Il sapore del metallo in bocca. Indecifrabile. Come bere un succo di frutta dopo esserti lavato i denti. Confusione totale. Ma no, niente di indecifrabile. Era il sapore del terrore. Il panico. La paura di morire.
Un boschetto. Mahmud in ginocchio sul prato, le mani dietro la nuca, come un fottuto vietcong in un film di guerra. Il terreno era bagnato, l’umidità penetrava attraverso i jeans. Le nove di sera, più o meno. Il cielo ancora chiaro.
Cinque individui lo circondavano schierati uno di fianco all’altro. Tutti modello killer. Gente che non avrebbe esitato a piantargli una pallottola in testa. Che aveva giurato eterna fedeltà al gruppo. Che i gangster da quattro soldi come Mahmud se li mangiava a colazione. Ogni giorno.
Merda.
L’aria di mezza estate era fresca, eppure Mahmud sentiva la sua pelle puzzare di sudore. Come cazzo era potuto succedere? Aveva solo cercato di vivere la sua vita. Finalmente fuori dalla galera, libero come l’aria. Pronto a prendere la Svezia per le palle. E a strizzargliele come si deve. E ora questo. Game over, forse. Sul serio. Tutto affanculo.
La pistola strideva contro i denti. L’eco gli rimbalzava nel cervello. Un flash dopo l’altro davanti agli occhi. Frammenti della sua vita. Ricordi di vecchie impiegate lagnose, di operatori del sociale falsamente comprensivi, di professori criptorazzisti. Come Per-Olov, il suo insegnante alle scuole medie: “Mahmud, non si fanno queste cose in Svezia, lo capisci?”.
E la risposta di Mahmud (in altre circostanze avrebbe sorriso al ricordo): “Vai a farti fottere, è così che si fa ad Alby”.
Altri fotogrammi. Sbirri in servizio nei bassifondi, che non avrebbero mai capito quale impatto il sistema educativo dello svedese medio avesse su ragazzi come lui. Gli occhi pieni di lacrime del padre al funerale di sua madre. Le chiacchiere con i ragazzi della palestra. La prima volta che era finito dentro. Il tiro a segno sui passanti con i gavettoni lanciati dal balcone. I furti nei negozi della città. La mensa del carcere. Lui, prima: un vero miliardario. Dai grattacieli di periferia del piano regolatore sempre più su, come un gangster di lusso. Ora: in caduta libera verso l’inferno. Finito.
Provò a mormorare una preghiera, nonostante la pistola in bocca. «Non esiste altro dio all’infuori di Allah.»
Il tizio che gli puntava contro l’arma abbassò lo sguardo nella sua direzione. «Hai detto qualcosa?»
Mahmud non osava muovere la testa. Sollevò appena gli occhi. Non riusciva a dire nulla, con quell’affare in bocca. Era duro di comprendonio, il tizio? I loro sguardi si incrociarono. Il ragazzo non dava segno di aver capito. Mahmud lo conosceva. Daniel: si stava facendo strada, ma non era ancora diventato un pezzo grosso. Croce d’oro a diciotto carati al collo, stile siriano doc. In quel momento era lui il boss, ma se al posto del cervello avesse avuto cocaina non sarebbe costata più di un pacco di biscotti.
Finalmente Daniel afferrò la situazione. Sfilò il revolver dalla bocca di Mahmud e disse: «Cosa vuoi?».
«Voglio solo che mi lasci andare. Pagherò quello che devo, promesso. Ti prego!»
«Chiudi il becco. Chi credi di fregare? Quando Gürhan ne avrà voglia parlerai con lui.»
Di nuovo la pistola in bocca. Mahmud restò in silenzio. Non osava neppure pensare alla sua preghiera. Anche se non era credente, sapeva che arriva il momento in cui si deve pregare.
Dunque, era spacciato? Questo pensiero lo sconvolse.
Gli sembrò che il bosco girasse vertiginosamente intorno a lui.
Si sforzò di respirare con calma.
Cazzo.
Cazzo, cazzo, cazzo.
Quindici minuti dopo, Daniel cominciò a spazientirsi. Si muoveva inquieto, sembrava distratto. La pistola strideva contro i denti peggio dei vecchi vagoni della metropolitana. A Mahmud sembrava di avere in bocca una mazza da baseball.
«Credi di poter fare quello che vuoi, eh?»
Impossibile rispondere con la pistola in bocca.
«Credevi veramente di poterci fottere?»
Mahmud provò a dire no. Un suono confuso salì dal profondo della cavità orale. Non era sicuro che Daniel l’avesse percepito.
Il ragazzo disse: «Nessuno ci può fregare. Questo è certo».
Gli altri quattro si avvicinarono. Tra loro Gürhan. Una leggenda, il re degli spacciatori. Tatuaggi dappertutto. Sul collo: ACAB, All Cops Are Bastard, e una foglia di marijuana. Su un braccio: l’aquila assira con le ali spiegate. Sull’altro, in caratteri gotici neri: Born To Be Hated. Era il numero due della banda omonima, la gang in più rapida ascesa della zona sud di Stoccolma. Una delle persone più pericolose che Mahmud conoscesse. Mitomane, incontrollabile, fuori di testa. Nell’universo di Mahmud: più sei fuori di testa, più sei potente.
Gli altri tre non li aveva mai visti prima, ma avevano tutti lo stesso tatuaggio di Gürhan: Born To Be Hated.
Con un gesto Gürhan ordinò a Daniel di sfilargli la pistola dalla bocca. Quindi la impugnò lui stesso e la puntò contro Mahmud. A mezzo metro di distanza.
«Stammi a sentire. È molto semplice. Sgancia i soldi che ci devi e piantala di fare cazzate. Se non avessi fatto lo stronzo non ci saremmo mai infognati in questa storia. Capisci?»
Mahmud aveva la gola secca. Si sforzò di rispondere. Guardò Gürhan dritto in faccia.
«Pagherò. Scusa se ho sbagliato, è tutta colpa mia.» Avvertì un tremito nella voce.
La risposta di Gürhan: uno spaventoso manrovescio assordante come uno sparo. Ma non lo era. Era mille volte preferibile a uno sparo. Ma Gürhan poteva sempre cambiare idea, e allora era finita sul serio.
I muscoli del collo dell’uomo, tesi al massimo, dilatavano la foglia di marijuana tatuata sulla pelle. I loro sguardi si incrociarono. Si agganciarono. Si bloccarono. Gürhan: un pezzo d’uomo, più grosso di Mahmud. E Mahmud era tutt’altro che mingherlino. Gürhan: il famigerato bandito, il profeta della violenza, l’atleta della malavita, sulle sopracciglia più cicatrici di Mike Tyson. Mahmud pensò che se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora Gürhan un’anima non ce l’aveva.
Era stato un errore parlare. Avrebbe dovuto abbassare lo sguardo. Inchinarsi davanti al numero due.
Gürhan si infuriò. «Maledetto figlio di puttana. Prima mandi tutto in vacca e ti fai beccare, poi arrivano gli sbirri e sequestrano la roba. Abbiamo controllato la sentenza, che credi? E sappiamo che dalla merce sequestrata mancavano più di diecimila flaconi. Il che significa che ci hai presi per il culo. E ora, a sei mesi di distanza, proprio quando devi ridarci i soldi, ti metti a fare lo stronzo. Ti credi un duro solo perché sei stato dentro? Cazzo, hai rubato tremila confezioni di Winstrol. Nessuno può permettersi di fregarci, è chiaro?»
Mahmud era nel panico. Non sapeva che cosa rispondere.
Replicò a voce bassa: «Perdonami, ti prego. Perdonami. Pagherò fino all’ultimo centesimo».
Gürhan gli fece il verso: «Perdonami, perdonami. Smettila di fare il finocchio. Credi che serva a qualcosa? Perché hai cominciato a fare cazzate?».
Gürhan afferrò la pistola con tutte e due le mani. Sganciò il tamburo. Le pallottole rotolarono una dopo l’altra nella sua mano sinistra. Mahmud sentì la tensione allentarsi a poco a poco. Potevano avventarsi su di lui. Picchiarlo a sangue. Ma senza pistola, be’, era chiaro che non pensavano di farlo secco.
Uno degli altri scagnozzi si girò verso Gürhan e gli disse qualcosa in turco. Mahmud non ci capiva niente.
Gürhan annuì. Puntò di nuovo l’arma contro Mahmud.
«Okay, le cose stanno così. Nel tamburo c’è una sola pallottola. Voglio trattarti bene. In circostanze normali ti avrei fatto a pezzi, giusto? Non possiamo farla passare liscia a buffoni come te, che si infilano in storie più grandi di loro e vanno avanti finché non finiscono nella merda. Tu ci devi un sacco di soldi, ma stasera sono di buon umore. Adesso faccio girare il tamburo: se hai fortuna, il colpo andrà a vuoto. E potrai filartela.»
Gürhan tenne la pistola sollevata contro il cielo quasi scuro. I fatti parlavano da soli: cinque camere vuote e una con una pallottola dentro. Fece girare il tamburo. Il suono ricordava quello del piatto della roulette. La bocca gli si allargò in una smorfia. Mirò alla tempia di Mahmud. Lo scatto secco del cane della pistola. Mahmud chiuse gli occhi. Ricominciò a mormorare preghiere. Poi il panico lo travolse. Rivide una per una ogni scena della sua vita.
Il cuore prese a battergli così forte da stordirlo.
«Ora vediamo se la fortuna è dalla tua parte.»
Clic.
Nulla.
NULLA.
Riaprì gli occhi. Gürhan sorrideva beffardo. Daniel sghignazzava. Gli altri ragazzi ridevano sguaiati. Mahmud seguì i loro sguardi, poi abbassò gli occhi.
Aveva le ginocchia bagnate per l’umidità del terreno. E per qualcos’altro, che gli colava lungo la gamba sinistra. Un’enorme macchia.
Risate cattive. Di scherno. Di disprezzo.
Gürhan restituì la pistola a Daniel.
«La prossima volta ti sparo nel culo, signorina.»
Sentimenti in tumulto. Speranza e stanchezza. Gioia e odio profondo. Sollievo e vergogna. Ma il peggio era passato. Avrebbe continuato a vivere, portandosi dentro tutto questo.
Sipario.
Maltrattamenti contro le donne
Secondo le statistiche del Dipartimento per la Prevenzione del Crimine, i maltrattamenti contro le donne sono aumentati di circa il 30% negli ultimi dieci anni, per un totale di 24.100 denunce. Più che con un effettivo aumento delle violenze, ciò si spiega probabilmente con il fatto che le donne al giorno d’oggi sporgono denuncia in misura maggiore rispetto al passato. Ciò nonostante, il numero di violenze non registrate resta molto alto. Il Dipartimento ha calcolato, in studi precedenti, che solo un quinto delle vittime di aggressioni si rivolge alla polizia.
Dall’analisi dei dati emerge che, in circa il 72% dei casi, la donna che ha subito violenza conosce l’autore del reato. Molto spesso i due hanno persino una relazione, in corso o appena terminata.
Il 21% della totalità dei casi di maltrattamenti contro le donne si risolve con la cosiddetta “schedatura di persona”. Ovvero il pubblico ministero, alla fine dell’indagine preliminare, può decidere per l’incriminazione di un sospettato o per il proscioglimento (per esempio se la persona ha un’età inferiore a diciotto anni o se il fatto non è di grave entità), o può erogare una sanzione, pecuniaria o detentiva.
La violenza contro donne e bambini è un’emergenza sociale che negli ultimi anni si è cercato di tenere il più possibile sotto controllo. Ciò è avvenuto da un lato attraverso l’emanazione di nuove leggi (riguardanti, fra l’altro, il divieto di visita e di violazione della serenità della donna), dall’altro tramite ulteriori provvedimenti, quali per esempio l’istituzione del Centro nazionale per le donne maltrattate di Uppsala e lo stanziamento di risorse per diffondere l’informazione sulla materia. Significativa si è rivelata altresì l’attenzione al problema di singole associazioni, attraverso la fondazione di servizi per donne e ragazze in circa la metà dei comuni del paese.
Nonostante questi notevoli sforzi, il problema resta: ogni anno vengono abusate e umiliate migliaia di donne.
Dipartimento per la Prevenzione del Crimine