È tranquillo, insignificante; non si occupa degli affari del prossimo e si è sistemato a Ca’ de’ Schiavi. Ad allevare conigli.
Un professore non lascia l’università per dedicarsi ai conigli. Se non ha un solido motivo per farlo. E questo è un punto.
Un uomo di 44 anni senza problemi con le donne, con una dignitosa autonomia economica e con normali esigenze, non si ritira in montagna, in un buco dimenticato dagli uomini, senza il minimo desiderio di compagnia femminile. Se non ha un solido motivo per farlo. È questo è un altro punto.
Bolero Ranuzzi, classe 1946, docente universitario con prospettive di carriera, intelligente e colto quanto basta per essere un palmo sopra i colleghi, si trasferisce a Ca’ de’ Schiavi, una casa colonica abbandonata da anni, la fa sistemare alla meglio in modo che non gli piova sul letto o il soffitto non gli crolli in testa, e alleva conigli.
Non a livello industriale, ché Bolero non ha la necessaria specializzazione: una gabbia montata dietro casa e messa in piedi per ospitare Osvaldo. Non poteva tenerlo in salotto.
Osvaldo glielo ha regalato Dònca, un vecchio del paese che ha trasformato in abitazione un essiccatoio in mezzo al bosco, poco lontano da Ca’ de’ Schiavi, e soffocato dai castagni. I rovi del sottobosco gli entrano dalla porta.
Un certo giorno, Dònca si è presentato a Ca’ de’ Schiavi, in cucina. Un sacco sulle spalle.
«Dunque non si può vivere da soli come eremiti» ha detto a Bolero. «Tu hai bisogno di compagnia» e gli ha liberato per casa il coniglio. «Si chiama Osvaldo.» Ha piegato il sacco e se n’è andato.
«Toglimi di torno la bestia» gli ha gridato dietro Bolero.
Il vecchio si è riaffacciato in cucina e ha detto: «Non è una bestia: è Osvaldo.»
«Non m’importa. Riprendilo!»
Dònca era già nel sentiero che porta all’essiccatoio, sparito dietro le querce.
Dal nome, Osvaldo avrebbe dovuto essere un coniglio di sesso maschile, ma dopo due settimane ha cominciato a togliersi il pelo dal ventre per costruire un morbido nido, nell’angolo più buio della conigliera. Ha partorito sei coniglietti rosa e nudi come vermi.
Bolero ha continuato a chiamarlo Osvaldo e, qualche tempo dopo, le gabbie dietro casa erano tre e Bolero si è affezionato a quegli assurdi e stupidi animali dal naso tremolante e dal muso affilato. Assurdi perché non servono a nulla. Almeno quelli di Bolero. Neppure a far carne da forno. Stupidi anche perché se ne stanno tutto il giorno a guardare fuori dalla gabbia con occhi rotondi e inespressivi. Gli basta un minimo di pulizia e un fascio d’erba.
Bolero mette erba fresca nella seconda gabbia e non si preoccupa di chiudere lo sportello, tanto i conigli si trovano bene dove sono e non hanno idee di libertà. Altrove starebbero peggio. E avrebbero problemi di sopravvivenza.
«Posso sapere una cosa?» chiede senza sospendere il lavoro.
Dònca non risponde. È appoggiato alla prima gabbia e infila ciuffi d’erba medica fra le maglie della rete. I conigli ne vanno matti e lottano per conquistarne un boccone.
«Che ci fai in quell’essiccatoio per castagne?»
«Dunque è la cosa che volevi chiedermi?»
«È la cosa.»
«Che ci faccio? Ci vivo.»
«Niente luce elettrica, niente acqua, niente mobili...»
«Chi te lo ha detto?»
Dònca è uno di quei vecchi montanari che non dimostrano età. Ne ha di certo più di 60. Ed è tutto quanto si può dire. Oltre al fatto che ha il viso rugoso e scavato come un campo arato da poco. E oltre al fatto che è talmente magro che potrebbe spezzarsi al soffio del vento. O per un piede in fallo. Ha braccia nodose e contorte come le radici dei castagni. E come quelle robuste. Non si capisce di che colore siano i capelli e neppure se li abbia: porta il cappello sia in estate che in inverno. Sempre lo stesso. Eppure non è sporco. O ne possiede una collezione e tutti uguali da sembrare sempre lo stesso.
«Dunque per la luce non c’è problema perché quando il sole tramonta, me ne vado a letto. Per l’acqua, a due passi c’è la sorgente e il lavatoio e per i mobili non saprei che metterci dentro o sopra. Ho un tavolo e due sedie. Dunque c’è quanto basta per offrire da bere a un amico che avesse voglia di venirmi a trovare.»
Forse è un invito.
Bolero sospende il lavoro e finalmente guarda il vecchio. Dice: «Un essiccatoio per castagne... Ci sono decine di case coloniche abbandonate nei dintorni».
«Dunque al padrone di una di quelle case potrebbe sempre venire l’idea di cacciarmi. L’essiccatoio va bene. Nessuno raccoglie più castagne e nessuno ha bisogno di essiccatoio. Dunque ci sto bene, dunque non venire a far domande che non hanno senso.» Guarda la conigliera e dice: «E tu perché non ti decidi e ammazzi un coniglio? O ne vendi una dozzina? Finirà che non saprai dove sistemarli. Non puoi allevarli e basta».
«Moriranno di vecchiaia.»
«I conigli hanno vita lunga. Dunque...» Fa una pausa e dice: «Dunque potrei farti la stessa domanda».
«Falla.»
«Che sei venuto a fare a Ca’ de’ Schiavi?»
«A vivere.»
«Dunque racconti balle anche a me.»
«Non ti racconto balle e un giorno capirai.»
«Se quel giorno non sarà lontano. Non resterò qui in eterno.»
«I vecchi come te vivono a lungo» dice Bolero sottovoce. Poi: «Perché ti racconterei balle?».
«Un professore universitario non pianta il lavoro per allevare conigli. Dunque a me non la racconti.»
«Chi ti ha detto che sono professore?»
«Dunque io... Ne so di cose, ne so che neppure immagini.» Segue Bolero che si è allontanato dalle conigliere. Continua: «Dunque che sei professore me lo ha detto Bruno, tuo padre. Mi disse che aveva un figlio di 14 anni che sarebbe diventato professore. E Bruno ha sempre mantenuto quello che diceva».
Il professore si ferma e guarda il vecchio. Negli occhi. Scuote il capo e riprende la strada. Borbotta: «Avevo 14 anni... Trent’anni fa. Ne è passato di tempo».
«Dunque c’è poi il tuo andare in giro di giorno e di notte.»
«Di notte?»
«Ti ho veduto alla Pieve. Dunque c’è poi il tuo interrogare la gente su cose che oggi non hanno importanza...»
«Per me ne hanno.»
«Dunque ho ragione: se sei qui, c’è un motivo.»
Quello che borbotta Bolero è incomprensibile e Dònca rinuncia a capire e prende la strada per l’essiccatoio. Prima di imboccare il sentiero, si ferma e si gratta la testa di sopra il cappello. Dice:
«Dunque io credo di sapere che sei venuto a fare da queste parti, ma aspetto che me lo dica tu.»
«Sì, facciamo così. Ti saluto, vecchio.» Guarda il vecchio sparire fra i rovi e borbotta: «Vecchio intrigante. Dovrò stare più attento. E lui che ci fa in giro di notte? Avrà le sue ragioni, come me».
Un altro che, come Bolero, dorme poco di notte e tiene animali, è Comello. Si è trasferito da queste parti dopo che la madre è volata dalla finestra, nell’appartamento di città, e tiene cani per conto terzi: alleva e addestra. E li sa trattare. Sia i cani che i terzi.
Ha comperato la Casazza con i soldi che gli ha lasciato la madre suicida “in preda a crisi depressiva”, ha stabilito l’inchiesta. «Gettata dalla finestra dal figlio» hanno mormorato i vicini di casa. E hanno imputato il “suicidio” al fatto che la madre era stanca di finanziare i vizi del figlio. Droga. Anche se ci sono testimoni che hanno giurato che Comello non si drogava più da anni. Gli stessi testimoni che hanno giurato agli inquirenti che il giovane, al momento del “suicidio” della madre, si trovava in loro compagnia.
Ed è passata la tesi della crisi depressiva.
Bolero conosce Comello così come lo conoscono gli altri del paese; poco. Casuali incontri all’osteria o in bottega o seduti in piazza ad aspettare l’estate o l’inverno, a seconda della stagione. Due battute sul tempo che non è mai come lo si vorrebbe e sulla salute degli animali, cani e conigli. Stupide chiacchiere di chi non ha nulla da dirsi. Qualche partita a carte nelle serate d’inverno, all’osteria, e un caffè offerto o accettato.
Comello ha tutto per sembrare un giovanotto perbene. Che poi abbia gettato la madre dalla finestra, è una cosa che non riguarda Bolero.
«Tu che sei un professore di storia, dovresti venire a casa mia. Ci sono un sacco di cose interessanti» dice Comello.
«Lo immagino: cani, mangimi, topi...» borbotta Bolero.
Non ha voglia di discutere e sta seduto al sole di maggio, in piazza. Attorno non c’è movimento e l’aria è tiepida.
«C’è anche dell’altro, professore» dice Comello con tono ironico. E anche il sorriso è ironico.
Bolero teme di aver compreso: donne. Ma non è il momento. Se n’è venuto via dalla città anche per non avere donne fra i piedi. Figurarsi se ha voglia di andare fino a...
«Dov’è che abiti?» chiede senza aprire gli occhi. Tiene il capo posato al muro che gli rimanda il tepore del sole.
«Alla Casazza, professore. Qualche chilometro da qui. Arrivi in auto fin davanti all’uscio di casa.»
Comello continua con il tono e con il sorriso ironici. O forse sfotte. Bolero non ha ancora deciso. E per decidere è costretto ad aprire gli occhi e guardare il giovane.
«Alla Casazza» mormora. E sembra che ora la cosa lo interessi. «Alla Casazza. Un giorno o l’altro verrò.»
«No, non un giorno o l’altro. Devi venire domani, professore. Domani pomeriggio o sarà troppo tardi» dice Comello. E strizza l’occhio.
«Se è quello che penso io... Non mi va di stare nel casino, non mi va di ascoltare chiacchiere delle donne e non mi va di rispondere alle loro chiacchiere.»
«Niente casino e niente donne, professore. Io e te... e alcune cose interessanti. Ho appena in...