ragazza a caso. Anika e Mason se lo meritavano di sicuro, ma il resto del mondo? In realtà, no. Non voleva abbassarsi al loro livello. Si chiese se non lo avesse già fatto.
Gael si pulì la maglietta dal terriccio birroso. «Stavo scherzando. Probabilmente anch’io avrei salvato il micio.» Il suo tono di voce si ammorbidì. «Però dovresti guardare bene prima di sterzare. E se c’era una macchina? Avrebbe potuto travolgerti.»
«Lo so.» Lei si morse il labbro. «Ho avuto da poco un incidente con la bici. Sono fuori esercizio.»
Gael ignorò il dolore dietro alla gamba e la puzza di birra emanata dalla sua maglietta.
«Caspita!» esclamò. «Un incidente? È terribile. Sei rimasta ferita?»
La ragazza fece un sorriso sincero e Gael pensò una cosa profondamente ingenua, a tal punto che persino lui riconosceva che lo fosse: “Lei non è il tipo che tradirebbe il suo ragazzo”.
«Sto bene, grazie. Niente ossa rotte, perlomeno. Ma credo di essere diventata una ciclista un po’ nervosa. Pensavo che una passeggiata veloce fino al Cosmic non fosse un problema, ma mi sbagliavo.»
Una ragazza a cui piaceva il Cosmic e che non lo avrebbe tradito, rifletté. Oddio, doveva fermarsi. Era così incasinato che stava proiettando i suoi sentimenti sulla prima che incontrava?
(Sì, oh sì che lo era. Il Ripiego è sempre un rischio ma, siccome Gael era diventato un recluso, non me ne ero preoccupato molto. Ma ora, una camminata verso casa da solo e io ero già sulla difensiva. Senza contare che il Ripiego in questione era anche un Incontro Romantico Fortuito. Sapete, quando due persone si conoscono per caso e all’improvviso tutti pensano che era destino. Gli esseri umani sono esperti nel concentrare la loro attenzione sul modo in cui hanno incontrato qualcuno invece di capire chi sia realmente quella persona e se siano veramente fatti l’uno per l’altra. Ah, l’amour.)
Mentre Gael stava decidendo se fosse un cliché prendersi una cotta per la prima ragazza che conosceva dopo Anika, il suo stomaco borbottò come se fosse inconsapevole della sua lotta interiore.
«Hai preso qualcosa al Cosmic?» le chiese timidamente.
Gli occhi grigi di lei si illuminarono. «Ti piace il Cosmic?»
Le fece un grande sorriso. «A chi non piace? È il miglior ristorante di Franklin Street a parte Spanky’s, a mio modesto parere.»
«Cosa ordini di solito?» gli domandò in modo giocoso, come se fosse una specie di test che doveva superare.
Gael e Anika si dilungavano in estenuanti battaglie filosofiche su cosa fosse più buono al Cosmic, i nachos o i burritos. Quel ricordo gli lasciò dentro una sensazione di vuoto viscerale. E non solo per via della fame.
«I nachos» rispose. «E, sì, mi rendo conto che tutti preferiscono i burritos.»
«Be’, è il tuo giorno fortunato» disse. «Perché io non la penso così. Ne vuoi un po’?»
Esitò. Sapeva che avrebbe semplicemente dovuto tornarsene a casa, cambiarsi i vestiti e prendere un antinfiammatorio per il dolore alla gamba. Avrebbe dovuto scusarsi con i genitori e raccontargli con sincerità quello che stava passando. Cavolo, forse avrebbe dovuto persino andare a lezione di yoga con la madre e, cosa ancora più folle, dire a suo padre che seguire una seduta di terapia familiare insieme non era un’idea così malvagia. Forse potevano parlare del comportamento ambiguo di papà.
Ma sapeva che non avrebbe fatto nulla di tutto ciò. Avrebbe guardato altri film, mangiato ancora Snickers, dormito senza averne bisogno e continuato a sentirsi di merda.
Dopotutto, pensò, non se lo meritava?
Una bella ragazza gentile (era sincero) gli stava offrendo il suo cibo preferito nel giorno del suo compleanno. Certo, non sapeva neanche come si chiamava, ma perché avrebbe dovuto rifiutare?
«Non dovrei approfittare della tua cena» rispose offrendole un modo facile per ripensarci, se voleva.
«Ti prego.» La ragazza gli fece un sorriso. «È un misero risarcimento per averti investito. E i nachos sono fatti per essere condivisi.»
Lei si alzò in piedi, sollevò la bicicletta e recuperò il sacchetto di plastica sotto la ruota. Spostò la bicicletta dalla strada, la appoggiò sul marciapiede e si sedette di nuovo accanto a lui.
«A proposito, io mi chiamo Cara.» Gli porse la mano.
«Gael» disse stringendogliela. «Abiti qui vicino?»
«Già» rispose. «Nei paraggi.»
Lui la fissò. «Non ti ho mai visto a scuola.»
Cara sorrise ancora. «Frequento il primo anno alla UNC.»
Una bella ragazza dai modi gentili, per di più matricola al college, a cui piaceva il Cosmic. E, al contrario di Sammy, una del primo anno che non sembrava piena fino all’orlo di grandi idee pretenziose. Gael pensò che era quasi troppo bello per essere vero.
«Comunque» aggiunse Cara. «Vogliamo controllare come se la sono cavata i nostri nachos dopo l’incidente?»
Nostri. Ormai Gael aveva accantonato l’idea di “nostro”.
Cara sciolse il nodo sul sacchetto e tirò fuori un contenitore di polistirolo da cui colavano del sugo di fagioli neri e della salsa brodosa. Se lo appoggiò sulle gambe, senza preoccuparsi che i nachos potessero sporcarle i jeans, e aprì il coperchio.
«Niente male» disse, inclinando il contenitore verso di lui mentre passava un’auto piena di ragazzi di una confraternita. «Approvi?»
La scatola era un groviglio di panna acida, pollo grigliato, formaggio spalmabile e fagioli, come se i nachos avessero deciso di scatenarsi in un party selvaggio. «Per me va benissimo.»
«Aspetta e vedrai» fece Cara. Frugò nel sacchetto di plastica e tirò fuori una bottiglia di Valentina sporca e mezza vuota.
«Hai rubato la salsa piccante?» domandò Gael, non riuscendo a trattenersi. Scoppiò a ridere.
«Era quasi vuota» rispose con il broncio. «L’ho finita proprio l’altra sera, e continuavo a dimenticare di comprarla... Ti dispiace?» Sollevò la bottiglia sopra i nachos, scuotendola un po’.
«No» disse Gael. «Fai pure.»
Cosparse tutto di condimento, prese un nacho e se lo infilò in bocca. «Adoro la salsa piccante» commentò.
Gael indicò la sua maglietta con il mento. «Non l’avrei mai detto.»
Lei rise. «Già, credo sia ovvio. La salsa piccante è un po’ la mia forma di ribellione personale. I miei genitori odiano tutto ciò che è pepato, mentre io sono il tipo: “Può metterci abbastanza salsa da mandarmi a fuoco la lingua, per favore?”.»
Gael rise. «Mio padre pensa che i peperoncini jalapeno in barattolo siano il massimo del piccante. Almeno mia madre sta dalla mia parte.» Non ci sarebbero state più discussioni del genere a cena, rifletté per un istante, poi scacciò via quel pensiero.
Cara si portò alla bocca un altro nacho.
«Probabilmente consideri patetico che la salsa piccante sia la mia forma di ribellione più grande, vero?»
A Gael venne subito in mente la recente ribellione di Anika. Scosse la testa con energia. Non aveva bisogno di una ragazza che infrangeva ogni regola. Aveva bisogno di una ragazza che credeva che concedersi un po’ di salsa ultra piccante fosse infrangere le regole.
«Non penso affatto che sia patetico. La metà delle volte le persone si comportano da stronze, ma la chiamano ribellione. Capisci cosa intendo?»
Lei chiuse la bocca, ingoiò il nacho mentre sosteneva il suo sguardo. «Capisco perfettamente.»
(Anch’io. Però il fatto che Anika fosse la ragazza sbagliata per lui non implicava che questa fosse quella giusta. Naturalmente convincere Gael sarebbe stata un’altra sfida, questo era chiaro, ormai.)
Gael continuò a fissarla e, dopo un istante, Cara rise nervosamente, distolse lo sguardo e afferrò un altro nacho. «Io e la ribellione non andiamo d’accordo» proseguì lei. «Anche l’università è piena di ragazzi della confraternita che pensano solo a rimorchiare e a riempirsi lo stomaco di birra, ogni weekend. E io invece sono più il tipo che rimane a casa a guardare film vietati ai minori senza sentirsi strana e che compra ogni sorta di salsa piccante!»
«So cosa intendi» fece Gael, poi prese un grosso nacho. «Io tento di guardare film cruenti nella mia stanza, in privato. Ma mia sorella e mia madre entrano ogni cinque secondi, e mia madre insegna studi femminili all’università e odia la violenza nei film, ed è così irritante. Comincia a scuotere la testa come se fossi io, e non il tizio sullo schermo, ad...